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L'alluvione in val
Brembana del 1987 |
Primo pomeriggio
di sabato
18 Luglio 1987.
E' una giornata piovosa, come del resto tante di questa estate, a
Piazza Brembana,
San Giovanni Bianco,
a
Zogno la pioggia
cade fitta, fastidiosa; il traffico e' quello intenso dei fine settimana estivi,
ma in strada c'e' poca gente e l'atmosfera e' piuttosto sonnolenta.
Qualcuno si affaccia alla finestra che da' sul fiume e comincia a notare
qualcosa di strano. Si, d'accordo... che il
Brembo
sia in piena e' cosa ovvia. Ma non e' normale che il livello dell'acqua salga in
maniera cosi' rapida, di minuto in minuto. Molti incuriositi, scendono a vedere
cosa succede e sui ponti si formano piccoli capannelli. L'acqua continua a
salire a vista d'occhio e turbina in maniera sempre piu' rapida e spettacolare.
La corrente si infrange rumorosamente contro le arcate dei ponti dove rimangono
inpigliati rami, tronchi d'albero, detriti di ogni genere. Arrivano i Vigili che
invitano la folla sempre piu' numerosa ad allontanarsi. A San Giovanni Bianco e
San Pellegrino Terme
i ponti vengono transennati e chiusi alla circolazione. Cominciano a circolare
le voci piu' strampalate: che sia crollata una diga in alta valle ? ... Si
qualcosa e' successo lassu'. Un nubifragio vero e proprio si e' scatenato sulla
Valtellina e sul ramo del
Brembo di Olmo
scaricando un impressionante quantita' d'acqua. La portata del Brembo in quelle
ore sara' stimata a monte di
San Giovanni Bianco
in oltre
500 mc.
al secondo,
rispetto alla media stagionale di
30 mc/s.
Ed e' una vera fortuna che i bacini idroelettrici dell'alta valle
(Laghi Gemelli,
Lago
Fregabolgia, etc.)
trattengano piu' di 3 milioni di mc. d'acqua che avrebbero almeno raddoppiato la
portata del Fiume, con conseguenze catastrofiche. A
Mezzoldo, uno dei
paesi piu' colpiti, una frana ha spazzato il vecchio cimitero e interi tratti di
strada sono stati ingoiati dalle acque.
A
Piazzatorre un
fiume di fango ha sommerso il campeggio ed invaso alcuni condomini. Travolti o
seriamente danneggiati tutti i ponti della Valle Stabina. Cancellata per 200
metri la strada che da Valleve sale a
Foppolo. A
Piazza Brembana,
all'altezza del Ponte dei Fondi, il Brembo ha accatastato contro le fragili
arcate detriti in grandi quantita' formando una diga che sotto l'incalzare della
piena ben presto cede, provocando una gigantesca ondata. Pochi minuti dopo a
Lenna franano gli argini della statale sotto il viadotto della ferrovia. Un
falegname,
Romeo Cortinovis,
scende nel box vicino al Brembo per portare in salvo la sua autovettura ma viene
imprigionato e sommerso dal fango. Cede e rovina nei gorghi una parte del
vecchio Ponte delle Capre. In localita' Baracca (Camerata
Cornello) macchinari e ruspe della Ditta Magnati vengono spazzati via
come fuscelli. Seriamente danneggiati il Ponte di Pradinarco e quello di
Orbrembo dove crolla una palazzina di due piani. A San Giovanni Bianco le acque
travolgono gli argini del Lungo Brembo e invadono via Arlecchino e tutta la zona
dei giardini pubblici. Tutte le case lungo il corso del fiume vengono fatte
sgomberare. A San Pellegrino Terme le acque allagano in via San Carlo il piano
terra della caserma dei Carabinieri le cui famiglie vengono tratte in salvo con
i canotti.
All'altezza
della diga Enel si forma una barriera di piante, detriti, macigni e ben presto
le acque debordano paurosamente sulla statale allagando negozi e bar. Gli argini
della statale e delle provinciali laterali hanno ceduto in decine di punti,
quattordici solo nel tratto
Lenna e San
Pellegrino Terme. E intanto le acque limacciose continuano a scendere a
velocita' pazzesca trascinando nei vortici tronchi d'albero, carcasse di animali
e persino automobili. Ovunque sono caduti pali del telefono, fili della luce.
Sconvolto tutto il sistema degli acquedotti e delle fognature.
L'acqua che sgorga dai rubinetti e' color fango. I Soccorsi Da Bergamo salgono
le prime colonne di soccorso inviate dalla Prefettura ma devono fermarsi a San
Pellegrino Terme dove si organizza una base operativa presso la
Clinica Quarenghi.
Nella sede della Comunita' Montana Valle Brembana entra in funzione una
radiotrasmittente e si contituisce un unita' di crisi coordinata dal presidente
Pietro Busi. Un elicottero della Protezione Civile sorvola la valle prima che
faccia buio e viene cosi' effettuata una prima ricognizione utile a verificare
la situazione reale. Quando scende la notte, la statale fino a
San Pellegrino Terme
pullula di mezzi di soccorso dell'Esercito,
dei Carabinieri e della Polizia.
I Telegionali mandano in onda le prime immagini dei disastri provocati dall'alluvvione
in
Val Brembana e in
Valtellina dove si registrano gia'
7 morti e 12 dispersi.
Da noi per il momento il bilancio e'
di una
vittima e
quattro dispersi.
L'alba di Domenica 19 Luglio e' tersa e serena. Il Brembo e' in lento deflusso,
ma lo spettacolo di rovine e di fango e' desolante. Presso la sede della
Comunita' Montana arrivano in elicottero i rappresentanti delle Istituzioni:
Prefettura, Protezione Civile, Forze Militari, Forestale, Provincia, Anas. Si fa
il punto della situazione e si accerta che le vittime sono cinque:
Angelo Salvetti,
22 anni di
San Giovanni Bianco,
travolto dalla furia delle acque al bivio di
Piazzatorre accanto
alla sua auto (il corpo verra' ritrovato il giorno seguente nelle
chiuse di Canonica d'Adda);
Barbara
Orlando
15 anni di
Bergamo;
Paola Tornaghi,
22 anni e il fidanzato
Marco Tamburrini
entrambi di
Milano;
Romeo
Cortinovis,
35 anni di Lenna. Ci si organizza per liberare dall'isolamento le migliaia di
turisti rimasti bloccati in valle Brembana.
A questo scopo entrano in azione 27 elicotteri con i quali si trasportano anche
generi di prima necessita' nei paesi ancora isolati. Nelle operazioni di
soccorso sono impegnati circa duemila uomini. La stagione turistica e'
irrimediabilmente compromessa. Molte fabbriche danneggiate dalla piena sono
costrette a chiudere. Il bilancio dei danni causati solo alle strade provinciali
e' di 14 ponti da ricostruire e 4 chilometri di strada asportati da rifare. Il
governo stanzia i primi 350 miliardi e la Regione altri 100, naturalmente per
tutte le zone alluvionate, compresa la Valtellina. Mercoledì viene ripristinata
la statale a San Pellegrino e, attraverso una serie di varianti provvisorie che
utilizzano il vecchio sedime ferroviario, e' ora possibile per i mezzi di
soccorso arrivare fino all'alta valle Brembana. Sabato 25 Luglio, ad una
settimana dall'alluvione, tutti i paesi sono di nuovo collegati, ultimi
Valtorta e
Mezzoldo. Ovunque
sono tornati in funzione energia elettrica e telefoni, e da qui avviare la
ricostruzione.

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Con il termine Vichinghi si denotano solitamente quegli esploratori, commercianti e guerrieri norreni, originari della Scandinavia, che a bordo di navi fecero scorrerie sulle coste delle isole britanniche, della Francia e di altre parti d'Europa fra la fine dell'VIII e l'XI secolo. A questo periodo della storia europea (generalmente racchiuso fra gli anni 793 e 1066) ci si riferisce normalmente con l'appellativo di epoca vichinga. Con questo termine ci si può anche riferire a tutte le popolazioni che abitavano la Scandinavia di quegli anni e ai loro insediamenti in altre parti d' Europa. I vichinghi facevano parte delle popolazioni normanne, solo che il termine "vichingo" indicava un'appartenente a quelle popolazioni costiere, insediate nei fiordi (vik significa infatti "baia"), che erano dedite alla pirateria.
Famosi per la loro abilità di navigatori e per le lunghe barche, i vichinghi in pochi secoli colonizzarono le coste e i fiumi di gran parte d'Europa, le isole Shetland, Orcadi, Fær Øer, l'Islanda, la Groenlandia e Terranova; si spinsero a sud fino alle coste del Nordafrica e a est fino alla Russia e a Costantinopoli, sia per commerciare che per compiere saccheggi.
Vi erano due
diversi tipi di imbarcazioni vichinghe: le
drakkar
e le
knarr.
Le prime, utilizzate per le esplorazioni e le guerre, erano studiate per essere
veloci e maneggevoli, ed erano equipaggiate con
remi per renderle
indipendenti dalla presenza o meno del vento. I drakkar avevano uno scafo lungo
e stretto ed un basso pescaggio, per facilitare lo sbarco di truppe in acque
basse. Le knarr invece erano navi mercantili, più lente ma con una maggior
capacità di carico, disegnate con uno scafo corto e largo e un profondo
pescaggio. Sulle knarr non erano previsti rematori.
I vichinghi sono conosciuti anche per essere stati i primi esploratori del
Nordamerica, raggiunto tra la
fine del
X e gli inizi
dell'XI
secolo ben 5 secoli prima dei viaggi di
Cristoforo Colombo.
Dal punto di
vista geografico, l'epoca vichinga si è sviluppata non solo nelle odierne
Norvegia,
Danimarca
e
Svezia, ma anche in quei
territori che erano sotto il dominio delle popolazioni nord-germaniche, vale a
dire il
Danelaw,
la Scozia, l'Irlanda,
l'Isola
di Man,
ampie parti della
Russia e dell'Ucraina.
È da notare come le nazioni celtiche (cioè la
Scozia, l'Irlanda,
il
Galles, la
Bretagna e la
Cornovaglia, le
prime nell'865
e l'ultima nel
722) decisero di
allearsi ai Vichinghi nelle loro battaglie contro gli
Anglosassoni. Da
ciò alcuni credono che derivi l'orgoglio di queste popolazioni per quello che è
visto come il loro retaggio vichingo
L'etimologia
del termine "Vichingo" è piuttosto vaga. Alcuni pensano che venga dall'antica
parola
norrena vík, che
significa "baia", "insenatura" o "piccola isola" e del
suffisso -ing, che
indica provenienza o appartenenza. Secondo questa spiegazione, "vichingo"
significherebbe "persona che viene dalla baia".
Va anche notato che
Viken
era l'antico nome con cui era indicata la regione costiera dello
Skagerrak,
cioè la zona da cui venivano i primi vichinghi.
Una seconda teoria sostiene che l'etimologia del termine vichingo vada ricercato
nell'antico
inglese
wíc
parola che significa "villaggio commerciale" (derivata dal
latino vicus, cioè
"villaggio").
Nonostante l'immagine di feroci saccheggiatori che vivono per depredare, il
cuore della società vichinga era basato sulla reciprocità, sia a livello
personale e sociale che a livello politico. I Vichinghi vissero in un'epoca in
cui molte società si macchiarono di atti violenti, e le azioni degli scandinavi,
poste nel contesto storico, non sono così feroci come sembrano oggi, per esempio
se confrontati ad azioni come quella di
Carlo Magno, che fece decapitare
4.500
Sassoni in un solo giorno per il
solo fatto che non volevano convertirsi al
Cristianesimo. I
Vichinghi erano spesso commercianti; alcuni di essi si lasciarono andare ai
saccheggi, soprattutto di monasteri
britannici, in
quanto questi custodivano grandi quantità d'oro
e
argento
L'immagine di sporchi, selvaggi dai capelli lunghi che a volte è associata con i Vichinghi nella cultura popolare, è una distorsione della realtà. I resoconti relativi ai Vichinghi che ci sono pervenuti sono stati scritti da autori cristiani non-scandinavi, ed è quindi possibile che ci sia un certo margine d'errore. In Inghilterra i Vichinghi ebbero la reputazione di uomini "eccessivamente puliti" a causa della loro abitudine di fare un bagno alla settimana, al sabato (al contrario di ciò che facevano i locali Anglosassoni). I viaggi dei vichinghi divennero sempre meno frequenti dopo l'introduzione del cristianesimo in Scandinavia, tra la fine del X e gli inizi dell'XI secolo. L'epoca vichinga viene convenzionalmente considerata conclusa dalla Battaglia di Stamford Bridge, nel 1066.
Dopo aver sviluppato commerci ed insediamenti, dall'Europa giunsero ai Vichinghi numerosi impulsi culturali. Il Cristianesimo cominciò a diffondersi in Scandinavia e, insieme alla crescita di un forte potere centralizzato ed al rinforzarsi delle difese nelle zone costiere dove i Vichinghi erano soliti compiere saccheggi, le spedizioni predatorie divennero sempre meno profittevoli e sempre più rischiose. Esse cessarono completamente nell'XI secolo, con l'ascesa di re e grandi famiglie nobili e di un sistema quasi feudale; dopo l'anno 1000 infatti le cronache riportano di battaglie condotte dagli scandinavi "contro" popolazioni vichinghe del Baltico, fatto che avrebbe portato alla partecipazione di Svezia e Danimarca alle Crociate del Nord e allo sviluppo della Lega Anseatica.

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Il Canto Alto
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Il
Canto Alto
è una montagna alta 1146 m. Si trova all'interno del
Parco dei Colli, sopra il paese
di
Sorisole, al confine con il
comune di
Zogno. È l'ultima elevazione
della dorsale che separa i corsi dei fiumi
Brembo e
Serio.
Nelle giornate limpide, dalla cima alta
1.146 metri
è possibile spaziare con la vista a 360°: a Sud è possibile ammirare
Bergamo
e
la pianura fino al profilo lontano degli
Appennini; ad Ovest in primo
piano vi sono
l'Albenza,
il
Resegone
e le
Grigne, sullo sfondo il
Monte Rosa
e il
Monviso; a Nord si ergono le cime
delle
Prealpi Orobiche,
la
Presolana,
il
Pizzo Camino; a Est il
Bronzone e le cime bresciane.
In passato è
stato conosciuto con il nome di
"Piz Dent" o "Pizzidente"
("piz" per la forma della vetta, "dent" dalla voce dialettale che indica il nome
della valle che scende dal Canto al paese di Sorisole).
È una cima particolarmente frequentata per la facilità d'accesso, grazie alla
vicinanza alla città e per il notevole panorama che si può godere nelle giornate
migliori.
I suoi pendii sono segnati da numerosi sentieri. La via d'accesso più diretta è
quella dall'abitato di Sorisole, ma è regolarmente raggiunta anche da
Monte di Nese.
Per la sua posizione strategica, come punto di osservazione sulle vie di comunicazione fra Valle Brembana e Valle Seriana, nel corso del medioevo la cima fu presidiata con un fortilizio (o bastia), prima semplice torre di avvistamento in legno, poi struttura più ampia, in muratura, con una guarnigione di dodici uomini, ripetutamente distrutto e ricostruito durante le aspre contese fra guelfi e ghibellini, definitivamente distrutto all'inizio del XIV secolo e non più ricostruito sotto la dominazione della Repubblica Veneta (i resti sono stati scoperti nel corso degli scavi per le fondamenta della croce).
All'inizio del
XX secolo
sulla cima del Canto Alto fu innalzata una prima croce a
Cristo Redentore, inaugurata il
14 settembre
1902. Il monumento, finanziato
con una sottoscrizione di offerte in tutta la
diocesi, era
composto da una base piramidale in muratura, contenente una cappella, e da una
croce, per un'altezza complessiva di circa venti metri. Per le intemperie
atmosferiche, l'incuria e il vandalismo, andò in rovina in neanche mezzo secolo,
distrutta infine da un violento temporale nel
1948.
Su iniziativa della "Stella
Alpina",
sezione alpinistica dell'Unione Sportiva Olimpia di Bergamo, la croce fu
ricostruita e inaugurata il
25 maggio
1952, dedicata ai caduti delle
due
guerre mondiali e
ai caduti del bombardamento di
Dalmine
del
6 luglio
1944. Così il
vescovo di Bergamo,
Adriano Bernareggi,
nell'occasione: «La Croce torni a dominare dall'alto le nostre terre bergamasche
e gli uomini dal basso cerchino in essa il simbolo della fede ed il segno della
speranza». Questo secondo monumento era costituito da una base in muratura, un
traliccio di ferro e una croce, per un'altezza complessiva analoga a quella
della struttura precedente. Ma la seconda croce subì la stessa sorte della prima
e, ripetutamente colpita da fulmini, crollò.
Il
2 settembre
1979 è stata inaugurata la terza
croce, tuttora esistente, alta
32,5 metri,
interamente costituita da traliccio metallico, realizzata dai gruppi locali
dell'Associazione
Nazionale Alpini.
Più di 500
Alpini e simpatizzanti hanno lavorato gratuitamente a 1.146 metri di altitudine
col bello e col cattivo tempo, dopo una o due ore di cammino (a seconda della
vallata da cui provenivano), con l’umiltà e la passione che contraddistinguono
la nostra gente, per un totale di 800 giornate lavorative, sotto l’occhio vigile
del capo cantiere alpino
Renato Milesi.
I materiali sono stati portati in vetta a spalla, parte con un tratto di
teleferica di
217 m.
e parte con tre tornate di voli d’elicottero.
Si è trattato di “portar su” 126 quintali di cemento, 20 metri cubi di
calcestruzzo già impastato, 38 quintali di ferro lavorato per armatura, 50
quintali di barre di ferro zincato per la Croce, che è alta 32,5 metri con le
braccia di 12 metri.
L’impresa della ricostruzione è stata “storica” per vari motivi, non ultimo il
fatto che durante i lavori sono state trovate le tracce dell’antica torre che vi
venne innalzata in epoca medioevale.
Si tratta di una coincidenza non molto sorprendente, considerato il lungo
passato della nostra terra, ma che sottolinea l’importanza del luogo dove è
stata costruita la croce che gli Alpini hanno dedicato a tutti i caduti della
montagna.
Sul culmine del Canto Alto, in origine venne forse innalzata una torre in legno
che serviva per l’avvistamento e il controllo dei colli retrostanti Bergamo fino
alla valle Brembana.
Un’accurata sorveglianza poteva, mediante opportune segnalazioni e in
collegamento con un’altra torre situata sull’
Ubione,
all’imbocco della valle Imagna, mettere in guardia gli abitanti di Bergamo e dei
paesi vicini nei confronti di eventuali movimenti sospetti. Antichi documenti
confermano che all’epoca di
Bernabò Visconti
sul Canto Alto esisteva una torre, presidiata da dodici uomini e un cane.
Quest’ opera resterà per tutti gli Alpini la testimonianza di gente concreta e generosa, animata dal desiderio di portare con le semplici mani calore, solidarietà e tanto bene a chi ne ha bisogno, insomma … l’ amore di Alpini.

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Il popolo Tibetano
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Le notizie sull'origine
del popolo
tibetano sono poche ed
incerte. Sembra, comunque, discendere dalle tribù
nomadi guerriere
Qiang che, secondo
documenti cinesi, già dal
II secolo AC
attaccavano i confini del potente
Impero Cinese.
Tuttavia, prima del
VII secolo,
non vi sono evidenze di presenza di un popolo politicamente compatto.
Fino al
1950 il
Tibet era uno
stato sovrano indipendente governato dalla massima autorità religiosa del
Buddhismo tibetano, il
Dalai Lama. In quell'anno
l'Esercito
di liberazione popolare, facente capo alla
Repubblica Popolare
Cinese guidata da
Mao Zedong, invase il
Tibet, adducendo, come motivazioni verso l'esterno, il fatto che il Tibet,
secoli prima, era stato conquistato dai
Mongoli e appartenevano
allo stesso
impero. Nel
1956 il
Governo cinese costituì il Comitato
Preparatorio per la Regione Autonoma del Tibet.
Tenzin Gyatso (XIV Dalai
Lama) presiedeva il comitato, ma si rese conto che gli altri appartenenti
erano molto dipendenti dalle decisioni del governo centrale.
Nel
1957 scoppiò
una rivolta nel Tibet orientale che si estese a
Lhasa nel
1959. Nello
stesso anno l'Esercito di liberazione popolare schiacciò la rivolta e
costrinse il Dalai Lama alla fuga e il
17 marzo
lasciò il
Palazzo del Norbulingka
travestito da soldato e scappò in
India dove
costituì il
Governo tibetano in
esilio.
Il
1° settembre
1965 nacque
ufficialmente la Regione Autonoma del Tibet nota internazionalmente con
l'acronimo di TAR
(Tibet Autonomous Region). In concordanza con gli articoli 111 e
112 della
Costituzione della
Repubblica Popolare Cinese e seguendo l'esempio dell'Unione
Sovietica, il governatore doveva essere di etnia
tibetana,
controllato dal locale segretario del
Partito Comunista Cinese,
generalmente un cinese di etnia
Han.
La Cina governò quello che rimaneva del Tibet con la forza e la repressione. Con
la Rivoluzione Culturale vennero uccisi
circa 1,2 milioni di tibetani, 6.254 monasteri distrutti, circa 100.000 tibetani
nei campi di lavoro e deforestazione indiscriminata.
Nel 1976, dopo la morte di Mao, visto il clima di rivolta sempre nell'aria, i Cinesi si resero conto che non potevano continuare a governare la Regione Autonoma del Tibet sempre nello stesso modo. Per questo Hua Guofeng successore di Mao, invitò il Dalai Lama a ritornare in Tibet. Questi considerò con cautela l'invito e, dopo avere mandato una commissione per valutare il rientro (con il consenso cinese) decise di rimanere in India.
Deng Xiaoping sostuì Hua Guofeng ed inviò in Tibet una commissione per valutare la situazione del Tibet. A seguito di questa venne stabilito un piano per cercare di migliorare le condizioni di vita dei tibetani riducendo per due anni le tasse, consentendo un minimo di iniziativa privata e facendo riaprire il Jakong e il Palazzo del Potala. Nei primi anni ottanta vennero diminuiti leggermente i divieti relativi all'osservanza della religione e vennero riaperti alcuni monasteri. Questo era per riaprire il colloquio con il Governo tibetano in esilio in modo che il Dalai Lama fosse più vicino all'influenza cinese e che andasse in Cina dove avrebbe potuto ricoprire qualche incarico da funzionario. Egli rifiutò e nel 1983 i colloqui furono interrotti definitivamente e l'invito al Dalai Lama fu ritirato.
Da allora ci sono state sporadiche rivolte (per lo più non armate) per l'autonomia del Tibet contro il Governo cinese, condotte principalmente da monaci e monache. Il Governo cinese, oltre a reprimere con la forza queste proteste, cerca di favorire l'immigrazione di cinesi di etnia Han nella Regione Autonoma del Tibet, anche grazie alla Ferrovia del Qingzang che dal 2006 collega Lhasa a Pechino e al resto della Cina. Si stima che questa porterà in Tibet 40 milioni di non tibetani (contro circa 6,5 milioni di tibetani). Il turismo è stato incrementato, ma le guide turistiche cinesi vengono favorite rispetto a quelle native alle quali viene impedito di svolgere la professione, nel caso in cui fossero scappate in India in precedenza.
A tutt'oggi Tenzin Gyatso (XIV Dalai Lama) non richiede più l'indipendenza e la sovranità del Tibet, anche tramite pressioni internazionali, ma solo una vera autonomia della Regione Autonoma del Tibet ed il rispetto dei diritti umani dei tibetani.

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Stonehenge |
Il complesso megalitico di
Stonehenge è stato costruito nella pianura di
Salisbury, in Gran Bretagna, all'incirca nel 3200
A.C., cioè all'epoca in cui vennero costruite le grandi piramidi in Egitto.
La costruzione ha una forma circolare, del diametro di qualche decina di metri;
è composta da vari anelli di pietre alte e strette, alcune delle quali
sormontate da altre lastre di pietra. Inoltre vi si possono osservare alcune
serie di buche nel terreno, disposte in forma circolare.
Si pensa che questo complesso sia stato progettato dagli antichi abitatori della
regione non soltanto come un luogo di culto, ma anche come un immenso
calendario, dopo una paziente osservazione del cielo, per tenere traccia del
trascorrere dei mesi, delle stagioni e degli anni.
Certamente Stonehenge contiene molti
riferimenti al moto del Sole e della Luna; il
numero di pietre e di buche nei vari anelli sembra essere legato a qualche ciclo
astronomico, come quello delle fasi lunari. Inoltre le direzioni degli
allineamenti fra le varie pietre coincidono pressapoco con alcuni punti della
volta celeste, che corrispondono ad eventi periodici come il sorgere e il
tramontare del Sole ai solstizi.
Per esempio, il giorno del solstizio d'estate, il Sole sorge in un punto più a
settentrione rispetto a tutti gli altri giorni dell'anno. Quel giorno, stando
nel centro del cerchio di pietre, si può vedere sorgere il Sole circa al di
sopra di una pietra particolare detta "Heel Stone",
che si trova lungo l'asse della costruzione.
Il complesso di Stonehenge sembra cioè allineato in modo non casuale. Tuttavia,
anche se Stonehenge racchiude un notevole simbolismo di carattere astronomico,
non è ancora chiaro se fosse davvero un luogo di studio dei fenomeni celesti,
come sostengono molti studiosi, o fungesse solo come un calendario per le
ricorrenze stagionali, come la semina e la raccolta del grano.
Gli allineamenti fra le rocce non sono molto precisi, e spesso gli studiosi
hanno elaborato delle teorie "a posteriori" per spiegare la posizione delle
pietre.
Alcuni sostengono addirittura che questo complesso servisse per prevedere il
verificarsi delle eclissi. Una volta note la lunghezza dell'anno e del mese,
facilmente determinabili, sarebbe stato necessario però conoscere la periodicità
del moto dei nodi dell'orbita lunare: un'eclisse avviene solo quando Sole e Luna
si trovano in prossimità di un nodo. È improbabile che gli antichi abitatori del
luogo avessero conoscenze così avanzate.
In ogni caso, le eclissi
rappresentavano per l'antica popolazione del luogo un evento molto importante,
forse un presagio di sventura come in molti altri popoli del passato.
William Stukeley, uno studioso del 1700, avanzò
l'ipotesi che Stonehenge sia stato costruito dai Druidi
come tempio per il culto del serpente (tempio detto "Dracontia").
Il simbolismo del serpente si ritrova spesso correlato alle eclissi, anche in
altre culture antiche come quella cinese: durante l'eclisse un gigantesco
serpente ("draco" in latino) inghiottirebbe il Sole o la Luna. Non
a caso, forse, l'intervallo di tempo necessario affinché la Luna ritorni allo
stesso nodo si chiama "mese draconitico":
i nodi dell'orbita lunare, punti invisibili della sfera celeste, vengono
identificati come il "serpente", che simboleggia in questo caso le forze ignote
e misteriose del cosmo.

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I Clanezzesi sono sempre stati gente di frontiera (....lo sono tuttora) e sempre pronti ad affermare a denti stretti la loro identità dando parecchio filo da torcere a Ubiale sede del comune, come peraltro è avvenuto in tempi recenti con un tentativo di distacco dal comune ubialese per confluire nel territorio di Almenno San Salvatore arrivando a un referendum che fallì per un solo voto.
Si è detto che Clanezzo era terra di confine, proprio da estrema frontiera ben evidenziata sul versante di valle: verso gli Almenno dal Torrente Imagna; sul versante di fronte stava il “Casino” (c’è tuttora, la costruzione risalente al 1500 con funzione di “stal” o”stalù” perciò luogo di sosta dei carriaggi commerciali che percorrevano la strada di Valle Brembana). Ma c’è sempre momento di collegamento anche tra gli stati che potrebbero essere tra loro belligeranti. Ed ecco il possente millenario “Ponte di Attone” fatto costruire dal tale Attone a quei tempi proprietario di quelle terre, che da Almenno scende verso il fondo dell’ Imagna andandosi ad attestare davanti ad una robusta torre quadrata detta “la dogana” che era contestualmente posto di controllo dei transiti tra le due sponde terminali della Valle Imagna e sede della “gabella” che imponeva dazi ai commerci che utilizzavano tale via di comunicazione. Ed ecco il “porto” al quale attraccava il traghetto che faceva la spola tra le due rive del Fiume Brembo trasportando merci e persone. Era un collegamento importante perché in riva sinistra del fiume scorreva la strada di collegamento della Valle Brembana con Bergamo; allora ed ancora per alcuni secoli non ci sarebbe stato il collegamento viario diretto completato soltanto pochi anni fa, in sponda destra del fiume, tra Ubiale, Bondo e Clanezzo. Peraltro il “Casino” era allora magazzino di sosta delle merci provenienti da Clanezzo o dirette a Clanezzo. La dogana aveva proprio personale di scolta e di gabellieri, il porto aveva il suo addetto chiamato “portolano”.
Dell’esistenza del “porto” - forse un po’ pomposa la definizione della struttura - si ha certezza documentale già dal 1614. Il “portolano” operava in un edificio tuttora esistente che nei secoli ospitò pure un’osteria con alloggio che venne chiusa nel 1829 perché non era proprio “tranquilla” (e come lo sarebbe potuta essere un’osteria di frontiera?) e più tardi l’ufficio postale ed abitazioni abbandonate in tempi molto recenti dall’ultima abitante. Il tutto - Ponte Attone, Dogana, antica osteria-costituisce un piccolo ammaliante borgo medioevale sotto il quale scorre un garrulo torrente che va a morire nell’ Imagna, tuttora ammirabile. Vi si arriva dall’ampia mulattiera selciata che si diparte di fronte al Castello, oppure percorrendo il Ponte Attone, o dal Casino, passando sul “put che bala”, il “ponte che balla”, uno dei primissimi realizzati con la tecnica delle funi portanti ancorate sulle due rive, nel 1800 in Italia. Il servizio su barca continuò fin quasi alla fine del 1800 quando le storie del traghetto e del “put che bala” si intrecciano. Scrive Umberto Gamba nella sua storia di Clanezzo che nel 1875 fu rinnovata la concessione di attraversamento del fiume con battello.
Lo storico precisa però che nel 1878 tale Vincenzo Beltrami (la Famiglia Beltrami trova ampio spazio nella storia clanezzese) progettò e costruì il ponte sorretto dalle funi, opera di arditissima ingegneria per quei tempi. Traghetto e ponte entrarono dunque in un conflitto che si risolse a favore del ponte, forse perché era evidente la maggior funzionalità e la maggior convenienza finanziaria (pur se si doveva pagare un tributo per passarvi sopra) di tale struttura nel confronto col traghetto che magari cominciava già a lamentare qualche problema di funzionamento per le mutate condizioni del Brembo (meno acqua e perciò difficoltà di navigazione, forse). Fatto sta che il traghetto viene abbandonato e non si sa quando esattamente cessò il suo andirivieni tra le due rive del Brembo. D’altro canto, il ponte avendo problemi di manutenzione che il privato proprietario aveva difficoltà a risolvere, con disagi conseguenti ai cittadini, venne preso in possesso nel 1913 dal Comune accollandosi le spese per i futuri consolidamenti. Siamo ormai alle soglie del ‘900 e da Bergamo è già arrivata la ferrovia che ha trovato ad accoglierla la mulattiera che sale dal ponte fino ai binari, per cui si costruisce la stazione di Botta e Campana. E del traghetto non si ricorda più nessuno. Clanezzo però è ancora completamente isolata: non c’è strada verso monte, ci sono soltanto le due mulattiere delle quali si è parlato. La situazione si sblocca nel 1925 quando la società che ha in proprietà il Castello ed il Monte Ubione decide la costruzione del ponte ad arco, elegantissimo, sull’ Imagna collegando direttamente in quota i due pianori che si fronteggiano sul torrente. Il manufatto (si precisa che fu il primo ponte in cemento armato costruito in Italia) è di proprietà privata ma lasciato in uso pubblico. Poi anche per questo manufatto avverrà quanto avvenuto per il “put che bala”.
E’ storia del recentissimo passato. Ci sono problemi di staticità del manufatto, la proprietà non ritiene di dover intervenire, il Comune ne chiede l’acquisizione che avviene a costo zero per l’ente locale e recupera la struttura facendo riferimento a finanziamenti regionali, provinciali, della Comunità montana di Valle Brembana (con piccolo obolo della Comunità montana di Valle Imagna) e dei due comuni di Ubiale Clanezzo e Almenno
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Dopo la caduta dell’ Impero romano,
la Padania aveva ritrovato autonomia politica
con i Longobardi che l’avevano unificata sotto un solo potere politico (con
l’eccezione della laguna veneziana che era rimasta formalmente sottomessa a
Bisanzio, ma che in realta’ cominciava a
costruire la sua gloriosa storia di liberta’). Con l’invasione dei Franchi e con
le successive vicende storiche, la Padania era entrata a far parte
dell’ Impero Romano-Germanico su cui regnava
nella seconda meta’ del XII secolo l’imperatore
Federico di Hohenstaufen, detto "il Barbarossa". Fino ad allora il così
detto Regno d’Italia (comprendente la Padania e la Toscana) aveva goduto
all’interno della struttura imperiale di notevoli autonomie che significavano
per i Comuni un regime di quasi totale liberta’, appena limitata da una formale
sottomissione all’imperatore e al dovere di pagargli dei tributi poco piu’ che
simbolici. Il Barbarossa decide di cambiare la politica tollerante dei suoi
predecessori e, sceso con prepotenza in Padania, pretende dai Comuni il
pagamento di esosi contributi e impone la nomina di funzionari amministrativi
imperiali. La sua intrusione e’ inizialmente favorita dalle solite divisioni fra
i Padani che il Barbarossa fomenta con abilita’: queste lotte fratricide portano
nel 1162 alla distruzione di Milano (la piu’
potente citta’ lombarda, ma anche il primo centro simbolico della Padania fin
dai tempi dei Celti), cui partecipano milizie di altre citta’ padane. Il
sacrificio di Milano accresce le pretese imperiali e fa pero’ anche finalmente
aprire gli occhi a tutti i Comuni sulla necessita’ di una unita’ contro il vero
nemico. Si formano cosi’ prima la Lega Veronese (1164)
e poi, anche per l’opera infaticabile di Oberto da Pirovano, arcivescovo di
Milano, la prima Lega Lombarda. La decisione di
muovere contro il Barbarossa da parte della Lega Lombarda era maturata da tempo.
Nell'ultima settimana di maggio era opinione diffusa che il nemico non fosse
ancora arrivato a Bellinzona, quindi la mattina
dello scontro una parte delle truppe era in marcia sulla strada di Legnano,
mentre il grosso della fanteria era ancora di stanza Milano. Invece Federico I
era molto piu' vicino di quanto pensassero, e dopo aver passato la notte
accampato a Cairate si rimise in marcia per raggiungere Pavia e attraversare il
Ticino.
In testa alla colonna dell'esercito tedesco quella mattina c'era un gruppo di
cavalieri che andava dai trecento ai cinquecento, che passando a sud del comune
di Busto Arsizio finirono per incappare in una
squadra di esploratori lombardi.
Il primo contatto avvenne sul territorio di Borsano: documenti dell'epoca
dichiarano che l'avanguardia tedesca era numericamente inferiore, ma presto fu
raggiunta dal grosso dell'esercito imperiale.
Nonostante che al Barbarossa fosse stato consigliato di ordinare la ritirata
egli attacco' con vigore i cavalieri lombardi e li costrinse alla fuga. Secondo
i cronisti dell'epoca l'intenzione dei lombardi era quella di ripiegare fino al
Carroccio, per ricongiungersi col grosso della
cavalleria che era di stanza a Legnano, invece la ritirata si trasformo' in una
fuga disordinata e l'esercito dei Comuni fu investito dal panico.
I cavalieri abbandonarono il campo lasciando scoperto un lato del Carroccio,
mentre dall'altra parte restarono solo i fanti.
A quel punto le linee dei fanti si strinsero seguendo istintivamente il modello
della falange latina, ma le cariche della cavalleria tedesca si fecero via via
piu' devastanti.
Le prime quattro linee di difesa crollarono una dopo l'altra, mentre la quinta
riusci' a resistere. Le cariche della cavalleria imperiale durarono a lungo, e
nel frattempo i cavalieri lombadi che secondo una fonte attendibile si erano
fermati a meno di un chilometro oltre il Carroccio, si ricongiunsero con le
truppe fresche che nel frattempo erano arrivate da Milano.
I lombardi si riorganizzarono, quindi decisero di soccorrere i fanti che ancora
difendevano il carro attaccarono di sorpresa le truppe gia' fiaccate dai
ripetuti assalti.
Grazie alla forza ed al valore dei cavalieri che difesero il Carroccio, la
bandiera resistette agli attacchi degli uomini del Barbarossa e cosi'
la compagnia della Morte, guidata dal
leggendario Alberto da Giussano, ebbe modo di
sferrare l'attacco decisivo con i suoi cavalieri che in un'unica azione uccisero
il portatore delle insegne imperiali e costrinsero il Barbarossa a fuggire
abbandonando il proprio cavallo. La scomparsa dell'imperatore e delle insegne
getto' nel panico il resto dell'esercito, che si lancio' in una disordinata fuga
in direzione del Ticino.
I tedeschi scapparono per 14 chilometri, ma la rotta non salvo' le centinaia di
guerrieri che furono trafitti o annegarono nel fiume.
Il sole ormai stava per calare e l'esercito imperiale aveva subito una delle sue
disfatte piu' rovinose
La
figura di Alberto
da Giussano si
pone tra la storia e la leggenda. Sembra che Alberto fosse il cavaliere lombardo
che comandò la
Compagnia della Morte,
ultima difesa del
Caroccio, baluardo
della Lega contro l'invasore. La Compagnia era formata da
900 giovani
cavalieri
che al grido "Per Sant Ambrogio! Vittoria o Morte!" fu decisiva nelle sorti
della
Battaglia di Legnano.
Un'aura di mistero avvolge la leggendaria vita di Alberto da Giussano, di cui
non si conosce praticamente nulla. Sembra che i da Giussano fossero una nobile e
ricca famiglia di probabili origini longobarde. In compenso sul suo conto sono
sorte diverse leggende e
poemi.
Simone Pianetti |
Simone Pianetti (nato a Camerata Cornello nel 1858), alto, biondo e impenitente donnaiolo, di temperamento a dir poco sanguigno lo si era notato in gioventu' quando, in preda all'ira, pare avesse addirittura sparato un colpo di fucile all'indirizzo del padre, fortunatamente senza colpirlo. E fu probabilmente con sollievo che il padre stesso gli consegno' le ottomilalire della sua parte di eredità allorchè il giovane decise di tentare l'avventura in America, come era consuetudine dei giovani dei nostri paesi ad inizio secolo. Ma per fortuna in America bisognava avere voglia di sgobbare o senso degli affari, e non era precisamente il caso del nostro che anzi, stando alle testimonianze di altri emigrati della Pianca (frazione di San Giovanni Bianco) perpetro' in quelle regioni molti fatti poco onorifici. Tant'è che il padre dovette ben presto provvedere a spedirgli i soldi necessari per il viaggio di ritorno a Camerata Cornello, Qui sposo' una brava donna di nome Carlotta e divenne padre di nove figli. Ad un certo punto pero' decise di avviare una trattoria con sala da ballo ed ecco che cominciano le traversie che lo porteranno a divenire tristemente famoso. Siamo in un epoca in cui il ballo era ancora considerato divertimento tra i piu' sconvenienti e ben presto il Pianetti si ritrovo' perseguitato dal Parroco e dalle autorità, con l'accusa di favorire fatti contrari al buon costume e di mettere a repentaglio le virtu' delle ragazze che frequentavano il suo locale. A complicargli le cose stavano poi anche le sue idee politiche. Si dichiarava seguace del liberale Bortolo Belotti, che conosceva di persona, ma le sue tendenze erano chiaramente di orientamento anarchico. E sopratutto anticlericale. Finì insomma che un ordinanza del sindaco gli revoco' la licenza dell'esercizio, al che il Pianetti decise di trasferirsi a San Giovanni Bianco dove cerco' di rifarsi come mugnaio. Ma non cambio' il suo carattere iroso ed arrogante, che lo rese inviso un po' a tutti, e cosi' anche il mulino elettrico si rilevo' in breve tempo impresa fallimentare. Le bollette della corrente e le cartelle delle tasse finirono per rovinarlo e il nostro si ritrovo' completamente a terra, pieno di debiti e con moglie e sette figli da mantenere. Ed è qui che cominciarono a covare in lui il complesso di persecuzione, il rancore e l'istinto della vendetta, destinati ben presto ad esplodere.
Il Pianetti, che aveva allora l'età di 56 anni, compila una lista di ben quaranta nomi di suoi presunti nemici e la mattina presto di lunedì 13 Luglio 1914 esce di casa con in spalla un fucile a tre canne. Fu visto alla Roncaglia e poi a San Gallo, ma non trovo' evidentemente le vittime designate e, tornato in paese, si avvio' lungo il sentiero di Oneta. Aspetto' fino alle 10.00 che il Dott. Domenico Morali tornasse dal roccolo dove era solito recarsi ogni mattina per dare il becchime agli uccelli da richiamo ed esplose contro di lui due fucilate da breve distanza. Morte istantanea. Da Oneta al Cornello in cerca del Sindaco Cristoforo Manzoni che, forse avvertito, aveva pero' pensato bene di nascondersi ben armato nel suo roccolo poco distante. Il Pianetti prosegui' allora per Camerata, entro' nel palazzo comunale e a bruciapelo sparo' sul segretario Abramo Giudici uccidendolo sul colpo. Ai colpi di fucile, scese precipitosamente dal piano superiore la figlia Valeria 27 anni. Orribilmente sfigurata al volto. Quarta vittima, a poche decine di metri, il calzolaio Giovanni Ghilardi, ucciso mentre stava per consumare il pranzo di mezzogiorno. La scampo' per miracolo la moglie, dopo aver implorato il Pianetti in ginocchio. Ma la strage continua. In balia ormai di un' incontrollabile pulsione omocida, il nostro va alla ricerca di altre vittime e le trova sul sagrato dove stanno tranquillamente chiacchierando il Prevosto Don Camillo Filippi, il cursore e sacrista Giovanni Giupponi e un tal Gusmaroli. "Oh, il signor Pianetti, che miracolo da 'ste parti ?" chiese il prevosto. "Lu la sa ol perchè" risponde il Pianetti. E immediatamente un colpo al petto stronca il povero prevosto che stramazza a terra in un lago di sangue. Il Gusmaroli sviene (e fu certamente la sua fortuna) mentre il Giupponi cerca di fuggire ma, fatti pochi passi, viene mortalmente colpito alla schiena... non e' ancora finita. Il Pianetti sale alla Pianca, raggiunge Cantalto e va' alla ricerca di una certa Caterina Milesi, detta Nella. Entra in casa e dopo averla rimproverata di aver parlato dei fatti suoi al giudice conciliatore spara l'ennesimo colpo mortale. Alla scena assiste terrorizzato il nipotino di 9 anni della donna. Sono le 3 del pomeriggio.
Dopo la strage, il
Pianetti si diede alla macchia sulle montagne dell'Alta Val Brembana (Monte
Cancervo), trovando la complicita' di pastori e carbonai che lo sfamavano con
polenta e formaggio, facendolo dormire nelle loro baite, perche' lo vedevano
non come un assassino qualunque ma bensi' come un imperterrito
"giustiziere" . Le autorita' dello stato per non
fare del Pianetti catturandolo, un eroe dell'anarchia, ne favorirono la fuga,
mentre in tutti i paesi si moltiplicarono le scritte sui muri
"W PIANETTI" .
E' certo che nel corso della sua latitanza fu aiutato a sopravvivere da diversi mandriani, ma nessuno di essi oso' denunciarlo sia per paura, sia fors'anche per istintiva avversione verso gli uomini in divisa.
Passarono settimane, mesi e a poco a poco le ricerche si allentarono. Di Simone Pianetti non si ebbe piu' notizia. Qualcuno parlo' di un suo ultimo incontro con il figlio Nino in una baita sul Monte Pegherolo, sopra Piazzatorre. Chi disse che era precipitato in qualche dirupo. Chi disse che era fuggito a Milano o forse in America. Ma nessuno l'ha mai saputo con certezza.
Severo Sini |
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Le
varie collezioni per molti anni sono state ospitate in luoghi diversi
messi a disposizione dal Comune attendendo una sede idonea. Nel
frattempo egli ha promosso la cultura scientifica a tutti i livelli
attraverso visite guidate, mostre, conferenze e pubblicazioni.
Semplicità, naturalezza, disponibilità, accompagnate da grande
competenza e professionalità, sono le doti a lui riconosciute non solo a
Villa d'Almè nel "suo" e nostro museo, ma anche in tutte le parti
d'Italia e del mondo in cui ha prestato la sua preziosa opera di
ricercatore. Successivamente ha pubblicato due cataloghi di reperti
ritrovati e collocati nel Museo Archeologico di Solentiname che, insieme
al
Parco Naturale di SIAPAZ,
gli sono stati dedicati, dopo la sua scomparsa avvenuta il
Nel Museo Civico di Villa d’ Almè sono presenti numerosi reperti differenziati in varie sezioni: la sezione mineralogica è sicuramente la più consistente, seguita da quella dei fossili ritrovati soprattutto in val Brembana, dalla sezione degli insetti soprattutto farfalle, dalla sezione malacologica (conchiglie), dai vertebrati, in particolare mammiferi uccelli e rettili e infine vi si trova pure l’erbario una raccolta di specie arboree ed erbacee di varie regioni d'Italia che il ricercatore iniziò nel periodo giovanile (17-18 anni). |
Il trenino dell' Eiger |
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L’ uomo del XIX secolo era desideroso di conquistare la natura. E fra le prime cose rivolse lo sguardo alle Alpi svizzere. Per secoli le loro vette inaccessibili, con le rocce e i ghiacci frastagliati, avevano tenuto l’uomo a rispettosa distanza, ma ora non più. Al principio dell’Ottocento gli alpinisti riuscirono a scalare i 4.158 metri della Jungfrau. Pur non essendo la montagna più alta è senz’altro fra le più spettacolari delle Alpi. Alla fine dell’Ottocento vari uomini intraprendenti cominciarono a chiedersi cosa fare perché questa vetta fosse accessibile a più persone e non solo a un esiguo numero di scalatori temerari. Per più di vent'anni, imprenditori ed ingegneri avanzarono proposte che consentissero di portare i turisti in cima alla Jungfrau, tra le quali una che prevedeva di "sparare", per mezzo di aria compressa, veicoli pieni di turisti in un "tubo". Il governo svizzero considerò varie proposte e scelse i progetti di Adolphe Guyer-Zeller, un industriale di Zurigo. Anzitutto egli dovette organizzare una spedizione scientifica sulle sommità alpine per dimostrare che operai e turisti potevano sopravvivere a quelle altitudini. Costruire una ferrovia che arrivasse così in alto era un lavoro colossale, specie con i limitati mezzi tecnici di allora.
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