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Il ponte San Michele che collega
Paderno d’Adda con Calusco d’Adda, fù
una delle prime strutture in ferro dopo la celebre
Tour Eiffel parigina.
Un capolavoro d’ingegneria, che ancora oggi si fa ammirare per
l’arditezza dell’arco, lungo 150 metri.
La realizzazione del ponte,
fra il 1887 e il 1889, destò allora l'ammirazione
di tutta Europa e presto il viadotto comparve sui più autorevoli trattati di
ingegneria civile, nel rango dei maggiori ponti ad arco del mondo: quelli sul
Mississipi, sul Douro, sulla Truyère, sullo Schwarzwasser. Merito soprattutto
dell'eleganza delle proporzioni, dell'accuratezza del progetto (magistrale
applicazione della teoria dell'ellisse di elasticità) della perfezione
costruttiva con cui fu compiuto dalla Società nazionale
delle Officine di Savigliano.
La storia del viadotto è costellata di discussioni, cifre, calcoli, aneddoti,
senza dimenticare la leggenda secondo cui l'artefice dell'ardita opera, il
progettista svizzero Giulio Röthlisberger, morì
lanciandosi dall'alto del San Michele nel timore che il ponte crollasse. In
realtà l'ingegnoso ideatore non morì nelle gelide acque dell'Adda, ma nella
terra che gli diede i natali, a causa di una polmonite.
Risalendo alle origini del
ponte e meglio all'idea di "saltare" l'Adda, confine naturale e politico, si
arriva all'Unità d'Italia. Con il riordino della rete ferroviaria italiana,
allora gestita a gruppi da piccole e medie società, si iniziò a parlare di un
viadotto fra Calusco e Paderno. Lo scenario ferroviario di allora non era
particolarmente funzionale. Nord, centro e sud erano sostanzialmente divisi,
Sicilia e Sardegna non avevano nemmeno i binari. In Lombardia, sotto il Regno
Lombardo-Veneto, la prima linea ferroviaria fu il tronco
Milano-Monza inaugurato nell'agosto 1840 e
solo vent'anni più tardi (lasciate alle spalle barriere politiche e
territoriali) si diede inizio a un completamento della rete. E in tale contesto
non poteva mancare la questione dell'attraversamento dell'Adda. Lo sviluppo
industriale nella zona del medio e alto corso del fiume, stava incrementandosi
assumendo proporzioni rilevanti. A Paderno si concentravano importanti industrie
seriche. Gli opifici per la lavorazione della seta, le filande per l'estrazione
del filo dal bozzolo, i filatoi e gli incannatoi per le torsioni del filo e la
raccolta su rocchetti furono le prime fasi di lavorazione dei nuovi insediamenti
industriali. Sulla sponda bergamasca nel frattempo nascevano altri complessi
produttivi. Pertanto, quando si ipotizzò la realizzazione del tronco ferroviario
Usmate/Carnate-Ponte San Pietro, che avrebbe
portato scambi e sviluppo economico fra le due provincie, balzò all'occhio degli
addetti ai lavori la difficoltà di attraversare il maggiore affluente del Po,
l'Adda appunto, quarto fiume più lungo d'Italia.
Inizialmente l'Ufficio della
Direzione Governativa pensò di realizzare l'opera con una travata di ferro
rettilinea, sopra cui scorresse la ferrovia e sotto la strada carrabile. La
Società per le Strade Ferrate Meridionali (stava completando il tronco
Usmate-Paderno) ebbe l'incarico di studiare una soluzione. In quel periodo la
Società nazionale delle Officine di Savigliano, che dal 1885 al 1886 aveva già
realizzato ponti sull'Adda a Trezzo, sul Po a Casale Monferrato, sul Tanaro ad
Asti, si dimostrò interessata all'opera, per cui chiese di concorrere al
progetto. Nello stesso tempo un'altra azienda nazionale si fece avanti. Quattro
furono i progetti presentati e il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici scelse
la soluzione delle Officine di Savigliano. Il piano iniziale, dodici tavole
presentate nel marzo 1886, venne rivisto e modificato. La corda dell’arco passò
da 145 a 150 metri, la lunghezza della travata da 224 a 266 metri. Il 22 gennaio
1887, a Roma, venne firmato il contratto in base al quale le Officine si
impegnavano a eseguire l’opera in 18 mesi. Costo dei lavori:
1.850.000 lire per il ponte, più
128.717,50 lire per le
trincee di accesso.
La prima fase prevedeva la
realizzazione di un ponte di servizio in legno, per il quale occorsero 2000
metri cubi di legname dell’alta Baviera. Nello stesso tempo, vennero eseguiti
gli scavi per le fondazioni delle spalle dell’arcata, realizzate con pietra di
Moltrasio trasportata da Lecco su barconi lungo
l’Adda. Altro materiale (ghisa) venne importato dalla Germania. L’arco fu
completato nel febbraio 1889 con l’applicazione di 100.000
chiodi ribaditi. Ai lavori parteciparono 470 operai, alcuni dei quali -
come ricordano le cronache del tempo - persero la vita durante l’intervento. Il
ponte fu ultimato nel marzo 1889; la verniciatura slittò all’estate 1890. Nel
maggio 1889 giunse il fatidico momento del collaudo con l’attraversamento del
viadotto da parte di un treno (3 locomotive e 30 vagoni) a 40 km/h. "Le tre
poderose macchine avanzano a velocità vertiginosa - annotava un cronista de
L’Eco di Bergamo - non hanno ancora abbandonato una
sponda che il fischio fortissimo avverte già d’aver raggiunto l’altra. Il ponte
è compiuto!" Un secondo collaudo fu eseguito nel 1892 in quanto l’anno prima
erano stati introdotti nuovi tipi di locomotore. La stabilità della struttura fu
messa a dura prova nel periodo bellico. Nel ’44 e nel ’45 l’arco non subì danni
rilevanti, ma dopo la riparazione provvisoria del Comando militare, seguirono
lavori alle campate della trave ultimati nel ’50. Di recente è stato segnalata
la presenza di una bomba sul fondale dell’Adda, risalente alla seconda guerra
mondiale; ritenuta innocua, è lasciata sonnecchiare sotto le acque.
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Il termine
"foiba" è una corruzione dialettale del
latino "fovea", che significa "fossa"; le foibe, infatti, sono
voragini rocciose, a forma di imbuto rovesciato, create
dall’erosione di corsi d’acqua nell'altopiano del
Carso, tra
Trieste e la penisola istriana; possono raggiungere i 200
metri di profondità.
In Istria sono state registrate più di 1.700
foibe. Le foibe furono utilizzate in diverse occasioni e, in
particolare, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale per
infoibare (“spingere nella foiba”) migliaia di istriani e triestini,
italiani ma anche slavi, antifascisti e fascisti, colpevoli di
opporsi all’espansionismo comunista slavo propugnato da Josip Broz
meglio conosciuto come “Maresciallo Tito”.
Nessuno sa quanti siano stati gli infoibati: stime attendibili
parlano di 10-15.000 sfortunati.
Dal settembre 1943 ad oggi molto è stato fatto per arrivare alla
verità, per conoscere finalmente il numero ed il nome di tutte le
vittime; ma siamo ancora molto lontani dalla conclusione delle
indagini; e solo il giorno in cui il Governo Italiano ed ora quelli
sloveno e croato, apriranno i loro archivi, verranno alla luce tutte
le storie, anche quelle oggi ignorate del Fiumano, della Dalmazia
intera, di tutte le terre che accomuniamo nel ricordo dei nostri
morti.
Nel settembre - ottobre 1943 le" foibe" sono attorno a
Pisino, sede del comando jugoslavo; è
la dimostrazione della premeditazione dell'eccidio. Nel secondo
periodo la gran parte degli infoibamenti ebbero luogo attorno a
Trieste e Gorizia, ma anche nelle zone di
Tolmino a Nord e di Capodistria al sud.
1
maggio 1945: Trieste è pronta a festeggiare la fine di una guerra, lunga
e dolorosa. Il giorno precedente i Volontari della Libertà,
gli uomini del C.L.N. guidati da don Marzari, hanno
preso il controllo della città, sottraendolo alle truppe tedesche ( e la
mediazione del Vescovo mons. Santin è riuscita anche a salvare il porto e le
altre strutture della città). La guerra è dunque finita ed i Triestini si
accingono a festeggiare la pace, come armai si fa in tutt’ Italia ed in tanta
parte d’Europa. Ma la realtà che scoprono, quella mattina del 1 maggio, è tutt’altra.
I nuovi arrivati, le truppe comuniste jugoslave del maresciallo Tito, non sono
portatori di pace, sono oppressori quanto e più delle truppe naziste che se ne
sono appena andate e che per due lunghissimi anni avevano governato la città.
Le truppe titine iniziano subito con il dare la caccia proprio agli uomini del
C.L.N. e assieme a loro a migliaia e migliaia di triestini, alcuni
caratterizzati politicamente (sia perché fascisti che in quanto comunque
esponenti di movimenti politici, anche se antifascisti), altri, tantissimi altri
senza nessuna apparente ragione di ordine politico, con un meccanismo perverso
di pura casualità (in un certo numero di casi sono vicende e rancori personali a
sostituirsi alla casualità).
Per tutto un lunghissimo
mese Trieste vive questa sorta di mattanza. Migliaia e migliaia di suoi figli
che, sottratti ai propri cari, spariscono nelle grinfie della cosiddetta
Milizia Popolare per non fare mai più ritorno.
Buona parte di costoro finisce in quelle nere cavità carsiche. Le vittime dei
titini venivano condotte, dopo atroci sevizie, nei pressi della foiba; qui gli
aguzzini, non paghi dei maltrattamenti già inflitti, bloccavano i polsi e i
piedi tramite filo di ferro ad ogni singola persona con l’ausilio di pinze e,
successivamente, legavano gli uni agli altri sempre tramite il fil di ferro. I
massacratori si divertivano, nella maggior parte dei casi, a sparare al primo
malcapitato del gruppo che ruzzolava rovinosamente nella foiba spingendo con sé
gli altri. Una mattanza durata oltre quaranta giorni, fino cioè a quel
12 giugno 1945 quando le truppe Alleate indussero quelle slavo-comuniste
a lasciare la città.
Nel corso degli anni questi
martiri sono stati vilipesi e dimenticati. La storiografia, lo Stato italiano,
la politica nazionale, la scuola hanno completamente cancellato il ricordo ed
ogni riferimento a chi è stato trucidato per il solo motivo di essere italiano o
contro il regime comunista di Tito.
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La via Priula
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La
via Priula è una strada del
XVI secolo
che collegava la città di
Bergamo a quella di
Morbegno. Di notevole
importanza strategica e commerciale, la via Priula venne costruita
tra il
1592
ed il
1593
per ordine del podestà di Bergamo, Alvise
Priuli.
In quel periodo la
repubblica di Venezia
aveva assoggettato l’intera
provincia di Bergamo,
ed avvertiva la necessità di aprire nuove vie commerciali con i territori del
nord, tra cui il
cantone dei Grigioni, loro
alleati. La comunicazione tra queste due zone infatti era difficile, dato che
per trasportare le merci bisognava aggirare la catena montuosa delle
Orobie, passando da
Lecco per il
lago di Como,
nel territorio del
Ducato di Milano dominato dagli
spagnoli. Questo comportava il pagamento di ingenti dazi, a volte pari alla metà
dell’intero carico, o addirittura il sequestro dei beni trasportati. Da qui la
necessità di creare una nuova via di comunicazione volta a mantenere i trasporti
all’interno dei
territori di San Marco.
Vennero fatti molteplici studi volti ad individuare il tracciato ideale per tale
opera che doveva superare la catena montuosa delle
Orobie: la
scelta cadde sulla
val Brembana
che, a differenza della
val Seriana,
presentava valichi montani più accessibili, vicini alla quota di 2000 m. s.l.m.
E fu proprio ai 1991 metri di altitudine di un valico, ribattezzato
passo di San Marco, posto tra i
comuni di
Mezzoldo ed
Albaredo
, che la strada trovò la sua definitiva collocazione. La strada
partiva da Porta San Lorenzo (oggi Porta Garibaldi) a
Bergamo e
risaliva la val Brembana superando le gole della zona di
Sedrina, i
paesi di
Zogno,
San Pellegrino Terme
e
San Giovanni Bianco.
A
Piazza Brembana
la strada passava sotto a porticati ed antichi lavatoi, per poi raggiungere
Olmo al Brembo,
quindi
Mezzoldo e poi
salire fino al suddetto passo. La discesa verso la
Valtellina
toccava il paese di
Albaredo, per
arrivare rapidamente a
Morbegno.
La strada venne edificata ex-novo, senza cioè utilizzare vecchi sentieri
preesistenti, con partenza dalla città di
Bergamo ed
arrivo a
Morbegno, da
cui era possibile raggiungere i Grigioni tramite la
Valmalenco, oppure tramite la cosiddetta "Strada
dei cavalli" in
Valchiavenna.
I costi, inizialmente
previsti nell’ordine di 2000 ducati, aumentarono esponenzialmente fino a
quadruplicare, raggiungendo la cifra finale di 8200 ducati. Per recuperare i
soldi impiegati per l’opera, la
Serenissima
decise di applicare una gabella aggiuntiva alle zone interessate dall’opera che,
oltre alla manutenzione, si dovettero quindi sobbarcare ingenti oneri,
aumentando notevolmente il malcontento. Il progetto prevedeva inoltre la
costruzione di una casa per ospitare i viandanti, in prossimità del
passo di San Marco.
Questo edificio è tutt’ora utilizzato come rifugio con il nome di
Rifugio Cà San Marco.
Un’opera fondamentale per
la realizzazione della strada furono indubbiamente le
chiavi della Botta. Queste si erano rese necessarie per superare uno
strapiombo di roccia a picco sul fiume
Brembo tra i
paesi di
Villa d'Almè
e
Sedrina, in località Botta.
Questa barriera naturale aveva impedito il passaggio a chiunque nei secoli
precedenti, tanto che per collegare i due paesi si doveva percorrere un angusto
sentiero sui monti sovrastanti. Le carovane invece evitavano questi paesi
percorrendo la
via Mercatorum, più lunga ma
molto più comoda, che da
Nembro (in
valle Seriana)
portava a
San Giovanni Bianco.
Fu quest’opera assai
ardita a togliere dall’isolamento commerciale (e non solo) i paesi limitrofi.
Secondo studiosi bergamaschi, tra cui
Bortolo Belotti, le chiavi erano
costituite da una serie di archi appoggiati alla parete di roccia e fissati ad
essa tramite delle catene, su cui passava la strada.
Un tratto lungo soltanto
200 metri, tanto indispensabile quanto pericoloso, poiché soltanto un
piccolissimo muretto, alto pochi centimetri, proteggeva commercianti, viandanti,
animali e carichi al seguito, dal precipizio. La costruzione dell’opera comportò
infatti ingenti perdite tra gli operai, a causa dei cedimenti di piccole parti
di parete e fatali distrazioni che si trasformavano in tragedia.
La via Priula svolse
egregiamente il suo compito di direttrice dei commerci tra le due zone fino al
XVIII secolo
quando, a causa dei cambiamenti politici verificatisi nella regione, in primis
con il disfacimento della Repubblica di Venezia con il
Trattato di Campoformio, venne
sempre meno utilizzata, fino a cadere in uno stato di inutilizzo che l’ha
portata fino ai giorni nostri in condizioni di assoluto degrado. Soltanto
recentemente, le varie amministrazioni locali si sono interessate al recupero di
questa antica via che li attraversava, cercando di promuovere itinerari che la
rivalorizzassero al meglio.
Tra questi si segnalano
due lunghi tratti: il primo in
val Brembana,
dove da
Mezzoldo si
può salire fino alla
Cà San Marco,
in un itinerario con notevole dislivello ma molto gratificante; il secondo che
porta da
Albaredo per San Marco,
in provincia di
Sondrio, nella
valle
del
Bitto.
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L'alluvione in val
Brembana del 1987
tratto da "Storia della
Valle Brembana - IL NOVECENTO"
di Felice Riceputi
fonte:
www.vallibergamasche.info
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Primo pomeriggio di sabato
18 Luglio 1987.
E' una giornata piovosa, come del resto tante di questa estate, a
Piazza Brembana,
San Giovanni
Bianco, a
Zogno
la pioggia cade fitta, fastidiosa; il traffico e' quello intenso dei
fine settimana estivi, ma in strada c'e' poca gente e l'atmosfera e'
piuttosto sonnolenta.
Qualcuno si affaccia alla finestra che da' sul fiume e comincia a
notare qualcosa di strano. Si, d'accordo... che il
Brembo
sia in piena e' cosa ovvia. Ma non e' normale che il livello
dell'acqua salga in maniera cosi' rapida, di minuto in minuto. Molti
incuriositi, scendono a vedere cosa succede e sui ponti si formano
piccoli capannelli. L'acqua continua a salire a vista d'occhio e
turbina in maniera sempre piu' rapida e spettacolare. La corrente si
infrange rumorosamente contro le arcate dei ponti dove rimangono
inpigliati rami, tronchi d'albero, detriti di ogni genere. Arrivano
i Vigili che invitano la folla sempre piu' numerosa ad allontanarsi.
A San Giovanni Bianco e
San Pellegrino
Terme i ponti vengono transennati e chiusi alla
circolazione. Cominciano a circolare le voci piu' strampalate: che
sia crollata una diga in alta valle ? ... Si qualcosa e' successo
lassu'. Un nubifragio vero e proprio si e' scatenato sulla
Valtellina e sul ramo del
Brembo di Olmo
scaricando un impressionante quantita' d'acqua. La portata del
Brembo in quelle ore sara' stimata a monte di
San Giovanni
Bianco in oltre
500 mc.
al
secondo, rispetto alla media stagionale di
30 mc/s.
Ed e' una vera fortuna che i bacini idroelettrici dell'alta valle
(Laghi Gemelli,
Lago Fregabolgia, etc.)
trattengano piu' di 3 milioni di mc. d'acqua che avrebbero almeno
raddoppiato la portata del Fiume, con conseguenze catastrofiche. A
Mezzoldo,
uno dei paesi piu' colpiti, una frana ha spazzato il vecchio
cimitero e interi tratti di strada sono stati ingoiati dalle acque.
A
Piazzatorre
un fiume di fango ha sommerso il campeggio ed invaso alcuni
condomini. Travolti o seriamente danneggiati tutti i ponti della
Valle Stabina. Cancellata per 200 metri la strada che da Valleve
sale a
Foppolo.
A
Piazza Brembana,
all'altezza del Ponte dei Fondi, il Brembo ha accatastato contro le
fragili arcate detriti in grandi quantita' formando una diga che
sotto l'incalzare della piena ben presto cede, provocando una
gigantesca ondata. Pochi minuti dopo a Lenna franano gli argini
della statale sotto il viadotto della ferrovia. Un falegname,
Romeo
Cortinovis,
scende nel box vicino al Brembo per portare in salvo la sua
autovettura ma viene imprigionato e sommerso dal fango. Cede e
rovina nei gorghi una parte del vecchio Ponte delle Capre. In
localita' Baracca (Camerata
Cornello) macchinari e ruspe della Ditta Magnati vengono
spazzati via come fuscelli. Seriamente danneggiati il Ponte di
Pradinarco e quello di Orbrembo dove crolla una palazzina di due
piani. A San Giovanni Bianco le acque travolgono gli argini del
Lungo Brembo e invadono via Arlecchino e tutta la zona dei giardini
pubblici. Tutte le case lungo il corso del fiume vengono fatte
sgomberare. A San Pellegrino Terme le acque allagano in via San
Carlo il piano terra della caserma dei Carabinieri le cui famiglie
vengono tratte in salvo con i canotti.
All'altezza
della diga Enel si forma una barriera di piante, detriti, macigni e ben presto
le acque debordano paurosamente sulla statale allagando negozi e bar. Gli argini
della statale e delle provinciali laterali hanno ceduto in decine di punti,
quattordici solo nel tratto
Lenna e San
Pellegrino Terme. E intanto le acque limacciose continuano a scendere a
velocita' pazzesca trascinando nei vortici tronchi d'albero, carcasse di animali
e persino automobili. Ovunque sono caduti pali del telefono, fili della luce.
Sconvolto tutto il sistema degli acquedotti e delle fognature.
L'acqua che sgorga dai rubinetti e' color fango. I Soccorsi Da Bergamo salgono
le prime colonne di soccorso inviate dalla Prefettura ma devono fermarsi a San
Pellegrino Terme dove si organizza una base operativa presso la
Clinica Quarenghi.
Nella sede della Comunita' Montana Valle Brembana entra in funzione una
radiotrasmittente e si contituisce un unita' di crisi coordinata dal presidente
Pietro Busi. Un elicottero della Protezione Civile sorvola la valle prima che
faccia buio e viene cosi' effettuata una prima ricognizione utile a verificare
la situazione reale. Quando scende la notte, la statale fino a
San Pellegrino Terme
pullula di mezzi di soccorso dell'Esercito,
dei Carabinieri e della Polizia.
I Telegionali mandano in onda le prime immagini dei disastri provocati dall'alluvione
in
Val Brembana e in
Valtellina dove si registrano gia'
7 morti e 12 dispersi.
Da noi per il momento il bilancio e'
di una
vittima e
quattro dispersi.
L'alba di Domenica 19 Luglio e' tersa e serena. Il Brembo e' in lento deflusso,
ma lo spettacolo di rovine e di fango e' desolante. Presso la sede della
Comunita' Montana arrivano in elicottero i rappresentanti delle Istituzioni:
Prefettura, Protezione Civile, Forze Militari, Forestale, Provincia, Anas. Si fa
il punto della situazione e si accerta che le vittime sono cinque:
Angelo Salvetti,
22 anni di
San Giovanni Bianco,
travolto dalla furia delle acque al bivio di
Piazzatorre accanto
alla sua auto (il corpo verra' ritrovato il giorno seguente nelle
chiuse di Canonica d'Adda);
Barbara
Orlando
15 anni di
Bergamo;
Paola Tornaghi,
22 anni e il fidanzato
Marco Tamburrini
entrambi di
Milano;
Romeo
Cortinovis,
35 anni di Lenna. Ci si organizza per liberare dall'isolamento le migliaia di
turisti rimasti bloccati in valle Brembana.
A questo scopo entrano in azione 27 elicotteri con i quali si trasportano anche
generi di prima necessita' nei paesi ancora isolati. Nelle operazioni di
soccorso sono impegnati circa duemila uomini. La stagione turistica e'
irrimediabilmente compromessa. Molte fabbriche danneggiate dalla piena sono
costrette a chiudere. Il bilancio dei danni causati solo alle strade provinciali
e' di 14 ponti da ricostruire e 4 chilometri di strada asportati da rifare. Il
governo stanzia i primi 350 miliardi e la Regione altri 100, naturalmente per
tutte le zone alluvionate, compresa la Valtellina. Mercoledì viene ripristinata
la statale a San Pellegrino e, attraverso una serie di varianti provvisorie che
utilizzano il vecchio sedime ferroviario, e' ora possibile per i mezzi di
soccorso arrivare fino all'alta valle Brembana. Sabato 25 Luglio, ad una
settimana dall'alluvione, tutti i paesi sono di nuovo collegati, ultimi
Valtorta e
Mezzoldo. Ovunque
sono tornati in funzione energia elettrica e telefoni, e da qui avviare la
ricostruzione.

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Il popolo Vichingo
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Con il termine
Vichinghi
si denotano solitamente quegli
esploratori,
commercianti
e
guerrieri
norreni,
originari della
Scandinavia, che a
bordo di
navi
fecero scorrerie sulle coste delle
isole britanniche,
della
Francia
e di altre parti d'Europa
fra la fine dell'VIII
e l'XI
secolo. A questo periodo della
storia europea
(generalmente racchiuso fra gli anni
793 e
1066)
ci si riferisce normalmente con l'appellativo di
epoca vichinga.
Con questo termine ci si può anche riferire a tutte le popolazioni
che abitavano la Scandinavia di quegli anni e ai loro insediamenti
in altre parti d' Europa. I vichinghi facevano parte delle
popolazioni
normanne,
solo che il termine "vichingo" indicava un'appartenente a quelle
popolazioni costiere, insediate nei
fiordi
(vik significa infatti "baia"), che erano dedite alla
pirateria.
Famosi per la loro abilità di navigatori e per le lunghe barche, i
vichinghi in pochi secoli colonizzarono le coste e i
fiumi
di gran parte d'Europa,
le isole
Shetland,
Orcadi,
Fær Øer,
l'Islanda,
la
Groenlandia
e
Terranova; si
spinsero a sud fino alle coste del
Nordafrica e a est
fino alla
Russia
e a
Costantinopoli, sia
per commerciare che per compiere saccheggi.
Vi erano due diversi tipi di imbarcazioni vichinghe: le
drakkar
e le
knarr.
Le prime, utilizzate per le esplorazioni e le guerre, erano studiate
per essere veloci e maneggevoli, ed erano equipaggiate con
remi
per renderle indipendenti dalla presenza o meno del vento. I drakkar
avevano uno scafo lungo e stretto ed un basso pescaggio, per
facilitare lo sbarco di truppe in acque basse. Le knarr invece erano
navi mercantili, più lente ma con una maggior capacità di carico,
disegnate con uno scafo corto e largo e un profondo pescaggio. Sulle
knarr non erano previsti rematori.
I vichinghi sono conosciuti anche per essere stati i primi
esploratori del
Nordamerica,
raggiunto tra la fine del
X e
gli inizi dell'XI
secolo ben 5 secoli prima dei viaggi di
Cristoforo Colombo.
Dal
punto di vista geografico, l'epoca vichinga si è sviluppata non solo
nelle odierne
Norvegia, Danimarca
e
Svezia, ma anche in
quei territori che erano sotto il dominio delle popolazioni
nord-germaniche, vale a dire il
Danelaw,
la Scozia, l'Irlanda,
l'Isola
di Man,
ampie parti della
Russia e dell'Ucraina.
È da notare come le nazioni celtiche (cioè la
Scozia,
l'Irlanda,
il
Galles,
la
Bretagna
e la
Cornovaglia,
le prime nell'865
e l'ultima nel
722)
decisero di allearsi ai Vichinghi nelle loro battaglie contro gli
Anglosassoni.
Da ciò alcuni credono che derivi l'orgoglio di queste popolazioni
per quello che è visto come il loro retaggio vichingo
L'etimologia
del termine "Vichingo" è piuttosto vaga. Alcuni pensano che venga
dall'antica parola
norrena
vík, che significa "baia", "insenatura" o "piccola isola" e del
suffisso
-ing, che indica provenienza o appartenenza. Secondo questa
spiegazione, "vichingo" significherebbe "persona che viene dalla
baia".
Va anche notato che
Viken
era l'antico nome con cui era indicata la regione costiera dello
Skagerrak,
cioè la zona da cui venivano i primi vichinghi.
Una seconda teoria sostiene che l'etimologia del termine vichingo
vada ricercato nell'antico
inglese
wíc
parola che significa "villaggio commerciale" (derivata dal
latino
vicus, cioè "villaggio").
Nonostante l'immagine di feroci saccheggiatori che vivono per
depredare, il cuore della società vichinga era basato sulla
reciprocità, sia a livello personale e sociale che a livello
politico. I Vichinghi vissero in un'epoca in cui molte società si
macchiarono di atti violenti, e le azioni degli scandinavi, poste
nel contesto storico, non sono così feroci come sembrano oggi, per
esempio se confrontati ad azioni come quella di
Carlo Magno, che fece
decapitare
4.500
Sassoni in un solo
giorno per il solo fatto che non volevano convertirsi al
Cristianesimo.
I Vichinghi erano spesso commercianti; alcuni di essi si lasciarono
andare ai saccheggi, soprattutto di monasteri
britannici,
in quanto questi custodivano grandi quantità d'oro
e
argento
L'immagine di sporchi, selvaggi dai capelli lunghi che a volte è
associata con i Vichinghi nella cultura popolare, è una distorsione
della realtà. I resoconti relativi ai Vichinghi che ci sono
pervenuti sono stati scritti da autori
cristiani
non-scandinavi, ed è quindi possibile che ci sia un certo margine
d'errore. In
Inghilterra
i Vichinghi ebbero la reputazione di uomini "eccessivamente puliti"
a causa della loro abitudine di fare un bagno alla settimana, al
sabato
(al contrario di ciò che facevano i locali
Anglosassoni).
I viaggi dei vichinghi divennero sempre meno frequenti dopo l'introduzione
del cristianesimo in Scandinavia, tra la fine del
X e gli
inizi dell'XI
secolo. L'epoca vichinga viene convenzionalmente
considerata conclusa dalla
Battaglia di Stamford Bridge,
nel
1066.
Dopo aver sviluppato commerci ed insediamenti, dall'Europa giunsero
ai Vichinghi numerosi impulsi culturali. Il
Cristianesimo
cominciò a diffondersi in Scandinavia e, insieme alla crescita di un
forte potere centralizzato ed al rinforzarsi delle difese nelle zone
costiere dove i Vichinghi erano soliti compiere saccheggi, le
spedizioni predatorie divennero sempre meno profittevoli e sempre
più rischiose. Esse cessarono completamente nell'XI
secolo, con l'ascesa di re e grandi famiglie
nobili
e di un sistema quasi
feudale;
dopo l'anno
1000
infatti le cronache riportano di battaglie condotte dagli scandinavi
"contro" popolazioni vichinghe del
Baltico,
fatto che avrebbe portato alla partecipazione di
Svezia
e
Danimarca
alle
Crociate del Nord e
allo sviluppo della
Lega Anseatica.

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Il
Canto Alto
è una montagna alta 1146 m. Si trova all'interno del
Parco dei Colli,
sopra il paese di
Sorisole, al confine
con il comune di
Zogno. È l'ultima
elevazione della dorsale che separa i corsi dei fiumi
Brembo
e
Serio.
Nelle giornate limpide, dalla cima alta
1.146
metri
è possibile spaziare con la vista a 360°: a Sud è possibile ammirare
Bergamo
e la
pianura fino al profilo lontano degli
Appennini; ad Ovest
in primo piano vi sono
l'Albenza,
il
Resegone
e le
Grigne, sullo sfondo
il
Monte Rosa
e il
Monviso; a Nord si
ergono le cime delle
Prealpi Orobiche,
la
Presolana,
il
Pizzo Camino; a Est
il
Bronzone e le cime
bresciane.
In
passato è stato conosciuto con il nome di
"Piz
Dent" o "Pizzidente"
("piz" per la forma della vetta, "dent" dalla voce dialettale che
indica il nome della valle che scende dal Canto al paese di Sorisole).
È una cima particolarmente frequentata per la facilità d'accesso,
grazie alla vicinanza alla città e per il notevole panorama che si
può godere nelle giornate migliori.
I suoi pendii sono segnati da numerosi sentieri. La via d'accesso
più diretta è quella dall'abitato di Sorisole, ma è regolarmente
raggiunta anche da
Monte di Nese.
Per
la sua posizione strategica, come punto di osservazione sulle vie di
comunicazione fra
Valle Brembana
e
Valle Seriana,
nel corso del
medioevo
la cima fu presidiata con un fortilizio (o bastia), prima semplice
torre di avvistamento in legno, poi struttura più ampia, in
muratura, con una guarnigione di dodici uomini, ripetutamente
distrutto e ricostruito durante le aspre contese fra
guelfi
e
ghibellini,
definitivamente distrutto all'inizio del
XIV secolo
e non più ricostruito sotto la dominazione della
Repubblica Veneta (i
resti sono stati scoperti nel corso degli scavi per le fondamenta
della croce).
All'inizio del
XX secolo
sulla cima del Canto Alto fu innalzata una prima croce a
Cristo Redentore,
inaugurata il
14 settembre
1902. Il monumento,
finanziato con una sottoscrizione di offerte in tutta la
diocesi,
era composto da una base piramidale in muratura, contenente una
cappella, e da una croce, per un'altezza complessiva di circa venti
metri. Per le intemperie atmosferiche, l'incuria e il vandalismo,
andò in rovina in neanche mezzo secolo, distrutta infine da un
violento temporale nel
1948.
Su iniziativa della "Stella
Alpina",
sezione alpinistica dell'Unione Sportiva Olimpia di Bergamo, la
croce fu ricostruita e inaugurata il
25 maggio
1952, dedicata ai
caduti delle due
guerre mondiali
e ai caduti del bombardamento di
Dalmine
del
6 luglio
1944. Così il
vescovo
di Bergamo,
Adriano Bernareggi,
nell'occasione: «La Croce torni a dominare dall'alto le nostre terre
bergamasche e gli uomini dal basso cerchino in essa il simbolo della
fede ed il segno della speranza». Questo secondo monumento era
costituito da una base in muratura, un traliccio di ferro e una
croce, per un'altezza complessiva analoga a quella della struttura
precedente. Ma la seconda croce subì la stessa sorte della prima e,
ripetutamente colpita da fulmini, crollò.
Il
2 settembre
1979 è stata
inaugurata la terza croce, tuttora esistente, alta
32,5
metri,
interamente costituita da traliccio metallico, realizzata dai gruppi
locali dell'Associazione
Nazionale Alpini.
Più
di 500 Alpini e simpatizzanti hanno lavorato gratuitamente a 1.146
metri di altitudine col bello e col cattivo tempo, dopo una o due
ore di cammino (a seconda della vallata da cui provenivano), con
l’umiltà e la passione che contraddistinguono la nostra gente, per
un totale di 800 giornate lavorative, sotto l’occhio vigile del capo
cantiere alpino
Renato Milesi.
I materiali sono stati portati in vetta a spalla, parte con un
tratto di teleferica di
217 m.
e parte con tre tornate di voli d’elicottero.
Si è trattato di “portar su” 126 quintali di cemento, 20 metri cubi
di calcestruzzo già impastato, 38 quintali di ferro lavorato per
armatura, 50 quintali di barre di ferro zincato per la Croce, che è
alta 32,5 metri con le braccia di 12 metri.
L’impresa della ricostruzione è stata “storica” per vari motivi, non
ultimo il fatto che durante i lavori sono state trovate le tracce
dell’antica torre che vi venne innalzata in epoca medioevale.
Si tratta di una coincidenza non molto sorprendente, considerato il
lungo passato della nostra terra, ma che sottolinea l’importanza del
luogo dove è stata costruita la croce che gli Alpini hanno dedicato
a tutti i caduti della montagna.
Sul culmine del Canto Alto, in origine venne forse innalzata una
torre in legno che serviva per l’avvistamento e il controllo dei
colli retrostanti Bergamo fino alla valle Brembana.
Un’accurata sorveglianza poteva, mediante opportune segnalazioni e
in collegamento con un’altra torre situata sull’
Ubione,
all’imbocco della valle Imagna, mettere in guardia gli abitanti di
Bergamo e dei paesi vicini nei confronti di eventuali movimenti
sospetti. Antichi documenti confermano che all’epoca di
Bernabò Visconti
sul Canto Alto esisteva una torre, presidiata da dodici uomini e un
cane.
Quest’ opera resterà per tutti gli Alpini la testimonianza di gente
concreta e generosa, animata dal desiderio di portare con le
semplici mani calore, solidarietà e tanto bene a chi ne ha bisogno,
insomma … l’ amore di Alpini.

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Il popolo
Tibetano |
Le
notizie sull'origine del popolo
tibetano sono
poche ed incerte. Sembra, comunque, discendere dalle
tribù nomadi guerriere
Qiang che,
secondo documenti cinesi, già dal
II secolo AC
attaccavano i confini del potente
Impero Cinese.
Tuttavia, prima del
VII secolo,
non vi sono evidenze di presenza di un popolo politicamente
compatto.
Fino al
1950
il
Tibet
era uno stato sovrano indipendente governato dalla massima autorità
religiosa del
Buddhismo tibetano,
il
Dalai Lama. In
quell'anno l'Esercito
di liberazione popolare, facente capo alla
Repubblica
Popolare Cinese guidata da
Mao Zedong,
invase il Tibet, adducendo, come motivazioni verso l'esterno, il
fatto che il Tibet, secoli prima, era stato conquistato dai
Mongoli e
appartenevano allo stesso
impero.
Nel
1956
il Governo cinese costituì il Comitato
Preparatorio per la Regione Autonoma del Tibet.
Tenzin Gyatso (XIV
Dalai Lama) presiedeva il comitato, ma si rese conto che gli
altri appartenenti erano molto dipendenti dalle decisioni del
governo centrale.
Nel
1957
scoppiò una rivolta nel Tibet orientale che si estese a
Lhasa nel
1959.
Nello stesso anno l'Esercito di liberazione popolare
schiacciò la rivolta e costrinse il Dalai Lama alla fuga e il
17 marzo
lasciò il
Palazzo del Norbulingka
travestito da soldato e scappò in
India
dove costituì il
Governo
tibetano in esilio.
Il
1° settembre
1965
nacque ufficialmente la Regione Autonoma del Tibet nota
internazionalmente con l'acronimo di TAR
(Tibet Autonomous Region). In concordanza con gli
articoli 111 e 112 della
Costituzione
della Repubblica Popolare Cinese e seguendo l'esempio
dell'Unione
Sovietica, il governatore doveva essere di etnia
tibetana,
controllato dal locale segretario del
Partito
Comunista Cinese, generalmente un cinese di etnia
Han.
La Cina governò quello che rimaneva del Tibet con la forza e la
repressione. Con la Rivoluzione
Culturale vennero uccisi circa 1,2 milioni di tibetani,
6.254 monasteri distrutti, circa 100.000 tibetani nei campi di
lavoro e deforestazione indiscriminata.
Nel
1976,
dopo la morte di Mao, visto il clima di rivolta sempre nell'aria, i
Cinesi si resero conto che non potevano continuare a governare la
Regione Autonoma del Tibet sempre nello stesso modo. Per questo
Hua Guofeng
successore di Mao, invitò il Dalai Lama a ritornare in Tibet. Questi
considerò con cautela l'invito e, dopo avere mandato una commissione
per valutare il rientro (con il consenso cinese) decise di rimanere
in India.
Deng Xiaoping
sostuì Hua Guofeng ed inviò in Tibet una commissione per valutare la
situazione del Tibet. A seguito di questa venne stabilito un piano
per cercare di migliorare le condizioni di vita dei tibetani
riducendo per due anni le tasse, consentendo un minimo di iniziativa
privata e facendo riaprire il
Jakong e il
Palazzo del Potala.
Nei primi
anni ottanta
vennero diminuiti leggermente i divieti relativi all'osservanza
della religione e vennero riaperti alcuni monasteri. Questo era per
riaprire il colloquio con il Governo tibetano in esilio in modo che
il Dalai Lama fosse più vicino all'influenza cinese e che andasse in
Cina dove avrebbe potuto ricoprire qualche incarico da funzionario.
Egli rifiutò e nel
1983
i colloqui furono interrotti definitivamente e l'invito al Dalai
Lama fu ritirato.
Da allora ci
sono state sporadiche rivolte (per lo più non armate) per
l'autonomia del Tibet contro il Governo cinese, condotte
principalmente da monaci e monache. Il Governo cinese, oltre a
reprimere con la forza queste proteste, cerca di favorire
l'immigrazione di cinesi di etnia Han nella Regione Autonoma del
Tibet, anche grazie alla
Ferrovia del Qingzang
che dal 2006 collega Lhasa a
Pechino
e al resto della Cina. Si stima che questa porterà in Tibet 40
milioni di non tibetani (contro circa 6,5 milioni di
tibetani).
Il turismo è stato incrementato, ma le guide turistiche cinesi
vengono favorite rispetto a quelle native alle quali viene impedito
di svolgere la professione, nel caso in cui fossero scappate in
India in precedenza.
A tutt'oggi
Tenzin Gyatso (XIV
Dalai Lama) non richiede più l'indipendenza e la sovranità
del Tibet, anche tramite pressioni internazionali, ma solo una vera
autonomia della Regione Autonoma del Tibet ed il rispetto dei
diritti umani
dei tibetani.

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Il complesso
megalitico di Stonehenge è stato
costruito nella pianura di Salisbury,
in Gran Bretagna, all'incirca nel 3200 A.C., cioè all'epoca in cui
vennero costruite le grandi piramidi in Egitto.
La costruzione ha una forma circolare, del diametro di qualche
decina di metri; è composta da vari anelli di pietre alte e strette,
alcune delle quali sormontate da altre lastre di pietra. Inoltre vi
si possono osservare alcune serie di buche nel terreno, disposte in
forma circolare.
Si pensa che questo complesso sia stato progettato dagli antichi
abitatori della regione non soltanto come un luogo di culto, ma
anche come un immenso calendario, dopo una paziente osservazione del
cielo, per tenere traccia del trascorrere dei mesi, delle stagioni e
degli anni.
Certamente Stonehenge
contiene molti riferimenti al moto del Sole e
della Luna; il numero di pietre e di buche nei vari anelli
sembra essere legato a qualche ciclo astronomico, come quello delle
fasi lunari. Inoltre le direzioni degli allineamenti fra le varie
pietre coincidono pressapoco con alcuni punti della volta celeste,
che corrispondono ad eventi periodici come il sorgere e il
tramontare del Sole ai solstizi.
Per esempio, il giorno del solstizio d'estate, il Sole sorge in un
punto più a settentrione rispetto a tutti gli altri giorni
dell'anno. Quel giorno, stando nel centro del cerchio di pietre, si
può vedere sorgere il Sole circa al di sopra di una pietra
particolare detta "Heel Stone", che si
trova lungo l'asse della costruzione.
Il complesso di Stonehenge sembra cioè allineato in modo non
casuale. Tuttavia, anche se Stonehenge racchiude un notevole
simbolismo di carattere astronomico, non è ancora chiaro se fosse
davvero un luogo di studio dei fenomeni celesti, come sostengono
molti studiosi, o fungesse solo come un calendario per le ricorrenze
stagionali, come la semina e la raccolta del grano.
Gli allineamenti fra le rocce non sono molto precisi, e spesso gli
studiosi hanno elaborato delle teorie "a posteriori" per spiegare la
posizione delle pietre.
Alcuni sostengono addirittura che questo complesso servisse per
prevedere il verificarsi delle eclissi. Una volta note la lunghezza
dell'anno e del mese, facilmente determinabili, sarebbe stato
necessario però conoscere la periodicità del moto dei nodi
dell'orbita lunare: un'eclisse avviene solo quando Sole e Luna si
trovano in prossimità di un nodo. È improbabile che gli antichi
abitatori del luogo avessero conoscenze così avanzate.
In ogni caso, le eclissi
rappresentavano per l'antica popolazione del luogo un evento molto
importante, forse un presagio di sventura come in molti altri popoli
del passato.
William Stukeley, uno studioso del
1700, avanzò l'ipotesi che Stonehenge sia stato costruito dai
Druidi come tempio per il culto del
serpente (tempio detto "Dracontia").
Il simbolismo del serpente si ritrova spesso correlato alle eclissi,
anche in altre culture antiche come quella cinese: durante l'eclisse
un gigantesco serpente ("draco" in latino)
inghiottirebbe il Sole o la Luna. Non a caso, forse, l'intervallo di
tempo necessario affinché la Luna ritorni allo stesso nodo si chiama
"mese draconitico": i
nodi dell'orbita lunare, punti invisibili della sfera celeste,
vengono identificati come il "serpente", che simboleggia in questo
caso le forze ignote e misteriose del cosmo.

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I Clanezzesi
sono sempre stati gente di frontiera (....lo sono tuttora) e sempre
pronti ad affermare a denti stretti la loro identità dando parecchio
filo da torcere a Ubiale sede del
comune, come peraltro è avvenuto in tempi recenti con un tentativo
di distacco dal comune ubialese per confluire nel territorio di
Almenno San Salvatore arrivando a un
referendum che fallì per un solo voto.
Si è detto che Clanezzo era terra di
confine, proprio da estrema frontiera ben evidenziata sul versante
di valle: verso gli Almenno dal Torrente Imagna; sul versante di
fronte stava il “Casino” (c’è tuttora,
la costruzione risalente al 1500 con
funzione di “stal” o”stalù” perciò luogo di sosta dei carriaggi
commerciali che percorrevano la strada di Valle Brembana). Ma c’è
sempre momento di collegamento anche tra gli stati che potrebbero
essere tra loro belligeranti. Ed ecco il possente millenario
“Ponte di Attone”
fatto costruire dal tale Attone a quei tempi proprietario di
quelle terre, che da Almenno scende verso il fondo dell’ Imagna
andandosi ad attestare davanti ad una robusta torre quadrata detta
“la dogana”
che era contestualmente posto di controllo dei transiti tra le due
sponde terminali della Valle Imagna e sede della “gabella” che
imponeva dazi ai commerci che utilizzavano tale via di
comunicazione. Ed ecco il “porto” al
quale attraccava il traghetto che faceva la spola tra le due rive
del Fiume Brembo trasportando merci e persone. Era un collegamento
importante perché in riva sinistra del fiume scorreva la strada di
collegamento della Valle Brembana con Bergamo; allora ed ancora per
alcuni secoli non ci sarebbe stato il collegamento viario diretto
completato soltanto pochi anni fa, in sponda destra del fiume, tra
Ubiale, Bondo e Clanezzo. Peraltro il “Casino” era allora magazzino
di sosta delle merci provenienti da Clanezzo o dirette a Clanezzo.
La dogana aveva proprio personale di scolta e di gabellieri, il
porto aveva il suo addetto chiamato
“portolano”.
Dell’esistenza del
“porto” - forse un po’ pomposa la definizione della struttura - si
ha certezza documentale già dal 1614.
Il “portolano” operava in un edificio tuttora esistente che nei
secoli ospitò pure un’osteria con alloggio che venne chiusa nel
1829 perché non era proprio
“tranquilla” (e come lo sarebbe potuta essere un’osteria di
frontiera?) e più tardi l’ufficio postale ed abitazioni abbandonate
in tempi molto recenti dall’ultima abitante. Il tutto - Ponte Attone,
Dogana, antica osteria-costituisce un piccolo ammaliante borgo
medioevale sotto il quale scorre un garrulo torrente che va a morire
nell’ Imagna, tuttora ammirabile. Vi si arriva dall’ampia mulattiera
selciata che si diparte di fronte al Castello, oppure percorrendo il
Ponte Attone, o dal Casino, passando sul “put
che bala”, il “ponte che balla”, uno dei primissimi
realizzati con la tecnica delle funi portanti ancorate sulle due
rive, nel 1800 in Italia. Il servizio su barca continuò fin quasi
alla fine del 1800 quando le storie del traghetto e del “put che
bala” si intrecciano. Scrive Umberto Gamba
nella sua storia di Clanezzo che nel 1875 fu rinnovata la
concessione di attraversamento del fiume con battello.
Lo storico precisa
però che nel 1878 tale Vincenzo Beltrami
(la Famiglia Beltrami trova ampio spazio nella storia
clanezzese) progettò e costruì il ponte sorretto dalle funi, opera
di arditissima ingegneria per quei tempi. Traghetto e ponte
entrarono dunque in un conflitto che si risolse a favore del ponte,
forse perché era evidente la maggior funzionalità e la maggior
convenienza finanziaria (pur se si doveva pagare un tributo per
passarvi sopra) di tale struttura nel confronto col traghetto che
magari cominciava già a lamentare qualche problema di funzionamento
per le mutate condizioni del Brembo (meno acqua e perciò difficoltà
di navigazione, forse). Fatto sta che il traghetto viene abbandonato
e non si sa quando esattamente cessò il suo andirivieni tra le due
rive del Brembo. D’altro canto, il ponte avendo problemi di
manutenzione che il privato proprietario aveva difficoltà a
risolvere, con disagi conseguenti ai cittadini, venne preso in
possesso nel 1913 dal Comune
accollandosi le spese per i futuri consolidamenti. Siamo ormai alle
soglie del ‘900 e da Bergamo è già arrivata la ferrovia che ha
trovato ad accoglierla la mulattiera che sale dal ponte fino ai
binari, per cui si costruisce la stazione di Botta e Campana. E del
traghetto non si ricorda più nessuno. Clanezzo però è ancora
completamente isolata: non c’è strada verso monte, ci sono soltanto
le due mulattiere delle quali si è parlato. La situazione si sblocca
nel 1925 quando la società che ha in
proprietà il Castello ed il Monte Ubione decide la costruzione del
ponte ad arco, elegantissimo, sull’ Imagna collegando direttamente
in quota i due pianori che si fronteggiano sul torrente. Il
manufatto (si precisa che fu il primo ponte in cemento armato
costruito in Italia) è di proprietà privata ma lasciato in uso
pubblico. Poi anche per questo manufatto avverrà quanto avvenuto per
il “put che bala”.
E’
storia del recentissimo passato. Ci sono problemi di staticità del
manufatto, la proprietà non ritiene di dover intervenire, il Comune
ne chiede l’acquisizione che avviene a costo zero per l’ente locale
e recupera la struttura facendo riferimento a finanziamenti
regionali, provinciali, della Comunità montana di Valle Brembana
(con piccolo obolo della Comunità montana di Valle Imagna) e dei due
comuni di Ubiale Clanezzo e Almenno

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La
battaglia di Legnano
29 maggio 1176 |
Dopo la caduta dell’
Impero romano, la Padania aveva
ritrovato autonomia politica con i Longobardi che l’avevano
unificata sotto un solo potere politico (con l’eccezione della
laguna veneziana che era rimasta formalmente sottomessa a
Bisanzio, ma che in realta’
cominciava a costruire la sua gloriosa storia di liberta’). Con
l’invasione dei Franchi e con le successive vicende storiche, la
Padania era entrata a far parte dell’
Impero Romano-Germanico su cui regnava nella seconda meta’
del XII secolo l’imperatore Federico
di Hohenstaufen, detto "il Barbarossa". Fino ad allora il
così detto Regno d’Italia (comprendente la Padania e la Toscana)
aveva goduto all’interno della struttura imperiale di notevoli
autonomie che significavano per i Comuni un regime di quasi totale
liberta’, appena limitata da una formale sottomissione
all’imperatore e al dovere di pagargli dei tributi poco piu’ che
simbolici. Il Barbarossa decide di cambiare la politica tollerante
dei suoi predecessori e, sceso con prepotenza in Padania, pretende
dai Comuni il pagamento di esosi contributi e impone la nomina di
funzionari amministrativi imperiali. La sua intrusione e’
inizialmente favorita dalle solite divisioni fra i Padani che il
Barbarossa fomenta con abilita’: queste lotte fratricide portano nel
1162 alla distruzione di Milano (la
piu’ potente citta’ lombarda, ma anche il primo centro simbolico
della Padania fin dai tempi dei Celti), cui partecipano milizie di
altre citta’ padane. Il sacrificio di Milano accresce le pretese
imperiali e fa pero’ anche finalmente aprire gli occhi a tutti i
Comuni sulla necessita’ di una unita’ contro il vero nemico. Si
formano cosi’ prima la Lega Veronese (1164)
e poi, anche per l’opera infaticabile di Oberto da Pirovano,
arcivescovo di Milano, la prima Lega
Lombarda. La decisione di muovere contro il Barbarossa da
parte della Lega Lombarda era maturata da tempo. Nell'ultima
settimana di maggio era opinione diffusa che il nemico non fosse
ancora arrivato a Bellinzona, quindi
la mattina dello scontro una parte delle truppe era in marcia sulla
strada di Legnano, mentre il grosso della fanteria era ancora di
stanza Milano. Invece Federico I era molto piu' vicino di quanto
pensassero, e dopo aver passato la notte accampato a Cairate si
rimise in marcia per raggiungere Pavia e attraversare il Ticino.
In testa alla colonna dell'esercito tedesco quella mattina c'era un
gruppo di cavalieri che andava dai trecento ai cinquecento, che
passando a sud del comune di Busto Arsizio
finirono per incappare in una squadra di esploratori lombardi.
Il primo contatto avvenne sul territorio di Borsano: documenti
dell'epoca dichiarano che l'avanguardia tedesca era numericamente
inferiore, ma presto fu raggiunta dal grosso dell'esercito
imperiale.
Nonostante che al Barbarossa fosse stato consigliato di ordinare la
ritirata egli attacco' con vigore i cavalieri lombardi e li
costrinse alla fuga. Secondo i cronisti dell'epoca l'intenzione dei
lombardi era quella di ripiegare fino al
Carroccio, per ricongiungersi col grosso della cavalleria che
era di stanza a Legnano, invece la ritirata si trasformo' in una
fuga disordinata e l'esercito dei Comuni fu investito dal panico.
I cavalieri abbandonarono il campo lasciando scoperto un lato del
Carroccio, mentre dall'altra parte restarono solo i fanti.
A quel punto le linee dei fanti si strinsero seguendo istintivamente
il modello della falange latina, ma le cariche della cavalleria
tedesca si fecero via via piu' devastanti.
Le prime quattro linee di difesa crollarono una dopo l'altra, mentre
la quinta riusci' a resistere. Le cariche della cavalleria imperiale
durarono a lungo, e nel frattempo i cavalieri lombadi che secondo
una fonte attendibile si erano fermati a meno di un chilometro oltre
il Carroccio, si ricongiunsero con le truppe fresche che nel
frattempo erano arrivate da Milano.
I lombardi si riorganizzarono, quindi decisero di soccorrere i fanti
che ancora difendevano il carro attaccarono di sorpresa le truppe
gia' fiaccate dai ripetuti assalti.
Grazie alla forza ed al valore dei cavalieri che difesero il
Carroccio, la bandiera resistette agli attacchi degli uomini del
Barbarossa e cosi' la compagnia della Morte,
guidata dal leggendario Alberto da Giussano,
ebbe modo di sferrare l'attacco decisivo con i suoi cavalieri che in
un'unica azione uccisero il portatore delle insegne imperiali e
costrinsero il Barbarossa a fuggire abbandonando il proprio cavallo.
La scomparsa dell'imperatore e delle insegne getto' nel panico il
resto dell'esercito, che si lancio' in una disordinata fuga in
direzione del Ticino.
I tedeschi scapparono per 14 chilometri, ma la rotta non salvo' le
centinaia di guerrieri che furono trafitti o annegarono nel fiume.
Il sole ormai stava per calare e l'esercito imperiale aveva subito
una delle sue disfatte piu' rovinose
La figura di
Alberto
da Giussano
si pone tra la storia e la leggenda. Sembra che Alberto fosse il
cavaliere lombardo che comandò
la Compagnia
della Morte,
ultima difesa del
Caroccio,
baluardo della Lega contro l'invasore. La Compagnia era formata da
900
giovani
cavalieri
che al grido "Per Sant Ambrogio! Vittoria o Morte!" fu decisiva
nelle sorti della
Battaglia di Legnano.
Un'aura di mistero avvolge la leggendaria vita di Alberto da
Giussano, di cui non si conosce praticamente nulla. Sembra che i da
Giussano fossero una nobile e ricca famiglia di probabili origini
longobarde. In compenso sul suo conto sono sorte diverse leggende e
poemi.

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Simone Pianetti
(nato a
Camerata Cornello nel
1858), alto, biondo e impenitente
donnaiolo, di temperamento a dir poco sanguigno lo si era notato in
gioventu' quando, in preda all'ira, pare avesse addirittura sparato
un colpo di fucile all'indirizzo del padre, fortunatamente senza
colpirlo. E fu probabilmente con sollievo che il padre stesso gli
consegno' le ottomilalire della sua parte di eredità allorchè il
giovane decise di tentare l'avventura in America, come era
consuetudine dei giovani dei nostri paesi ad inizio secolo. Ma per
fortuna in America bisognava avere voglia di sgobbare o senso degli
affari, e non era precisamente il caso del nostro che anzi, stando
alle testimonianze di altri emigrati della
Pianca (frazione di San Giovanni Bianco) perpetro' in quelle
regioni molti fatti poco onorifici. Tant'è che il padre dovette ben
presto provvedere a spedirgli i soldi necessari per il viaggio di
ritorno a Camerata Cornello, Qui sposo' una brava donna di nome
Carlotta e divenne padre di nove
figli. Ad un certo punto pero' decise di avviare una trattoria con
sala da ballo ed ecco che cominciano le traversie che lo porteranno
a divenire tristemente famoso. Siamo in un epoca in cui il ballo era
ancora considerato divertimento tra i piu' sconvenienti e ben presto
il Pianetti si ritrovo' perseguitato dal Parroco e dalle autorità,
con l'accusa di favorire fatti contrari al buon costume e di mettere
a repentaglio le virtu' delle ragazze che frequentavano il suo
locale. A complicargli le cose stavano poi anche le sue idee
politiche. Si dichiarava seguace del liberale
Bortolo Belotti, che conosceva di
persona, ma le sue tendenze erano chiaramente di orientamento
anarchico. E sopratutto anticlericale. Finì insomma che un
ordinanza del sindaco gli revoco' la licenza dell'esercizio, al che
il Pianetti decise di trasferirsi a San
Giovanni Bianco dove cerco' di rifarsi come mugnaio. Ma non
cambio' il suo carattere iroso ed arrogante, che lo rese inviso un
po' a tutti, e cosi' anche il mulino elettrico si rilevo' in breve
tempo impresa fallimentare. Le bollette della corrente e le cartelle
delle tasse finirono per rovinarlo e il nostro si ritrovo'
completamente a terra, pieno di debiti e con moglie e sette figli da
mantenere. Ed è qui che cominciarono a covare in lui il complesso di
persecuzione, il rancore e l'istinto della vendetta, destinati ben
presto ad esplodere.
Il Pianetti, che
aveva allora l'età di 56 anni, compila una lista di ben
quaranta nomi di suoi presunti
nemici e la mattina presto di lunedì 13
Luglio 1914 esce di casa con in spalla un fucile a tre canne.
Fu visto alla Roncaglia e poi a
San Gallo, ma non trovo'
evidentemente le vittime designate e, tornato in paese, si avvio'
lungo il sentiero di Oneta. Aspetto' fino alle 10.00 che il Dott.
Domenico Morali tornasse dal roccolo
dove era solito recarsi ogni mattina per dare il becchime agli
uccelli da richiamo ed esplose contro di lui due fucilate da breve
distanza. Morte istantanea. Da Oneta al Cornello in cerca del
Sindaco Cristoforo Manzoni che,
forse avvertito, aveva pero' pensato bene di nascondersi ben armato
nel suo roccolo poco distante. Il Pianetti prosegui' allora per
Camerata, entro' nel palazzo comunale e a bruciapelo sparo' sul
segretario Abramo Giudici
uccidendolo sul colpo. Ai colpi di fucile, scese precipitosamente
dal piano superiore la figlia Valeria
27 anni. Orribilmente sfigurata al volto. Quarta vittima, a poche
decine di metri, il calzolaio Giovanni
Ghilardi, ucciso mentre stava per consumare il pranzo di
mezzogiorno. La scampo' per miracolo la moglie, dopo aver implorato
il Pianetti in ginocchio. Ma la strage continua. In balia ormai di
un' incontrollabile pulsione omocida, il nostro va alla ricerca di
altre vittime e le trova sul sagrato dove stanno tranquillamente
chiacchierando il Prevosto Don Camillo
Filippi, il cursore e sacrista
Giovanni Giupponi e un tal Gusmaroli.
"Oh, il signor Pianetti, che miracolo da 'ste parti ?" chiese
il prevosto. "Lu la sa ol perchè" risponde il Pianetti. E
immediatamente un colpo al petto stronca il povero prevosto che
stramazza a terra in un lago di sangue. Il Gusmaroli sviene (e fu
certamente la sua fortuna) mentre il Giupponi cerca di fuggire ma,
fatti pochi passi, viene mortalmente colpito alla schiena... non e'
ancora finita. Il Pianetti sale alla Pianca, raggiunge
Cantalto e va' alla ricerca di una
certa Caterina Milesi, detta Nella.
Entra in casa e dopo averla rimproverata di aver parlato dei fatti
suoi al giudice conciliatore spara l'ennesimo colpo mortale. Alla
scena assiste terrorizzato il nipotino di 9 anni della donna. Sono
le 3 del pomeriggio.
Dopo
la strage, il Pianetti si diede alla macchia sulle montagne
dell'Alta Val Brembana (Monte Cancervo), trovando la complicita' di
pastori e carbonai che lo sfamavano con polenta e formaggio,
facendolo dormire nelle loro baite, perche' lo vedevano non come un
assassino qualunque ma bensi' come un imperterrito
"giustiziere" . Le autorita' dello
stato per non fare del Pianetti catturandolo, un eroe dell'anarchia,
ne favorirono la fuga, mentre in tutti i paesi si moltiplicarono le
scritte sui muri "W PIANETTI" .
E' certo che nel
corso della sua latitanza fu aiutato a sopravvivere da diversi
mandriani, ma nessuno di essi oso' denunciarlo sia per paura, sia
fors'anche per istintiva avversione verso gli uomini in divisa.
Passarono
settimane, mesi e a poco a poco le ricerche si allentarono. Di
Simone Pianetti non si ebbe piu' notizia. Qualcuno parlo' di un suo
ultimo incontro con il figlio Nino in una baita sul Monte Pegherolo, sopra Piazzatorre. Chi disse
che era precipitato in qualche dirupo. Chi disse che era fuggito a
Milano o forse in America. Ma nessuno l'ha mai saputo con certezza.
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Severo Sini è nato il 19/8/1930 a
Berck Sur-Mer, in Francia, da madre
francese e da padre di origine italiana.
Alla fine del conflitto mondiale, si è stabilito a Bologna, dove,
mentre terminava gli studi superiori, ha sviluppato particolari
interessi per la speleologia ed il naturalismo iniziando le sue
raccolte di erbe, di minerali e di resti preistorici nell'Appennino
Tosco-Emiliano e nel Carso Triestino. Trasferitosi a Genova
negli anni 50 per motivi di lavoro, ha aderito a
PRO NATURA e ha stretto amicizia con il
Professor Luigi Cagnolaro (ora Direttore del Museo Civico di storia
naturale di Milano). Sposatosi nel 1957 a Villa d'Almè ha formato
una numerosa
famiglia,
continuando, nonostante gli impegni familiari e lavorativi, ad
ampliare le sue collezioni che sono divenute nel 1973 "Museo
Civico di scienze naturali" di cui Sini è stato nominato
Direttore onorario ed unico curatore.
Le varie collezioni per molti anni sono state ospitate in luoghi
diversi messi a disposizione dal Comune attendendo una sede idonea.
Nel frattempo egli ha promosso la cultura scientifica a tutti i
livelli attraverso visite guidate, mostre, conferenze e
pubblicazioni.
Ritiratosi dal lavoro nel 1985, ha dedicato gli ultimi anni della
sua vita agli scavi archeologici sotto la guida della Soprintendenza
Archeologica della Lombardia e ha partecipato con entusiasmo agli
scavi del Sitio di Solentiname , in
Nicaragua.
Semplicità, naturalezza, disponibilità, accompagnate da grande
competenza e professionalità, sono le doti a lui riconosciute non
solo a Villa d'Almè nel "suo" e nostro museo, ma anche in tutte le
parti d'Italia e del mondo in cui ha prestato la sua preziosa opera
di ricercatore. Successivamente ha pubblicato due cataloghi di
reperti ritrovati e collocati nel Museo Archeologico di Solentiname
che, insieme al
Parco Naturale di SIAPAZ,
gli sono stati dedicati, dopo la sua scomparsa avvenuta il
26 Marzo 1997, come
ringraziamento per il lavoro svolto.
Nel Museo Civico di Villa d’ Almè sono presenti numerosi reperti
differenziati in varie sezioni: la sezione
mineralogica è sicuramente la più consistente, seguita da
quella dei fossili ritrovati
soprattutto in val Brembana, dalla sezione degli
insetti soprattutto farfalle, dalla
sezione malacologica (conchiglie), dai
vertebrati, in particolare mammiferi
uccelli e rettili e infine vi si trova pure
l’erbario una raccolta di specie arboree ed erbacee di varie
regioni d'Italia che il ricercatore iniziò nel periodo giovanile
(17-18 anni).
www.museosini.it

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Il trenino dell'Eiger |
La
Jungfraujoch
è tutt'oggi la più alta stazione ferroviaria d'Europa con i suoi
3454 metri e
continua ad essere una delle principali attrazioni turistiche
svizzere.
L’ uomo del XIX
secolo era desideroso di conquistare la natura. E fra le prime cose
rivolse lo sguardo alle Alpi svizzere. Per secoli le loro vette
inaccessibili, con le rocce e i ghiacci frastagliati, avevano tenuto
l’uomo a rispettosa distanza, ma ora non più. Al principio
dell’Ottocento gli alpinisti riuscirono a scalare i
4.158 metri della Jungfrau. Pur non
essendo la montagna più alta è senz’altro fra le più spettacolari
delle Alpi.
Alla fine dell’Ottocento
vari uomini intraprendenti cominciarono a chiedersi cosa fare perché
questa vetta fosse accessibile a più persone e non solo a un esiguo
numero di scalatori temerari.
Per più di vent'anni, imprenditori ed ingegneri avanzarono proposte
che consentissero di portare i turisti in cima alla Jungfrau, tra le
quali una che prevedeva di "sparare", per mezzo di aria compressa,
veicoli pieni di turisti in un "tubo".
Il governo svizzero
considerò varie proposte e scelse i progetti di
Adolphe Guyer-Zeller, un industriale
di Zurigo. Anzitutto egli dovette organizzare una spedizione
scientifica sulle sommità alpine per dimostrare che operai e turisti
potevano sopravvivere a quelle altitudini. Costruire una ferrovia
che arrivasse così in alto era un lavoro colossale, specie con i
limitati mezzi tecnici di allora.
Il materiale di
sterro sarebbe stato evacuato tramite la creazione di aperture sui
lati della montagna, che dopo il completamento della ferrovia sono
diventate delle vere e proprie finestre, in corrispondenza delle
quali i treni si fermano per consentire ai passeggeri vedute
impareggiabili delle vallate sui quattro lati.
I suoi progetti
prevedevano l’uso della ferrovia di
Wengernalp, che già collegava le valli alpine di
Lauterbrunnen e Grindelwald sotto la
Jungfrau. Per prolungare la linea fin sulla cima, Guyer-Zeller
propose di costruire una galleria di 7 chilometri in salita nelle
viscere dell’ Eiger e del
Mönch,
le due famose vette vicine alla Jungfrau. Così la linea
sarebbe stata al riparo dalle intemperie.
I lavori iniziarono nel
luglio 1896. Ci vollero due anni per
portare a termine il primo tratto all’aperto, dal passo della
Piccola Scheidegg alla stazione di
Eigergletscher, una distanza di
appena 2 chilometri. Il lavoro successivo fu quello di cominciare a
scavare la galleria dell’Eiger. Mentre si avvicinava l’inverno
1898/99, varie centinaia di uomini che lavoravano al traforo si
preparavano ad essere completamente tagliati fuori dal resto del
mondo da enormi quantità di neve.Sorse un vero e proprio villaggio
con gli alloggi per gli addetti ai lavori e i depositi per le
provviste. Si dovettero fornire centinaia di quintali di viveri,
materiali da costruzione e combustibile. Le provviste dovevano
durare fin verso la fine della primavera, allorché la ferrovia di
Wengernalp avrebbe ricominciato a funzionare.
Gli uomini scavavano 24
ore su 24, in tre turni di otto ore ciascuno. Ma le operazioni di
scavo attraverso la montagna ebbero un prezzo. L’esplosione di una
mina provocò un terribile incidente in cui persero la vita sei
persone. Tuttavia il 7 marzo 1899
gli uomini portarono a termine il secondo tratto, fino alla stazione
di Eigerwand. Dalle finestre della stazione potevano vedere la
Piccola Scheidegg, ora distante più di quattro chilometri e, giù in
lontananza, il lago di Thun.
Il 3 aprile 1899 la
morte improvvisa di Adolphe Guyer-Zeller inferse un duro colpo
all’impresa. Ma sotto la direttiva dei suoi figli venne portato a
termine il tratto successivo, fino alla stazione di
Eismeer, che si trova a
un’altitudine di 3.160 metri. Questo tratto fu aperto nel luglio del
1905.Negli anni che seguirono si procedette a rilento. La vita
massacrante in quell’ambiente inospitale rendeva nervosi e
irritabili gli uomini e ne indeboliva le forze. Nondimeno il
21 febbraio 1912 fu aperto con
l’esplosivo l’ultimo tratto di galleria nella roccia dello
Jungfraujoch (che significa "Giogo della
Jungfrau", la sella fra il Mönch e la Jungfrau). Il panorama
che si presentava agli occhi era tale da lasciare senza fiato: vette
innevate e ghiacciai sullo sfondo di un cielo azzurro intenso, il
tutto illuminato dagli scintillanti raggi del sole!
La stazione ferroviaria più
alta d’Europa, quella dello Jungfraujoch, a 3.454 metri di altezza e
a 9,3 chilometri di distanza dall’inizio della ferrovia, venne
inaugurata il 1° agosto 1912. L’idea
originale di arrivare proprio in cima alla Jungfrau (700 metri più
su) dovette essere abbandonata, soprattutto a causa del costo e
perché sulla cima non c’era spazio per le folle di visitatori
previste. Il progetto era già costato cinque milioni di franchi
svizzeri in più rispetto al preventivo di dieci milioni. Invece dei
previsti 7 anni, ce n’erano voluti 16.

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Rifugio Calvi |
Quando si parla delle
nostre valli non ci si può certo dimenticare delle montagne che le
formano. Migliaia di escursionisti ogni anno percorrono i numerosi
sentieri alpini per raggiungere i vari rifugi del CAI e le decine di
vette che compongono le prealpi orobiche. Senza ombra di dubbio il
rifugio più "battuto" della val Brembana è il
rif. Calvi dato che è facilmente raggiungibile anche da persone non avvezze a
lunghe camminate o a passaggi pericolosi ed esposti. Esso è
dedicato a quattro fratelli: Attilio, Santino, Giannino,
caduti
da eroi durante la prima guerra mondiale e Natale precipitato
dalla parete nord dell'Adamello nel 1920. Il sentiero (sarebbe
meglio dire "stradina") parte da Carona
e risale la valle
attraversando la caratteristica frazione di
Pagliari; in questa
località gli escursionisti hanno la possibilità di optare
per il sentiero vecchio, molto più naturalistico e selvaggio, però
rare sono le persone che abbandonano la comodità della
stradina...Arrivati a metà percorso si giunge a
Prà del Lac
(1650m), un piccolo laghetto naturale molto bello e circondato da
prati, che per molti, soprattutto famiglie, si rivela la meta della
giornata. Da qui sulla sinistra parte il sentiero per il
rif. Longo
e il lago del Diavolo, mentre proseguendo sulla stradina si risale
in maniera decisa fino a trovarsi di fronte al muraglione della diga
del lago di Fregabolgia (1957m.); fà una certa impressione trovarsi
alla base di questo manufatto costruito verso la metà del secolo
scorso e che segna all' escursionista la fine delle fatiche visto
che si trova a circa 15 minuti dalla meta....Infatti, da questo
punto in poi il tracciato si fa quasi pianeggiante fino ad arrivare
alla conca del rif. Calvi (2015m. 85 posti letto) da tutti
considerata una delle più belle delle prealpi Lombarde; spaziando
sulle montagne che la circondano, troviamo vette storiche
dell'escursionismo bergamasco come il Cabianca, Madonnino, Grabiasca,
Poris e quella che è la montagna simbolo della val Brembana: il
pizzo del Diavolo di Tenda (2916m.), detto il "Cervino delle Orobie" che, con la cima minore Diavolino, domina l'intero
anfiteatro mostrando tutta la sua forma piramidale. In estate il
rifugio si affolla di ogni genere di persone: da chi vuole passare
ore ad abbronzarsi in riva al lago Rotondo a chi lo usa solo come
meta di passaggio per raggiungere le vette sopra descritte o altri
rifugi facenti parte del famoso sentiero delle Orobie. In ogni caso,
quando l'attore principale è la montagna non esistono differenze
tra alpinisti esperti o semplici escursionisti; bisogna solo
inchinarsi alle bellezze che la natura e le Prealpi Orobiche (in
questo caso Brembane) ci sanno regalare...
Rif.Calvi
CAI Bergamo - Posti
Letto: n 85
- Custodi: F.lli. Claudio e Valentino Bagini Tel.
0345.77224/0345.77341/0345.77047
- Servizi igienici, doccia, illuminazione elettrica, bar e
ristorante.
- Apertura: da Maggio a Settembre
- Ubicato poco oltre il Lago Fregabolgia
- Carona - rif.Calvi
tempo 2 ore circa
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Lago di fregabolgia
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La
Storia dei Burattini e dei Burattinai ha sicuramente uno dei suoi
maggiori punti focali nel territorio di Bergamo. Si tratta infatti di un
territorio dove per la forte caratterizzazione di alcune maschere
popolari e per la presenza di abili e appassionati Burattinai questo
teatro e' durato piu' a lungo e ha lasciato piu' marcate tradizioni. Nel
1958 Roberto e Renata Leidy scrivevano "Con la fine del teatro
delle marionette e burattini si spegne una delle forme piu' attive della
civilta' popolare". Certo e' che questo genere di spettacolo potra'
difficilmente rivivere le ore di gloria degli anni passati quando era
una delle poche forme di spettacolo fruibili; nonostante cio' esso sta'
vivendo una piccola ma importante rinascita e continua ad essere, quando
ben realizzato, il preferito dei bambini.
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Negli
ultimi anni i figli di alcuni burattinai hanno ripreso a muovere
i burattini nei loro piccoli teatri e accanto a loro sono nati
nuovi burattinai di indubbie capacita' ai quali va il merito di
mantenere in vita questa nobile forma di "spettacolo
ingenuo". All'interno di questa rinascita del teatro dei
burattini vogliamo collocare anche la rinascita di una delle
forme di artigianato artistico ad esso contingente e cioe' la
scultura delle Teste di Legno che in questo contesto, grazie
anche alla significativa nostalgia e al grande amore del popolo
bergamasco per il teatro dei burattini, riesce particolarmente
apprezzato.
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Sono
residenti a San Giovanni Bianco, terra che rivendica le origini del
primo capocomico che impersono' Arlecchino, i nuovi scultori di teste di
burattini che hanno realizzato in 10 anni una sessantina di personaggi.
Tra i classici Meneghino, Arlecchino, Pantalone, Brighella, Pulcinella,
Balanzone, Colombina .... in mezzo ad una numerosa serie di briganti
quali Paci' Paciana, Carcino Carciofoli, Masticabrodo ....tra il
contadino, il vetraio, l'imbonitore, mangiafuoco, il gatto e la volpe,
pinocchio, il conte, il re, la principessa, la guardia, il ladro,il
frate, l'accattone,il ricco usuraio ... spicca l'intera famiglia del
grande eroe del teatro dei burattini di Bergamo, l'amatissimo Gioppino a
sua volta scolpito in quattro diverse rappresentazioni che lo vedono
sempre sorridente con i suoi tre gozzi sotto il mento (tri gos) frutto
di una alimentazione carente di sali iodio e vitamine quale era quella
della povera gente abitante le zone montagnose lontane dal mare.
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Oselì
scapàcc
Da preparare in 35 minuti
- per 6 persone -
Ingredienti : 400
gr di fesa di vitello tagliata a fettine, 150 gr di fontina tagliata a
fettine, 100 gr di prosciutto cotto tagliato finemente, 200 gr di polpa si
pomodoro, olio d’oliva, mezzo bicchiere di vino
bianco, una cipolla tritata, alcune foglie di salvia, sale,
pepe.
Preparazione: Stendete
su ogni pezzo di carne una fetta di fontina e una di prosciutto.
Quindi rotolateli inserendovi una foglia di salvia. Infilate uno
stecchino, per tenere insieme gli involtini e, ad ogni estremità, mettete
un’altra foglia di salvia. Versate due cucchiai d’olio in una padella;
poi unitevi la cipolla tritata e gli involtini.
Fate rosolare a fuoco moderato, bagnate con il vino bianco e, una volta
evaporato, unite la polpa di pomodoro.
Cuocete per circa 25 minuti sempre a fuoco moderato, aggiungendo, se
necessario, un goccio di brodo.
Regolate di sale e servite, accompagnando a piacere con polenta.
Il tutto accompagnato da un buon
vino barbera
Casonsèi
alla Bergamasca
Da preparare in circa 50
minuti
Ingredienti per 6/8 persone
Pasta: 400
gr di farina, 100 gr di semola di grano duro, 2 uova.
Ripieno: 125 gr
di pane grattugiato, 1 uovo, 70 gr di grana grattugiato, 150 gr di
macinato per salame, 100 gr di carne bovina arrostita, 5 gr di amaretti,
10 gr di uva sultanina, 1/2 pera spadona o abate, uno spicchio di aglio
tritato, un cucchiaio di prezzemolo tritato, sale, pepe.
Condimento: 80 gr di
burro, 100 gr di pancetta tagliata a bastoncini, 100 gr di grana
grattugiato, alcune foglie di salvia.
Amalgamate sulla spianatoia la farina, la semola, le uova, un
pizzico di sale e aggiungete acqua quanto basta ad ottenere un composto
omogeneo, quindi lasciatelo riposare per almeno mezzora. Nel frattempo
preparate il ripieno, fate rosolare con una noce di burro il macinato per
salame, la pera sbucciata e tritata, quindi unitevi la carne arrostita,
l'aglio il prezzemolo e fate insaporire alcuni istanti. Versate il tutto
in una terrina, unitevi il grana, il pangrattato, le uova, gli amaretti
sbriciolati, l’uvetta tritata, una macinata di pepe e un pizzico di
sale. Amalgamate l’impasto: se risultasse troppo asciutto aggiungete un
goccio di brodo o acqua. Stendete la sfoglia, ritagliate dei dischi di 6/8
cm distribuitevi al centro un cucchiaio di ripieno, quindi piegate il
disco di pasta sul ripieno, chiudete il bordo, ripiegate la parte ripiena
sul bordo e pressate leggermente al centro. Lessate i casoncelli in acqua
bollente salata, scolateli e disponeteli su di un piatto da portata,
cospargeteli con il grana grattugiato e conditeli con il burro cotto a
color nocciola insieme alla salvia e alla pancetta. Servite subito.
Il tutto accompagnato da un buon
vino Barolo
Polenta e osèi
Da preparare in 1 ora -per 6 persone
-
Ingredienti:
400
gr di farina gialla a grana grossa, 12 tordi, 200 gr di salsiccia, 50 gr
di pancetta a fette, 150 gr di burro, vino bianco, salvia, olio, sale e
pepe.
Preparazione: Portate ad ebollizione un litro e mezzo di
acqua salata, versate a pioggia la farina mescolando contemporaneamente.
Cuocete per circa 40 minuti rimestando frequentemente.
Nel frattempo pulite e lavate accuratamente i tordi e asciugateli con
carta assorbente da cucina. Avvolgeteli poi nella pancetta e infilateli a
due a due su spiedini di legno, alternandoli a pezzi di salsiccia e foglie
di salvia. Fate scaldare il burro in un tegame e aggiungetevi un cucchiaio
di olio e alcuni rametti di salvia. Adagiatevi gli spiedini, salate,
pepate e spruzzate con un bicchiere di vino bianco. Lasciate cuocere per
circa 30 minuti a fuoco lento con il tegame parzialmente coperto in un
primo tempo e poi del tutto scoperto. Servite la polenta fumante con al
centro gli uccelli, irrorando con il fondo di cottura.
Il tutto accompagnato da un buon
vino barbera o merlot
Gli
scarpinòcc de Par
Ingredienti
Per la pasta (1 kg. di pasta) Farina "00" 800 gr. - Uova n. 2 - Burro
a temp. ambiente 40 gr. - Latte q.b.
Per il
ripieno (1 kg. di
ripieno) - Grana padano 700 gr. - Pane secco grattugiato 350 gr. - Aglio
tritato 1 spicchio - Prezzemolo tritato 40 gr. - Burro 30 gr.
• Un pizzico misto di spezie (semi di coriandolo, cannella, noce moscata,
chiodi di garofano, macis, anici stellati).
Preparazione del ripieno
In una terrina mescolare il formaggio ed il pane grattugiato con le
spezie. In un tegame far sciogliere il burro unendovi l'aglio ed il
prezzemolo finemente tritati. Versate il tutto in una terrina ed
aggiungete il latte e le uova fino a che otterrete un composto morbido ed
omogeneo.
Preparazione degli Scarpinocc
Stendete la pasta e ricavatene dei dischetti del diametro di 6-8
cm. Adagiate su ogni disco del ripieno e piegate il dischetto in modo da
formare una mezza luna. Chiudete bene i bordi premendoli con le dita,
sollevateli in posizione verticale con la parte tondeggiante in basso e
schiacciate al centro con l'indice così da ricavarne una forma che
somigli a quella di una caramella. Cuocete in abbondante acqua salata,
scolateli e poneteli su un piatto e cospargeteli con formaggio grana e
conditeli con burro fuso e salvia ben cotti.
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Rifugio
Curò
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Il Rifugio Antonio Curò è
un rifugio situato nel comune di Valbondione (BG), in alta Val Seriana,
nelle Prealpi Orobiche, a 1.895 m. Il Rifugio Curò è stato il
secondo a essere inaugurato dal CAI di Bergamo nel 1886, dopo il Rifugio
Ca' Brunona. Il nome deriva dal ingegner Antonio Curò, allora presidente
della sezione bergamasca del Club Alpino Italiano. Nel 1895 il CAI di
Bergamo decise di costruire un nuovo rifugio più grande; venne così
costruito uno poco più ad est del vecchio rifugio a quota 1.895 e venne
anch'esso dedicato all' ingegner Curò. Nel 1973 su progetto del geometra
Luigi Locatelli ne venne costruito un terzo, con circa 100 posti letto,
situato sul Lago del Barbellino a quota 1.915 m. Il rifugio Curò è uno
dei più grandi rifugi della Bergamasca e ha una capacità di circa 100
posti letto. È di proprietà della sezione di Bergamo del CAI ed è
aperto in modo continuato da metà giugno a metà settembre. Da maggio a
giugno e da ottobre a novembre, il rifugio è aperto solo nei giorni
prefestivi e festivi. Il resto dell'anno rimane chiuso.
Il rifugio è raggiungibile
dall'abitato di Valbondione, segnavia n. 305 percorribile in 2,30 h.
Inoltre può essere raggiunto da Lizzola, segnavia 306 percorribile in 3
h.
Ascensioni
· Pizzo Coca (3.050 m.),
difficoltà F - via normale; difficoltà PD - cresta Est o cresta Nord
· Monte Torena (2911 m.),
difficoltà EE
· Pizzo Recastello (2.886
m.), difficoltà EE - via normale; difficoltà PD - canale nord
· Monte Gleno (2.882 m.),
difficoltà F - via normale
· Pizzo del Diavolo della
Malgina (2.924 m.), difficoltà EE - via normale
· Monte Trobio (2.865 m.),
difficoltà F - via normale
· Monte Costone (2.865 m.),
difficoltà F - via normale
· Pizzo Strinato (2.836
m.), difficoltà EE - via normale
· Pizzo dei Tre Confini
(2.824 m.), difficoltà EE - via normale
Traversate
Il rifugio è la meta della 6°
tappa del Sentiero delle Orobie Orientali, dal Rifugio Coca, segnavia n.
303 percorribile in 3,30 h. Da qui si prosegue alla volta del Rifugio
Luigi Albani (7° tappa) tramite il sentiero n. 304 in circa 4,5 h, oppure
per la variante della 7° tappa, verso il Rifugio Tagliaferri, segnavia n.
321 percorribile in 4 h.
Curiosità
La zona del rifugio fa parte della
riserva naturale Belviso-Barbellino e pertanto la fauna alpina pregiata,
specialmente nelle conche più appartate, è molto abbondante. Il rifugio
Curò è conosciuto dagli appassionati anche a causa dell'immediata
vicinanza delle famose Cascate del Serio che, con un triplice salto di
oltre 300 metri, sono le più alte d'Italia e le seconde d'Europa
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Lago del Barbellino
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Il Triskell
Pubblicato
sul blog "Chridhe Gaidhlig"
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Il triskell è un simbolo celtico
molteplice, magico e druidico. Il suo nome deriva dal greco tris
(tre) + keles (gambe), è anche il simbolo ufficiale della
Britannia, e il fatto che il simbolo dell'Irlanda sia un trifoglio non è
per niente casuale.
I suoi tre riccioli, meglio detti volute, sono crescenti da
sinistra verso destra, come il sole, nonostante la rappresentazione comune
le voglia tutte uguali.
Il suo simbolismo è vario: fondamentalmente, rappresenta la ciclicità
cosmica, riproducendo graficamente le tre fasi solari alba-mezzogliorno-tramonto,
ma anche il passato-presente-futuro.
È sopravvissuto anche dopo la cristianizzazione delle terre celtiche,
divenendo simbolo della trinità: basta notare le forme trilobate
delle finestre delle chiese gotiche, o le finestre di vetro piombato
medievali che talvolta mostrano tre lepri che si rincorrono e le cui
orecchie formano al centro un triangolo.
Altri simboli possono essere le tre età dell'uomo infanzia-maturità-vecchiaia
[Digressione: avete presente l'indovinello della Sfinge di Tebe a Edipo?
Qual è quell'animale che la mattina cammina su quattro zampe, il
pomeriggio su due e la sera su tre? È l'uomo, che da giovane gattona (la
mattina su quattro zampe), da adulto cammina eretto (il pomeriggio su due)
e da vecchio si sorregge sul bastone (la sera su tre). Non sembra
ricollegabile? Pensate che è comparso per la prima volta in una tragedia
greca del V secolo a.c., "Edipo Re" di Eschilo], le tre nature
della divinità umana-animale-vegetale, i tre aspetti della Dea madre-figlia-sorella,
i tre elementi del mondo terra(=cinghiale)-acqua(=pesce)-
aria(=drago), che con il loro movimento rappresentano il quarto
elemento, il fuoco, normalmente riassunto nel cerchio che
incornicia il triskell.
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La Trinacria Siciliana, il simbolo
della città di Agrigento, ricorda molto da vicino un triskell,
rappresentando tre uomini in ginocchio, con particolare rilievo sulle tre
gambe, che riproducono le tre volute: dopo tutto, anche nello stesso nome
è racchiuso il significato di "gamba". Gambe corazzate,
disposte in questa combinazione, formano anche l'emblema dell'Isola di
Man, con il motto stabit quocumque ieceris (=tornerà in piedi
dovunque lo si getti). Anche lo stemma di Fuessen, in Baviera,
mostra un treppiede.
Si possono poi aggiungere tutte le svariate valenze che il numero 3,
numero perfetto per eccellenza, ha assunto nelle culture di tutto il
mondo, non ultima la trinità cristiana, i tre aspetti della dea Morrigan
celtica (Badb, Macha, Morrigan), le tre Grazie, le tre Parche
greche, con il loro corrispettivo germanico delle Norne, la Trimurti
indù, le tre Erinni o le tre Eumenidi della mitologia
greca, le nove Muse, che sono tre per tre, la divisione alchemica
del mondo in corpus, anima et spiritus o sal, sulphur et
mercurius.
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L’origine del popolo dei Celti è indoeuropea. La parola celtico ha
origine dal greco keltai che gli abitanti di Marsiglia, città
fondata dai Focei, attribuirono ai membri di queste tribù belligeranti.La
loro prima area geografica di residenza è l’Europa centrale, in
particolare tra la Boemia e la Baviera, dove ha avuto luogo la cosiddetta "
Cultura di Unetice",
particolarmente legata alla lavorazione dei minerali ed alla pastorizia.
Da questa cultura hanno avuto origine anche gli italici, gli illiri ed i
veneti. Sicuramente la genesi dei Celti
ha risentito di una interazione tra varie popolazioni. E’ dunque
opportuno fare una premessa. Intorno al 4000 a.C. esisteva una civiltà,
denominata di Atlantide, che abitava nella zona del Baltico (che sarà nel
medioevo luogo della Lega Anseatica), in particolare nello Jutland e nella
bassa Scandinavia. Questa civiltà, racconta Erotodo, era particolarmente
progredita. Abile nella costruzione dei templi e degli stadi, aveva una
certa esperienza nella navigazione. Ciò è provato dalle costruzioni
megalitiche dei menhir della Bretagna (Carnac), dell’Irlanda, del
Galles e dell’Inghilterra (Stonehenge), dove nelle vicinanze è stato
forse rinvenuto un probabile stadio per le corse equestri. Tali
costruzioni di dolmen avevano come scopo la guida agli astri, in cui tali
popolazioni credevano.
A seguito di siccità, terremoti e carestie, tale popolo è migrato
verso l’Europa centrale, la Grecia (dove c’erano le culture achea e
micenea, che furono distrutte), l’Anatolia (dove erano presenti gli Ittiti
), la Palestina (in cui hanno avuto origine le civiltà fenicia e semita)
e l’Egitto. Questa migrazione è nota come quella dei "popoli del
mare". Solo in Egitto, Tolomeo riuscì a respingere la loro
invasione. La coda della migrazione dei popoli del mare fu rappresentata
dai Dori che si stanziarono in Grecia ed in Egeo.
Intanto, quasi contemporaneamente, secondo una teoria più accreditata
tra il 3000 e il 2500 a.C. in Oriente c’erano tre popolazioni
indoeuropee: i Kurgan
(per le tombe a tumulo che usavano)
della zona del Volga - alto Mar Caspio, i Transcaucasici
del Caucaso, i Nordpontini
della zona del Mar Nero. Queste
popolazioni, in particolare la prima, influenzandosi e mescolandosi tra
loro fino alla fine dell’età del rame, eseguirono delle migrazioni in:
Anatolia ( Ittiti
), in Mesopotamia (Arii), Grecia (Macedoni e Micenei), Europa (Cultura di Unetice
in Boemia, crocevia di popolazioni). La divisione cominciò con l’inizio
dell’età del bronzo e si perfezionò con l’età del ferro (la Boemia
era ricca di ferro) e si implementò con l’addomesticamento della razza
equina (la parola cavallo ha la stessa radice in tutte le lingue
indoeuropee) e del bestiame. Contemporaneamente nel nord europa, in
particolare nella zona della Polonia, compare la civiltà
dei Campi di Urne ,
di origine nordica, che prende il nome dal modo in cui seppellivano i loro
morti. La coda di questa migrazione orientale ebbe luogo con gli Sciti,
nell’800 a.C., che si diffusero in Mesopotamia (originando prima la
cultura caldea, di cui Abramo ne sarà un rappresentante, e poi quella
assira che sarà dominante fino all’avvento dei Persiani), in Anatolia
(ove erano presenti già i Frigi, i Lidi ed i Pontini), in Grecia, in
Italia (dove dal 900 a.C. erano presenti gli Etruschi e ancora
prima i Liguri e gli Italici ) ed in Europa centrale (dove
era presente la migrazione dei popoli del nord).
In particolare, con riferimento a quest’ultima, intorno al 700 a.C.,
nella zona del Salzkammergut (Salisburgo e Carinzia), fino al 450 a.C. si
diffuse la cultura di
Hallstatt , abile nel
commerciare sale (di cui la loro regione era ricca) con i popoli italici e
nordici. Si trattava dunque di una cultura di crocevia, basata
prevalentemente su due classi sociali legate all’aristocrazia e alla
pastorizia. La fine della cultura di Hallstatt segna l’inizio della cultura
di La Tene (450 – 50 a.C.),
situata sulle rive del lago di Neuchatel e caratterizzata dall’arte
espressionista, dalle rappresentazioni del particolare e dei dettagli,
dall’inizio di migrazioni di popoli, dalla valida rete di commercio di
massa che furono in grado di impiantare, dalla conseguente nascita di una
protoborghesia. Questo passaggio è stato motivato anche da una differente
esigenza sociale: nuovi ceti aspirano al potere, per cui la vecchia
aristocrazia hallstattiana viene soppiantata.
Dunque all’inizio del 600 a.C., come risultato di queste due ultime
culture appena descritte, nella zona che comprende il basso Rodano e l’alto
Danubio ha origine la popolazione celtica che, di cultura nomade, comincia
a migrare verso l’Italia settentrionale, dove si stanzia attorno a
Mediolanum ed entra in contatto con gli Etruschi, l’Europa centrale,
facendo scomparire la cultura di Hallstatt, la Francia, da cui hanno
origine i Galli, la Germania, dove si integrano con i Germani (Suebi,
Marcomanni, Longobardi, Ermunduri, Quadi e Semnoni), popolo proveniente
dall’area del Baltico, differente da quello dei Celti, la Gran Bretagna,
dove ebbero uno sviluppo più arretrato, la Serbia, la Macedonia e l’Anatolia,
dove compaiono i Galati (la parola celtico in greco si scrive gàlatos),
che importarono culti religiosi orientali. In particolare per la Gran
Bretagna è opportuno precisare che intorno al 900 a.C. ed al 500 a.C. ci
furono due ondate di migrazioni di popoli di origine indoeuropea che si
sovrapposero alle popolazioni preesistenti derivate dagli "ex
Atlantidi" giunte nel 3000 -2000 a.C..
I Celti hanno risentito molto della cultura scita, sia per l’uso
delle tombe a tumulo, sia per l’allevamento del cavallo, ritenuto sacro,
sia per il rito di tagliare e conservare la testa del nemico a protezione
della propria capanna, sia per la suddivisione in classi sociali, ove l’aristocratico
era chi possedeva più cavalli. Dunque i Celti hanno subito influenze
orientali (Sciti, Kurgan, Greci, Etruschi) ed europee (culture di
Hallstatt e di La Tene, popoli del nord), sviluppando a loro volta una
propria cultura.

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Death
Army
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DEATH
ARMY ( tra metal e musica
celtica)
I
Death Army nascono nel settembre 2001 fondati da
Axel (chitarra, voce,
clarinetto) e Franky (violino, voce e tastiere).
L’idea
era quella di fondare un gruppo nel quale si esprimesse la volontà di
fare buona musica che parlasse del legame che ci lega alla nostra terra e
alle nostre antiche leggende che si stanno perdendo. Le sonorità quindi
vertono su una musica chiaramente Metal ma con influenze di musica
celtica, epica, medioevale e gotica.
I
Death Army sono un gruppo piuttosto giovane di ragazzi lombardi, e proprio
la loro regione di residenza sembra essere uno dei principali punti di
riferimento e d’ispirazione per la composizione dei brani. Il perchè di
questa scelta è molto semplice: volendo fare
“folk-epico”
come
genere, perchè andare a prendere in prestito tradizioni e leggende di
altre parti del mondo, quando la nostra stessa storia ce ne offre a
bizzeffe? Dal punto di vista musicale si tratta, come appunto appena
detto, di un epic-folk in chiave
Heavy Metal,
impreziosito dall’uso del
violino e dell’arpa
celtica,
dai toni piuttosto originali e che funziona decisamente molto bene.
Una
nota a parte meritano sicuramente nella trattazione di questo gruppo due
delle caratteristiche principali del sound della band. In primo luogo il
violino e l’arpa celtica, che sono state sicuramente due delle scelte
maggiormente vincenti e più interessanti, capaci di donare a ogni brano
uno spessore e un suono davvero invidiabile. In secondo luogo, la voce di
Igor, una voce molto bassa e imperiosa che si inserisce perfettamente
nella proposta musicale dei Death Army.
La
band, nelle esibizioni live che hanno seguito l’uscita del primo demo
autoprodotto, è notevolmente cambiata in positivo: i toni si sono fatti
più oscuri e al tempo stesso più armoniosi grazie all’apporto della
piccola arpa celtica, e l’impatto live si prospetta sempre diretto e
molto coinvolgente per l’interpretazione del nuovo cantante. In ogni
caso la formazione lombarda, sia in sede live che su cd, regala agli
ascoltatori
magie ritmiche a
atmosfere epiche
che la porterà a distinguersi nell’arco della propria esistenza.
Official
site : www.deatharmy.com
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Il
Bepi (made in Bèrghem)
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Il
Bepi è
nato al telefono dalla fantasia di Tiziano Incani.
Non nel senso che la mamma è stata guidata al travaglio via cavo, ma come
personaggio senza volto. Egli infatti era un opinionista rigorosamente
made in Bèrghem sui generis che veniva interpellato da Tony Tranquillo
nei pomeriggi di Radio Antenna 2 di Clusone, affinché dispensasse pareri
innanzitutto sull’Atalanta, ma, dopo non molto, anche su qualunque altra
cosa.
Già
in questo modo si era conquistato la simpatia degli ascoltatori della
Valle Seriana e della Val di Scalve, ma, nel 2002, nasce l’idea di
portarlo, senza troppe pretese, in musica. Nessun punto d’incontro,
comunque, con l’attività musicale di Tiziano Incani (impegnato sul
fronte cantautorale): la prima cosa nata è semplicemente la versione
bergamasca del “Gioca
Jouer ” di Claudio Cecchetto, un brano ruspante, con tanto di
piccolo ballo
annesso, che caratterizza quell’estate seriana. Dopo un paio d’anni ci
si riprova, senza alcuna
aspettativa, come al solito, e arriva “Capiit?!
” (rivisitazione di “Capito?!”
dei Gatti di Vicolo Miracoli), seguita a breve distanza da “Massimo
Carrera ” (rivisitazione di “Maledetta
Primavera ” di Loretta Goggi) e da “Coston Beach”, il primo brano interamente originale. Il
primo rudimentale CD, dunque, è di sole 4 tracce si chiama “Bepi
& Friends” (da tempo fuori catalogo). Il Bepi viene
chiamato a partecipare al Radio Tour di Radio Antenna 2 (cantando le sue 4
canzoni) e si rende così necessario dargli un volto; è lì che parte la
vera e propria avventura. Le comparsate del Bepi, dissacrante e
decisamente atipico come personaggio da palco, piacciono parecchio nel
territorio d’influenza della radio e il passaparola inizia a portarlo
anche oltre. Nel 2005 gli amici musicisti di sempre vengono interpellati
da Tiziano Incani per materializzare una dozzina
di nuove canzoni dialettali. Nascono così i
Prismas,
la formazione destinata ad affiancare il Bepi negli anni a venire. La
prima formazione è così composta: Stefano il
Guidone Orobico alla batteria, Mauro Set
Carico al basso, Stephan
Cochet Coscrét alla chitarra, Ray Riturnèl
alle tastiere e Luisa Contadinella Ucraina
ai cori. Il CD “Nömer Dù”,
tutto di brani originali, tra i quali “Kentucky ” e “Disco Sexy Bar ”, funziona alla grande e il territorio
d’influenza si sposta velocemente dalla Valseriana al resto della
provincia, con un tour di circa 75 date al quale partecipano anche Simù da Erfa (cori) e Fabrezze ol Postumo
(percussioni). Il 1 agosto, alla Celadina di Bergamo, viene registrata la
parte live del DVD “Live
in Berghem”, lavoro completato da una serie di sketch
simpatici registrati in studio. Il punto più alto di questo tour è la
data del 10 dicembre al Palacreberg di Bergamo, gremito in ogni ordine di
posti per un concerto indimenticabile. Nel periodo natalizio esce il CD “Fò
de cover” dove convergono sia i brani presenti
originariamente in “Bepi & Friends” sia brani mai finiti in
precedenza su CD (come “La
Erika ” o
“Sö e zo töta nòcc
”)
, tutti
registrati dal vivo. La scommessa del Bepi, in barba alle malelingue, pare
vinta, ma è comunque con una certa cautela che l’inverno stesso si
inizia a lavorare su “S3nù
(strinù)”, un nuovo CD, sempre diretto e godibile, ma con
soluzioni musicali più raffinate, tutto composto da brani originali,
firmati, come al solito, da Tiziano Incani. Ai Prismas si aggiunge Simù
de Milà, chitarrista tecnico ed esperto, mentre dalla formazione
escono Simù da Erfa e Fabrezze ol Postumo. Il lavoro si avvale della
collaborazione di nomi di spicco del panorama non solo bergamasco: Guido
Bombardieri, l’Anglobruno (fratello del bassista e del batterista),
Paolo Manzolini e tanti altri. Il tour che ne segue è massacrante, ma
incredibilmente stimolante. Alla fine le date saranno ancora 75 circa,
concentrate per di più in soli 4 mesi e distribuite in ogni angolo della
bergamasca, ma con discreta partecipazione di sempre più
“forestieri”. La chiusura del tour, a Fornasotto di Pontirolo Nuovo,
regala a Bepi & The Prismas e ai loro fantastici fans un’altra
serata da consegnare all’album dei ricordi più belli.
Subito
dopo esce un CD Raccolta, allegato a “L’Eco di Bergamo”, intitolato “Mé
sto bé po’
a ché”. Le 10.000 copie
stampate si volatilizzano in una settimana. Le prime 5000 in 4 ore!

www.ilbepi.com
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La ninfa Atalanta |
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Quando si parla di Atalanta è
inevitabile pensare alla squadra di calcio che tutti i bergamaschi
“dovrebbero” tifare. Ma quanti sanno effettivamente da dove deriva il
nome “Atalanta”? Prima di tutto bisogna chiarire che “Atalanta” non era
una dea come tutti pensano ma era una ninfa…
Nella
mitologia greca
la ninfa era un tipo di divinità della natura. Le
ninfe
erano figlie di
Giove
e il loro
mito è
principalmente legato all'acqua.
Energie della
natura
di tipo femminile vengono rappresentate come
fanciulle
seducenti.
Possono venire considerate la corrispondenza femminile dei
Satiri.
Venivano chiamate, dai
latini,
Lymphae ("linfa"),
dal verbo Lymphare: fare impazzire; infatti le ninfe potevano
portare alla follia.
L'invasamento è una manifestazione del contatto con le Ninfe.
Atalanta
Atalanta
è una figura della
mitologia greca, figlia
di
Iaso (o Iasio) re
dell'Arcadia
e di
Climene.
Il padre
desiderava un maschio e, com'era costume in questi casi, la abbandonò
sul monte
Partenio.
Artemide inviò un'orsa,
che la allattò ed allevò, qualche tempo dopo fu trovata da un gruppo di
cacciatori che la crebbero.
La propensione
per la caccia si manifestò presto quando uccise con l'arco i
centauri
Ileo e
Reco che avevano
tentato di possederla. In seguito chiese di far parte degli
Argonauti ma
Giasone, che temeva la
presenza di una donna sulla nave
Argo, rifiùtò. Altra
prova di destrezza nella caccia la diede partecipando alla battuta per
la cattura del
cinghiale calidonio che
riuscì a ferire per prima.
Meleagro, in segno di
onore, le fece dono della pelle della preda. L'eco dell'impresa la rese
famosa tanto che il padre infine la riconobbe. Egli insistette perché si
sposasse ma ella era contraria perché un
oracolo le aveva predetto
che una volta sposata avrebbe perduto le sue capacità. Atalanta promise
quindi di sposarsi solo con chi l'avesse battuta in una gara di corsa.
I pretendenti, in
caso di sconfitta, sarebbero stati uccisi e nessuno riuscì a batterla
finché non arrivò
Melanione (o Ippomene)
che, profondamente innamorato, chiese aiuto ad
Afrodite. La dea diede a
Melanione tre mele d'oro che egli fece cadere una ad una durante la
corsa e che Atalanta si fermò ogni volta a raccogliere, perdendo così
terreno e, infine, la gara.
Tempo dopo
Afrodite si offese perché scoprì i due sposi amarsi in un tempio
dedicato a
Cibele e decise, per
punirli, di trasformarli in
leoni perché i greci
ritenevano che i leoni non si accoppiassero tra loro. Secondo alcune
leggende, Atalanta era madre di
Partenopeo, avuto da
Meleagro o da Melanione.
Atalanta era
descritta come provocante ma fermamente virtuosa, ed essendo una
cacciatrice infaticabile, venne talvolta assimilata ad
Artemide.
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Il
dialetto bergamasco appartiene al
ceppo delle lingue
gallo-italiche
ed è affine ai molti
dialetti
parlati in
Lombardia
ed in
Canton Ticino,
in particolare a quelli lombardi orientali.
Il bergamasco è una
lingua derivata dal
latino volgare
innestata sulla precedente celtica parlata dai
Galli. Con il trascorrere
del tempo ha subito varie modifiche, le più importanti delle quali sono
avvenute durante le dominazioni
longobarde
che hanno lasciato terminologie germaniche entrate a fare parte del
linguaggio comune.
I parlanti il
lombardo occidentale
(ma anche le lingue correlate come
emiliano-romagnolo o
piemontese)
lo ritengono un dialetto poco comprensibile poiché, nonostante alcune
somiglianze lessicali e morfologiche, possiede, specialmente nelle
varianti montane, una fonetica molto stretta e diversa da quella di
lingue e dialetti simili.
Il dialetto
bergamasco è stato a lungo oggetto di studio con esiti non sempre
benevoli, spesso dovuti alla prepotenza di una lingua ufficiale che si
voleva unificatrice o alla difficoltà della sua comprensione nel
raffronto con stereotipi linguistici ritenuti via via più nobili.Molti
autori l'hanno dileggiato riducendolo, in maniera superficiale, a
parlata macchiettistica esclusiva della gente più incolta e umile.
Il dialetto
bergamasco è la lingua in cui
Ermanno Olmi ha
girato il suo film
L'albero degli zoccoli,
vincitore del
festival di Cannes nel
1978, in cui si
racconta la vita di una comunità di
mezzadri
della pianura bergamasca alla fine del
XIX secolo.
Espressione
idiomatica tipica del bergamasco è pòta,
termine di origine triviale, usato oggi come esclamazione principalmente
per esprimere senso di rassegnazione davanti all'inevitabile. Il termine
esiste anche in bresciano e nell'antico padovano (Ruzante) nel senso di
insomma.
Oltre a quello
parlato nella città di
Bergamo,
che può essere considerato centrale sia in termini geografici che
linguistici, ne esistono numerose varianti locali, alcune circoscritte
anche a piccole comunità montane, che si differenziano tra loro per
alcune peculiarità del lessico e della pronuncia di alcuni suoni; uno
degli esempi più evidenti è la s sorda - come in sic
(cinque) o sùra (sopra) - che diventa h aspirata (hic,
hùra) in molte località di pianura e z (zic,
zùra) in alcune località montane.
Tra le principali
varianti del dialetto si possono annoverare quelle della
Valle Imagna,
della media e alta
Valle Seriana,
della
Valle Gandino,
della
Valle Brembana e
della
Valle di Scalve.
In molte zone di pianura prevale l'uso dei suoni aspirati; mentre
muovendosi verso le province vicine, il lessico risulta ibridato da
quello delle parlate confinanti (ad esempio dal milanese o dal lecchese).
Tipico delle comunità montane è anche l'uso dello
scötöm, un soprannome che consente
di distinguere i diversi rami familiari di una comunità - a volte
persino un intero paese - contraddistinta da un solo cognome; lo
scötöm è solitamente un aggettivo o un sostantivo legato a una
peculiarità fisica o a un'attività e si declina per genere usando una
forma femminile per identificare mogli e figlie appartenenti al ramo
familiare.
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Il trenino della Val Brembana
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La
Ferrovia Valle
Brembana
era una
ferrovia
elettrica
a
corrente
alternata 6000
V 25
Hz che
collegava la città di
Bergamo con San Martino
de' Calvi Nord (attuale
Piazza Brembana).
Il primo tratto, lungo 30
km da
Bergamo a
San Pellegrino
Terme venne aperto nel
1906,
mentre il tratto successivo di 11 km, fino all'odierna Piazza Brembana,
venne aperto nel
1926.
Seguendo l'esempio
dell'altra ferrovia bergamasca, la
Ferrovia Valle
Seriana, venne chiusa il
17 marzo
1966 e
sostituita da un servizio di
autobus
gestito dalla società SAB.
La
ferrovia della Valle Brembana,
in sigla F.V.B. chiamata in modo affettivo "trenino", cominciò a
funzionare il 1° luglio 1906 quando gli Ing.. Gianfranceschi, progettista
dell'opera e Ligabue, direttore dei lavori, giunsero a San Pellegrino
Terme in un viaggio di prova a bordo della locomotiva n°1. Si fece gran
festa. Come in ottobre quando la locomotiva
Westinghouse, a trazione elettrica, giunse per la prima volta
alla stazione, appena verniciata, di San Giovanni Bianco. A tal fine era
stata realizzata una centrale idroelettrica capace di 65.000 Kwh in
territorio di S.Pietro d'Orzio. Le prime volontà di dotare la Val
Brembana di una ferrovia risalivano al 1885 quando
l'Ing. Vittorio Pierfranceschi aveva
convinto i tecnici della Provincia della bontà e dell'utilità dell'uso
della trazione elettrica approfittando della forza idraulica del Brembo.
Superato lo scoglio, dovuto ai propositi governativi di destinare l'uso
delle acque dei nostri fiumi ai bisogni energetici della Rete Adriatica
(vale a dire delle ferrovie dello Stato) la provincia subconcesse alla
neo Società F.V.B., rappresentata
dall'Ing. Luigi Albani, la gestione della ferrovia per 70 anni. A
Bergamo venne realizzata una splendida stazione centrale: un edificio in
stile Liberty, opera dell'Arch.Squadrelli, lo stesso che aveva
progettato il Casinò di San Pellegrino e che disegnò le stazioni
intermedie da Borgo S. Caterina a San Giovanni Bianco, tutte civettate
di Liberty, tinte di rosso di Capri, ben diverse dagli edifici delle
stazioni della consorella ferrovia della Valle Seriana, tagliati in modo
semplice e rozzo.
L'opera venne
portata a termine, a tempo record, in soli tre anni e mezzo. Un lavoro
non dei più semplici se si pensa che occorsero
ben 73 viadotti e 20 gallerie. Il servizio ebbe inizio con cinque
locomotive a vapore, tipo "Orestein", sostituite nell'arco di un paio di
anni, da due locomotori Tibb che diventarono quattro nel 1930. Le
carrozze, in totale 23, diversificavano all'interno a seconda delle
classi. La prima classe si intonava al floreale squadrellino. I carri
merci, funzionali alla domanda della clientela industriale, erano stati
fabbricati dalla Società
Toselli e dalle Officine Lodigiane, e
toccarono nel 1930 il numero di cinquanta, fra carri chiusi, pianali e
carri a sponda. Nel secondo dopoguerra fecero la comparsa 4 carrozze
rimorchiate da locomotori della Breda. A San Pellegrino Terme funzionava
un binario specifico per il carico delle acque e delle aranciate
confezionate. I treni passeggeri impiegavano un'ora e 26 minuti (un'ora
esatta per il convoglio diretto) a percorrere il tratto Bergamo-San
Giovanni. Nel 1933 erano in funzione sei giornaliere di treni di andata
e ritorno. Aumentavano a otto alla domenica e nel periodo estivo.
Le stazioni
ferroviarie di San Pellegrino disegnate dallo Squadrelli sono pienamente
coerenti con l'iter progettuale dell'architettura.
Su un percorso di 30.333 Km, disattivato nel
1967, esse offrono un singolare itinerario
Liberty: dalla stazione capolinea di
Bergamo s'incontrano le stazioncine di
Ponteranica-Sorisole, Almè, Villa d'Almè, Brembilla-Sedrina, Zogno,
Ambria, San Pellegrino Piazzo, San
Pellegrino Terme, San Giovanni Bianco, in un discorso unitario
che si esprime con accentuazioni decorative e con timbro più monumentale
nelle stazioni funicolari di Bergamo e in modo più dismesso in altre.
Sono in molti ormai
che rimpiangono il caro vecchio trenino della Val Brembana……

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Le mura
di Città Alta, esistenti già in epoca romana, documentate nel VIII
secolo, vennero ricostruite nel corso del medioevo e più volte
rimaneggiate e modificate. Della cinta romana sono rimaste alcune tracce
ancora oggi visibili in via Vàgine, sotto il convento di
S. Grata
e a sinistra dei viale delle Mura ad ovest dei tracciato della
funicolare (ex via degli Anditi).
Agli inizi dei '500 le mura si trovavano in condizioni di estrema
decadenza. Nel 1556 il Senato della
Repubblica di Venezia, che da oltre un secolo deteneva il dominio politico e
territoriale di Bergamo, decise di procedere alla ricostruzione
integrale della cinta di fortificazione della città.
L'obiettivo politico dei veneziani era di rafforzare il confine dei loro
territorio di Terraferma di cui Bergamo costituiva l'estremità orientale
nonché il presidio più vicino all'avversato
Impero Spagnolo. Occupata nella lotta contro i Turchi sul fronte opposto, Venezia
manifestò in questo modo il suo intento di non espandersi ulteriormente
in Lombardia. Abbandonato un iniziale progetto di parziale ricostruzione
e rimaneggiamento delle mura medioevali, per il quale furono consulenti
anche l'Orologi e il Malacrida e che portò nel 1561 alla realizzazione
dei
Forte di
S. Marco
e di cinque nuovi bastioni, la Serenissima stabilì di realizzare una
fortificazione in pietra bastionata continua.
Per l'edificazione della cinta vennero demoliti oltre 250 singoli
edifici ed alterate nel loro aspetto naturale alcune zone di Città Alta.
Le demolizioni si resero necessarie per risparmiare le spese di
costruzione, per accorciare i tempi di realizzazione e, in alcuni
tratti, per la mancanza di soluzioni alternative possibili. Andarono
così perdute importanti opere e monumenti storici come la cattedrale
paleocristiana di
S. Alessandro assieme a 80 case di
Borgo Canale, le chiese di
S. Lorenzo, con 59 case del borgo omonimo,
S. Giacomo,
S. Pietro,
S.
Stefano
con il monastero (trasferito nel 1571 nell'attuale monastero di
S. Bartolomeo in Città Bassa),
SS. Barnaba e Lorenzino nelle vicinanze della porta di S. Giacomo e la fognatura d'epoca
romana.
Nel 1574 le case di Bergamo erano 445 corrispondenti a circa la metà di
quelle esistenti prima della costruzione delle mura il cui perimetro
venne completato nel 1588 sotto la guida dei generale
Sforza Pallavicino. Le mura, che costituiscono una delle più significative fortezze
realizzate da Venezia in terraferma, non vennero mai utilizzate per
azioni militari pur essendo il risultato di concezioni difensive all'
avanguardia per quei tempi.
Lasciate così ad uso civile ad iniziare dal secolo scorso vennero
demilitarizzate e attorno ad esse si realizzò il viale interno,
ombreggiato da ippocastani e platani e si provvide all'abolizione dei
terrapieni ed alla riduzione ad area verde delle zone sovrastanti gli
spalti e i baluardi.
Al di sotto delle mura vennero consolidate quelle attività agricole ed
orticole, già esistenti, che donano ancora oggi all'ambiente una
bellezza paesaggistica unica nel suo genere. Le mura, oggi in parte
proprietà comunale e in parte demaniali, vennero ripulite per intero ed
in parte restaurate nel 1976 su iniziativa del
l'Azienda
Autonoma di Soggiorno e per alcuni tratti anche nel 1984.
LE PORTE DELLE MURA VENETE (secolo XVI)
"Osservando le sezioni delle porte è facile constatare come fossero
studiate per assolvere a due compiti principali: al pianterreno i
passaggi e il corpo di guardia per il controllo del traffico, l'esazione
dei dazi e la vigilanza urbana; sopra le aperture, verso l'esterno erano
piazzati i meccanismi di manovra delle saracinesche e dei levatoi. Una
terza funzione assolvevano ancora queste porte: esse dovevano
rappresentare per il cittadino motivo di sicurezza e d'orgoglio; per lo
straniero, fonte d'ammirazione, di rispetto e di monito." (G.
Della Chiesa).
L'uso di costruire la fronte più ornata delle porte cittadine verso
l'esterno qui si trova esaltato dalla posizione topografica e qui si
manifesta la doppia valenza delle mura, d'essere una chiusura e una
difesa, ma anche un balcone, un luogo di parata. (V.
Zanella)

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Nati durante lo
zarismo e
probabilmente fondati da
Pietro il grande
erano usati come campi per i detenuti politici anti zaristi e
personaggi scomodi. Dopo la
rivoluzione bolscevica
avvenne la liberazione di tutti i prigionieri, ma nel
1917
Lenin annunciò che tutti
i "nemici di classe", anche in assenza di prove di alcun crimine contro
lo stato, non potevano essere fidati e non dovevano essere trattati
meglio dei criminali. Dal
1918, vennero
ristrutturate le attrezzature di detenzione in campi, quali ampliamento
e riassetto dei precedenti campi di lavoro
katorga, realizzati in
Siberia come parte del
sistema penale della Russia imperiale. I due tipi principali erano i
"Campi speciali
Vechecka" e i
Campi di lavoro
forzato . Questi
venivano eretti per varie categorie di persone considerate pericolose
per lo stato: criminali comuni, prigionieri della
Guerra civile russa,
funzionari accusati di corruzione, sabotaggio e malversazione, nemici
politici vari e dissidenti, nonché ex nobili, imprenditori e grandi
proprietari terrieri.
Come istituzione
totalmente sovietica, il Gulag (al singolare, inteso come
amministrazione generale) fu ufficialmente fondato il
25 aprile
1930, con la sigla di "Ulag”
e fu rinominato con la sigla Gulag in novembre. I Gulag crebbero
rapidamente. Nel 1931-1932 avevano circa 200 mila prigionieri. Nel 1935
circa un milione (colonie incluse), e dopo la
Grande Purga del
1937 quasi due milioni. Per fare un raffronto, la popolazione di
prigionieri al lavoro (in catene e in prigione) negli Stati Uniti era
intorno a poche centinaia di migliaia.
Durante la
Seconda guerra mondiale
la popolazione dei Gulag diminuì significativamente, a causa della
"liberazione" di massa di centinaia di migliaia di prigionieri che
furono arruolati e inviati direttamente sulle linee del fronte, ma
soprattutto a causa di una vertiginosa crescita della mortalità nel
1942-43. Dopo la II guerra mondiale il numero di internati nei campi di
prigionia e nelle colonie crebbe di nuovo rapidamente e raggiunse il
numero di circa due milioni e mezzo di persone all'inizio degli
anni cinquanta. Sebbene
alcuni di questi fossero disertori e criminali, c'erano anche
prigionieri di guerra
russi rimpatriati e "lavoratori dell'Est", tutti universalmente accusati
di tradimento e "cooperazione col nemico" (formalmente, lavoravano
davvero per i Nazisti). Vi furono spediti anche un ampio numero di
civili dei territori russi caduti sotto occupazione straniera, come pure
dai territori annessi all'Unione
Sovietica dopo la guerra. Non fu raro per i sopravvissuti ai
Lager nazisti essere
trasportati direttamente ai Gulag sovietici. Per alcuni anni dopo la II
guerra mondiale una significativa minoranza dei reclusi fu costituita da
tedeschi, finlandesi, romeni, e altri prigionieri di guerra appartenenti
a paesi "liberati" dall'Armata
Rossa.
Lo stato continuò
a mantenere i Gulag per un certo periodo dopo la morte di Stalin nel
marzo del
1953. Il successivo
programma di
amnistia fu limitato a
coloro che dovevano trascorrere al massimo cinque anni, pertanto, furono
liberati soprattutto i condannati per reati comuni. Il rilascio dei
prigionieri politici
iniziò nel
1954 e si diffuse e si
accompagnò a riabilitazioni di massa dopo che
Nikita Khruščёv sconfessò
lo
stalinismo nel Discorso
segreto al ventesimo congresso del
Pcus, nel febbraio del
1956.
Ufficialmente i
Gulag furono soppressi il 25 gennaio 1960 dal ministero degli interni
sovietico (che funzionava come polizia segreta), e lo stesso ministero
fu a sua volta ufficialmente soppresso dal Presidio del Consiglio
Supremo dell'Urss, per risorgere col nome di
KGB.
Il totale
documentabile di morti nel sistema di lavoro correttivo dal
1934 al
1953 ammonta a 1.054.000
persone, e comprende prigionieri politici e comuni; si noti che questo
non include le circa 800.000 esecuzioni di "controrivoluzionari", in
quanto queste venivano generalmente eseguite fuori dal sistema dei
campi. Dal 1932 al 1940, almeno 390.000 contadini morirono in luoghi di
"insediamento lavorativo"; questa cifra può sovrapporsi con quella di
cui sopra, ma d'altro canto, essa non include le morti al di fuori del
periodo 1932-1940, o i decessi tra gli esiliati interni non contadini.
Il numero di persone che furono prigioniere in questo o quel periodo è,
naturalmente, molto più esteso, e si può presumere che molti dei
sopravvissuti soffrirono danni fisici e psicologici permanenti.
I detenuti erano
spesso costretti a lavorare in condizioni disumane. A dispetto del clima
brutale, non erano mai adeguatamente vestiti, nutriti, trattati
medicalmente in modo adeguato, né veniva loro fornito alcun mezzo per
combattere l'avitaminosi
che conduceva a malattie come lo
scorbuto o sindromi quali
la cecità notturna, detta anche cecità del pollo.
Gli
amministratori rubavano ordinariamente dagli accantonamenti per guadagno
personale e ottenere favori dai superiori. Di conseguenza, i reclusi
erano costretti a lavorare ancora più duramente per colmare la
differenza. Gli amministratori ed i fidati (prigionieri assegnati
a svolgere i doveri di servizio del campo stesso, quali cuochi, fornai e
magazzinieri, soprannominati "prifurki")
scremavano i medicinali, i tessuti ed i generi alimentari più nutrienti.In
alcuni campi si praticava la selezione per eliminazione: quando i
prigionieri si allineavano per il turno di lavoro, all'ultimo che si
presentava si sparava come esempio per gli altri, oppure gli si negava
la razione giornaliera di cibo.

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Le fonti
antiche raccontano che un tempo, in età preistorica, la zona compresa
tra Como e Bergamo era abitata dalla popolazione degli
Orobi, di provenienza ignota, anche
se alcuni la facevano originaria della Grecia per via del nome mentre
altri la collegavano ad origini celtiche. Gli Orobi avevano fondato una
città molto importante, chiamata Barra,
di cui però oggi non esistono più tracce. Probabilmente la mitica Barra
fu il nucleo sul quale s'innestò la successiva Bergamo celtica.
Altri studiosi
hanno ipotizzato un'origine ligure delle popolazioni che abitavano il
territorio orobico. I Liguri, il popolo più antico presente in italia,
erano infatti stanziati su un'area molto più estesa dell'attuale Liguria.
Sembra comunque certo che, intorno al VI secolo a.C., il luogo che
sarebbe diventato la futura città di Bergamo fosse stato occupato dagli
Etruschi, che l'avrebbero munito di cinta muraria. Intorno alla metà del
secolo, nuove popolazioni, i Celti, varcarono le Alpi venendo dalle zone
originarie a più riprese e sottrassero il territorio della Valle Padana
ai precendenti abitanti. Tra quelle popolazioni che entrarono nella
penisola nel VI secolo, c'erano gli Insubri
guidati da Belloveso, che sconfissero gli Etruschi sulle rive del Ticino
e occuparono, rifondandola, Milano; essi stabilirono i loro confini fino
al fiume Adda, al di là del quale poco dopo si stabilirono i
Cenomani di Elitovio. Questi ultimi
cacciarono gli Etruschi oltre l'Adda e conquistarono l'insediamento di
Barra, ribattezzandolo, si dice, Bergamo. Questo nome deriverebbe dunque
da Berg (monte) e
Heim
(casa). L'etimologia celtico-germanica è dovuta dal fatto che i Cenomani
erano una popolazione celtica orientale affine ai Germani.
Dopo aver
occupato l'importante insediamento, i Cenomani ne ricostruirono la cinta
muraria con pietre collegate da travi di legno. Il tracciato della
cittadella fortificata celtica seguiva l'ondulazione naturale del
territorio collinoso. All'interno e nel territorio immediatamente
circostante si trovavano tutti gli edifici più importanti, ma la
caratteristica fondamentale era il vasto spazio non abitato compreso
tuttavia nel recinto murario urbano.
Dalle uniche testimonianze scritte su Bergamo in questo periodo, risulta
che l'attività economica all'interno e all'esterno della città doveva
essere piuttosto vivace. Il fatto che gli storici si riferiscano a
Bergamo col termine latino Oppidum
indica che l'insediamento doveva avere un mercato e ospitare una sede di
potere politico-amministrativo rilevante.
La penetrazione
dei celti nel territorio orobico fu sicuramente capillare, come
dimostrano i numerosi ritrovamenti archeologici di tombe e giacimenti di
materiale in località come: Brembate, Zanica, Aviatico, Vertova, Parre,
Verdello e Fornovo S.Giovanni. Anche la toponomastica è piuttosto
eloquente: celtici sarebbero i nomi dei fiumi Brembo, Serio e Cherio,
oltre agli etimi di numerose località come ad esempio Chiuduno e
Comeduno. Qualche traccia è rimasta anche nel dialetto bergamasco: ad
esempio l'indebolimento di alcune consonanti in posizione intervocalica,
che alcune volte cadono completamente (aes
= apice), oppure la lenizione della V iniziale (
ì =
vino ; ida = vita),
infine l'aspirazione della
S iniziale come
Hota
o Huta (sotto),
hac (sacco),
e via dicendo.
A differenza di
quanto avvenne per altre popolazioni galliche stanziatesi in Val Padana,
i rapporti dei Cenomani coi Romani non furono sempre tesi ed anzi spesso
i due popoli furono alleati. Durante la seconda guerra punica, i Celti
si schierarono tutti, tranne i Cenomani, contro Roma. Tuttavia essi
furono sopraffatti insieme ai Romani dall'esercito di
Annibale durante la battaglia sul
fiume Trebbia, conclusasi con la vittoria dei Cartaginesi. La guerra si
chiuse comunque con la vittoria dei romani.
Nel 200 a.C.,
quando i Celti padani si sollevarono di nuovo contro Roma, i Cenomani
disertarono l'alleanza e si schierarono con le altre tribù, ottenendo
un'importante vittoria a Piacenza. Il loro comportamento ambiguo portò
loro dei vantaggi, dato che Roma non operò mai nei loro confronti
ritorsioni o vendette. Dopo l'assoggettamento definitivo, essi
tramutarono lentamente i rapporti di alleanza in sottomissione, ma anche
con ciò la romanizzazione del territorio orobico non fu mai completa.
Roma esportò nelle terre orobiche le sue leggi, la sua lingua e i suoi
istituti giuridici, ma essi non penetrarono se non in modo molto labile
al di fuori del capoluogo. Quando nel 89 a.C. alle colonie celtiche fu
esteso il diritto romano, gli abitanti vennero equiparati ai coloni
latini anche se, a dire il vero, contrariamente a quanto solitamente
avveniva in questi casi, non ci furono trasferimenti di contadini romani
nel territorio bergamasco. Il dato storico conferma infatti che le valli
orobiche rimasero a lungo e tenacemente attaccate alla loro indipendenza
e ai loro costumi, e furono vinte e sottomesse definitivamente solo dopo
dispendiose e sanguinose guerre.
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Pacì Paciana |
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I più giovani
probabilmente associano il nome Pacì Paciana al centro sociale di
Bergamo frequentato da giovani comunisti che sognano ancora il ritorno
di Stalin o di
Mao come la soluzione di tutti i problemi odierni.
Nella realtà Pacì
Paciana era Vincenzo Pacchiana nato nella contrada Poscante del
comune
di
Zogno
e vissuto tra la fine del
1700 e l’inizio del
1800. Fu un brigante che,
nel sentire popolare, incarnò la figura dell’amico dei poveri, un
novello Robin Hood brembano che rubava
ai ricchi per dare ai poveri. Personaggio leggendario, per alcuni eroe e
per altri comune brigante, sicuramente affascinante riscuoteva le
simpatie del popolo minuto da cui era soprannominato
ol padrù d'la val Brembana. La sua
leggenda vuole che si fosse dato al brigantaggio per un’ingiustizia
subita.
Pacchiana faceva
l’oste nei pressi di Zogno, vicino al ponte sul
Brembo e una sera diede
ospitalità a due viandanti ai quali prestò il suo
orologio
perché potessero regolarsi sulla levata del giorno dopo. L’indomani,
tuttavia, i due viaggiatori si eclissarono di buon ora senza
restituirgli l’orologio, ma il nostro eroe, accortosene, li rincorse, ne
acciuffò uno, proprio quello che aveva l’orologio, e a suon di sberle
oltre che con la minaccia di buttarlo nel Brembo riottenne il proprio
orologio lasciandolo poi andare via.
Rientrato nella
sua osteria pensava che l’episodio si fosse concluso, senza sapere che
il disonesto che aveva cercato di rubargli l’orologio si era recato dai
gendarmi e lo aveva denunziato per rapina. I
gendarmi napoleonici, in quanto
si era al tempo dell’occupazione francese, credettero al suo accusatore
e non a lui e lo arrestarono. Pacchiana subì il processo, fu condannato
ma giurò a se stesso che non avrebbe più sopportato un’ingiustizia o un
torto e si diede al brigantaggio.
Il brigantaggio
fu la sua nuova vita ma, secondo la leggenda,
non dimenticò le proprie origini e aiutò i poveri e
chi aveva subito qualche torto. Le sue
azioni divennero presto clamorose scuotendo da una parte i benpensanti,
suscitando ammirazione tra la gente comune e al tempo stesso facendosi
la fama di imprendibile.
La gendarmeria continuava a subire uno smacco dopo l’altro nel tentativo
di acciuffarlo finché dopo la spiata di un compaesano fu quasi sul punto
di prenderlo se il Pacì non si fosse tuffato nel Brembo riuscendo ancora
una volta a sfuggire alla cattura.
Si racconta che
abbia preso lo spione e dopo averlo malmenato lo abbia lasciato legato a
un albero e poi abbia fatto avvertire da un bambino i gendarmi perché lo
liberassero mentre lui si dava alla macchia in montagna. Per la
gendarmeria fu un ulteriore e insopportabile smacco che minava la
fiducia della gente. Fu deciso così di porre sulla testa del Pacì una
taglia di 100 zecchini se consegnato
vivo o di 60 se morto: questo espediente
risultò efficace.
Pacì durante una
sosta nei boschi fu, un giorno, morso da un serpente che lo lasciò vivo
ma debilitato, decise allora, per recuperare le forze, di rifugiarsi
presso un altro brigante amico suo, Carcino
Carciofoli (in dialetto Carciofolì), nei pressi del
lago di Como. Fu il suo
unico errore: Carcino, che riteneva un amico, allettato dalla taglia
divenne il suo carnefice.
Una notte Carcino
lo uccise nel sonno con un colpo di fucile, gli tagliò la testa e la
consegnò ai gendarmi che ne esposero il corpo a monito delle genti, era
il
6 agosto
1806.
Finì così la vicenda umana del Pacchiana e iniziò la leggenda di Pacì
Paciana tramandata dai racconti e dal teatro popolare, specialmente
quello dei burattini, che se ne impadronì facendone un eroe vindice dei
torti e delle ingiustizie dei più forti.
Pacì divenne
assieme a
Giopì, suo grande amico,
e ad altri briganti uno dei personaggi del teatro dei burattini più
amato e, ancora oggi, rappresentato per la gioia dei bambini e non solo
di loro

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Bandiera di San Giorgio
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La
storica bandiera con sfondo bianco e croce rossa era prima di tutto la
bandiera della
Repubblica di
Genova, una delle 5 Repubbliche Marinare (Venezia, Genova, Pisa, Amalfi, e Ragusa).
La
bandiera di Genova era diventata celebre quando le navi musulmane
cominciarono ad evitarla per non farsi colare a picco: così altre
nazioni trattarono con Genova l'uso della bandiera crociata e Genova lo
concesse a due nazioni:
l'Inghilterra e la Lombardia.
Quando
il Concilio dell'anno 1096 fissò l'ordine di operazioni per la
prima Crociata, venne deciso che l'insegna ufficiale dei soldati doveva essere
una croce bianca verniciata al di sopra di qualsiasi fossero le insegne
portate in guerra, e questo evidentemente tagliava la testa al toro
sopra la infinità di vessilli variopinti che qualsiasi casato aveva in
uso per sé e per le famiglie infeudate, mentre quei pochi che avevano
una semplice insegna crociata dipinta sopra un povero fondo bianco (alla
moda dei genovesi) certo non sarebbero stati riconoscibili.
Difatti
i
Cavalieri dell'ospitalità
(ovvero gli "Ospitalieri") usavano sì una croce bianca, ma sul tessuto
nero in tempo di pace e sul tessuto rosso in tempo di guerra; c'erano
solo due eccezioni: i
Cavalieri
Templari e i Lombardi,
che usavano una croce di colore rosso al di sopra del colore argento o
panna (poi bianco). Anche altri avevano usato temporaneamente il rosso,
ma i Templari e i Lombardi usavano sempre il rosso.
Quando
finalmente la guerra finì c'erano soltanto due modi per dimostrare di
essere un veterano: mostrare la croce bianca se eri un Crociato e quella
rossa se eri con i Lombardi alla prima Crociata.
Prendendo una carta geografica dell'Europa di oggi e collocando sopra
ogni città la sua bandiera, si può notare come l'insegna rosso crociata
sia presente ancora oggi in moltissime insegne municipali. Proprio per
questo motivo tutta l'Europa chiama l'area padano - alpina (che è la
Longobardia dell'epoca Medioevale) "Area
tipica delle croci Lombarde o Milanesi": va da Nizza fino al Golfo del
Quarnero (Croazia).
Una
parte di queste insegne (solo quelle diritte, che vengono chiamate "di
San Giorgio") sono state raccolte nello studio
"Bandiere di Libertà" pubblicato negli anni scorsi, dal quale
vale la pena di estrarre la mappa delle insegne crociate che sono ancora
in uso in svariate Municipalità: quelle con la croce rossa sul bianco
e quelle con
la croce su fondo colorato
Ebbene, quando i
veterani dopo la guerra si riunirono sotto la loro vecchia insegna per
difendere la Nazione invasa dai barbari (guidati dal
Barbarossa), la bandiera crociata
diventava oramai l'insegna della Nazione in uno scontro memorabile: nei
pressi di una cascina (Legnano) sui
prati a ora di mezzogiorno, la fanteria veniva salvata all'ultimo minuto
da una splendida carica di cavalleria il 29 di
Maggio dell'anno 1176.

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Il Passatore
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Stefano
Pelloni
detto il
Passatore (o, definizione di
Pascoli, il Passator cortese), fu un
brigante da strada attivo nella
Romagna del primo
Ottocento. Il soprannome gli venne dal mestiere, ereditato dal
padre, di traghettatore sul fiume
Lamone; era chiamato anche Malandri,
dal cognome della donna che sposò un suo bisavolo.
Nato nel
1824 a Boncellino di
Bagnacavallo, paese nel cuore della Romagna, a una trentina
di chilometri da
Forlì, fu ucciso nel marzo
1851 a
Russi dalla gendarmeria pontificia.
Frequentò in
gioventù una
scuola privata, che tuttavia abbandonò alla terza elementare, dopo
innumerevoli bocciature. Il lavoro di traghettatore lo mise in contatto
con numerosi contrabbandieri, ladri e briganti che in quel periodo
attraversavano le terre
romagnole, cosa che ebbe sicuramente influenza nel suo passaggio
alla criminalità.
Stefano imparò a
riconoscere la vita infima alla quale larghissimi strati della
popolazione erano obbligati per colpa dell'ignoranza e dell'ozio dei
loro padroni e aveva perciò sentito ribollire l'odio verso i ricchi. Non
è difficile capire quindi come poté diventare ben presto il capo
indiscusso di coloro che decisero di darsi alla macchia. Il brigante agì
sempre favorito dallo stato di sfacelo in cui si trovava soprattutto
la Romagna per via della dominazione
pontificia. La gente era povera, viveva precariamente ed era obbligata a
lavorare in cambio di poco per padroni incapaci di far fruttare la
terra. I governanti erano spesso corrotti e a rendere incerto il futuro
ci si misero anche le rivoluzioni del '31, '43, '45, '48, '49.
Evaso dalla
prigione nella quale scontava la pena per
omicidio colposo, organizzò una
banda audace ed agguerrita che operò per tre anni nelle
Legazioni Pontificie tenendo in scacco la
gendarmeria.
Un tratto
caratteristico del modo di operare della banda fu l'occupazione di
interi paesi (Bagnara
di Romagna,
Cotignola,
Castel Guelfo,
Brisighella,
Forlimpopoli ecc.), attuata per mettere a sacco le abitazioni dei
cittadini più ricchi. Nel tempo chiuso della Romagna di metà Ottocento,
alla fantasia e alla mente delle classi soggette, forse oscuramente, il
Passatore poteva apparire per questo in una luce "politica": egli era
colui che sfidava in aperta e temeraria improntitudine il potere, che
toglieva ai ricchi per donare ai poveri e che come un eroe imprendibile,
per le pianure e per le montagne della Romagna aerea, quella
dell'Appennino tosco-romagnolo, signoreggiava le foreste e le strade,
irridendo le milizie austriache e pontificie,
simbolo quanti altri mai concreto dell'autorità.
Tra le gesta più
celebri del Passatore si ricorda quella di
Forlimpopoli il 25 gennaio 1851. Con la sua banda il brigante
assaltò, durante una rappresentazione, il teatro (oggi teatro Verdi,
XIX sec.). Saliti sul palcoscenico, all'apertura del sipario,
puntarono le armi contro gli spettatori ordinando loro di dare un
"contributo pecuniario".
La sua attività
ebbe termine nel
marzo
1851 quando fu tradito da uno dei suoi uomini e individuato in un
capanno nei pressi di
Russi da parte della gendarmeria pontificia, rimanendo ucciso nello
scontro a fuoco che ne seguì.
Le sue imprese
ispirarono la musa popolare della
rievocazione orale (che enfatizzò la sua generosità, divenuta
leggendaria) e quella colta, da
Arnaldo Fusinato a
Giovanni Pascoli (che in
Romagna idealizzò la sua figura evocandolo, appunto, come
Il Passator Cortese).

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Il popolo Inuit
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Inuit
(singolare inuk o inuq in
lingua inuktitut)
è il nome del
popolo
dell'Artico
discendente dei
Thule. Gli Inuit
sono uno dei due gruppi principali nei quali sono divisi gli
Eschimesi, insieme
agli
Yupik:
il termine "eskimesi" significa "mangiatori di carne cruda" e fu usato
dai
nativi Americani
Algonchini
del
Canada
orientale per indicare questo popolo loro vicino, che si vestiva di
pelli ed era costituito da esperti cacciatori. Il nome che gli Inuit
usano per definirsi significa, invece, semplicemente “uomini”.
Gli Inuit sono
gli originari abitanti delle regioni costiere artiche e subartiche dell'America
settentrionale e della punta nord orientale della
Siberia:
sicuramente abitano una delle più inclementi regioni della Terra. Il
loro territorio è principalmente composto dalla
tundra,
pianure basse e prive di alberi dove la terra è sempre ghiacciata, salvo
pochi centimetri in superficie durante la breve stagione estiva.
Durante la
stagione invernale, prima degli anni '70, gli Inuit vivevano in case di
ghiaccio chiamate
igloo che avevano
la forma di una cupola sferica a pianta circolare ed erano costruite con
blocchi di ghiaccio incastrati perfettamente tra di loro a formare una
volta.
Vi si accedeva grazie ad un corridoio basso fatto anch'esso di neve e
sulla parete di fronte a questo vi era una finestra, chiusa con una
sottile lastra di ghiaccio o con pelli di
foca.
L'interno era foderato di pelli di
renna
e vi erano dei letti di pelliccia di renna che dovevano ospitare tutta
la famiglia. Il riscaldamento, l'illuminazione e la cucina erano
ottenuti grazie alla lampada alimentata a grasso di foca: gli Inuit,
nonostante le leggende, amavano infatti cucinare tutte le loro vivande.
D'estate vivevano in tende, con coperture di pelli di
foca, di
caribù o di altri
animali sostenute da costole di
balena o da
legname.
Anche se alcuni
gruppi vivono su fiumi pescosi ed altri cacciano caribù nelle zone
interne, gli Inuit vivono tradizionalmente della
caccia
di mammiferi marini (foche,
trichechi
e balene), e la struttura e l'etica della loro cultura si sono sempre
rivolte al mare.
La capacità degli
Inuit di adattamento a un ambiente freddo e difficile è legata alla loro
particolare abilità nel costruire attrezzi e altri utili accorgimenti da
ogni tipo di materiale. Vestiti di pelli, arpioni d'avorio
o di corno, con lame di pietra, pattini di
slitte
fatti all'occorrenza con strisce di carne gelata sono esempi
dell'adattamento indigeno ai materiali naturali. Usano il
Kayak o
imbarcazioni a motore per cacciare in mare oppure aspettano vicino alle
aperture nella banchina di ghiaccio l'uscita delle foche. Durante le
battute di caccia usano gli igloo come riparo di emergenza. Usano le
pelli degli animali per fabbricarsi vestiti (es.anorak).
Per spostarsi sulla neve usano slitte trainate dai cani anche se le
motoslitte stanno largamente rimpiazzando questo modo di viaggiare.
L'organizzazione
della società si basa sulla solidarietà fra villaggi; la proprietà è,
per la maggior parte, collettiva, la
famiglia
in genere è poco numerosa. Gli Inuit hanno una loro
religione
che si basa sulla credenza che molti animali e fenomeni naturali abbiano
un'anima o uno spirito. La principale personalità religiosa è lo
sciamano, spesso
di sesso femminile.
Hanno costituito
la
ICC (Inuit Circumpular
Conference), un'organizzazione non governativa e
plurinazionale, a salvaguardia della propria cultura, che rappresenta
150.000 persone abitanti nei territori di
Canada,
Groenlandia,
Alaska,
Russia.
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La diga
del Gleno |
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Il
1 dicembre del
1923 un'immane tragedia
causata dal crollo della
diga
del
Gleno sconvolse la
Valle di Scalve (colpendo
Bueggio, Azzone e delle centrali elettriche in zona) e la
Val Camonica in provincia
di
Brescia
(colpendo Gorzone, Corna e Darfo). In circa mezz'ora sei milioni di
metri cubi d'acqua, fango e detriti precipitarono dal bacino artificiale
a circa 1.500 metri di quota fino al
lago d'Iseo. I morti
furono 356, ma i numeri sono ancora oggi incerti. Erano le 7 e 15 di
mattina quando il pilone centrale della costruzione cedette e le acque
sbarrate dalla diga si riversarono nella vallata sottostante,
fuoriuscendo da una bocca larga una sessantina di metri. Il primo borgo
ad essere colpito fu
Bueggio. L'enorme
massa d'acqua, preceduta da un terrificante spostamento d'aria,
distrusse poi le centrali di Povo e Valbona, il ponte Formello e il
Santuario della Madonnina di Colere; raggiunse l'abitato di Dezzo,
composto dagli agglomerati posti in territorio di Azzone e in territorio
di
Colere, che andò
praticamente distrutto. Prima di raggiungere l'abitato di
Angolo l'enorme massa
d'acqua formò una sorta di lago e a tutt'oggi sono visibili i segni
lasciati dal passaggio dell'acqua nella gola della via Mala. L'abitato
di Angolo rimase praticamente intatto, mentre a Mazzunno vennero
spazzate via la centrale elettrica e il cimitero. La fiumana discese
quindi velocemente verso l'abitato di Gorzone e proseguì verso
Boario e
Corna di Darfo, seguendo il corso del
torrente
Dezzo e mietendo numerose
vittime al suo passaggio. Quarantacinque minuti dopo il crollo della
diga la massa d'acqua raggiunse il lago d'Iseo.
La
diga
era stata realizzata fra il
1916 e il
1923, era lunga 260 metri
e doveva contenere sei milioni di metri cubi d'acqua raccolti in un lago
artificiale che si estendeva su una superficie di 400.000 metri
quadrati, alimentato dai torrenti Povo, Nembo
e da affluenti minori.
Era un esempio unico al mondo di diga mista, cioè a gravità e ad archi
multipli, composta cioè di due parti, ossia di un tampone che chiudeva
la stretta del torrente, e di una serie di 25 archi di calcestruzzo
armato, poggianti su 26 speroni; il tutto formava uno sbarramento lungo
180 metri. L'invaso prevedeva una capacita di sei/sette milioni di metri
cubi d'acqua e formava un lago lungo circa 4 chilometri e largo due.
Inizialmente si era partiti
con un tipo di diga a gravità con la costruzione di un muro dello
spessore dai 30 ai 40 metri che formava il così detto tampone. Arrivati
a questo punto, fu mutato il progetto, e si pensò di costruire la diga
ad archi multipli, il che implicava un minor volume di muratura e
conseguentemente un risparmio di materiale. Si era cosi elevata la vasta
serie di piloni che avevano alla base una larghezza di una trentina di
metri. Dove non era stato ancora eseguita il tratto di diga a gravità, i
piloni erano stati appoggiati direttamente sulla roccia, gli altri erano
stati appoggiati
sulla costruzione precedente.
Nell'ottobre
del '23 la diga era conclusa:
Alla fine della costruzione i problemi cominciarono immediatamente, i
più gravi erano le perdite nella parte centrale del muro di sostegno
della diga. A rafforzare eventuali problemi strutturali era il modo in
cui era stata riempito il bacino, visto che il livello dell'acqua veniva
tenuto costantemente sopra il livello di guardia. Furono chiamati gli
ingegneri da Milano per controllare, e anche l'ingegnere capo del
genio Civile fu in quei giorni alla
diga; ma non presero nessuna decisione in merito se non accertarsi che i
problemi erano reali. Verso la fine del novembre di quell'anno, le
perdite dalla struttura dalla diga erano diventate di notevole portata.
Il primo dicembre, così viene raccontato, alle
6.30 del mattino, il guardiano della diga eseguendo il classico
controllo sulla passerella fronteggiante la diga, sentì un violento moto
sussultorio provenire dalla struttura. Quarantacinque minuti dopo,
esattamente alle 7.15 del mattino, avviene il crollo della parte
centrale della diga. Il contenuto del bacino, oltre
60.000.000 di metri cubi di acqua, si
riversano nella valle sottostante travolgendo e spazzando via interi
paesi
Dal processo, che
si tenne dal gennaio
1924 al luglio
1927 e si concluse con la
condanna del titolare della società concessionaria e del progettista,
emerse che i lavori erano stati eseguiti male ed in economia e che il
controllo da parte del
Genio Civile
era stato svolto in modo approssimativo e superficiale.

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Folkstone |
I Folkstone sorsero agli
inizi dell’anno domini 2005 dall'incontro che
Ferro e Lore ebbero con un loro vecchio compare di sbronze
pugliese chiamato Foresi.
L’intento di codesta marmaglia fu quello di riportare in vita
antiche sonorità immergendole in un intruglio di rock idromelico.
Nel primo anno la band cercò di trovare un’intesa ispirandosi alla
scena folk metal d’oltralpe pur rimanendo ancorati ad una
strumentazione elettrica tradizionale. Verso la fine dell’anno,
Lore, armato di insistente determinazione, persuase l’amico
saltimbanco Teo ad imbracciare, prima
il baghèt, e poi la
cornamusa medievale ed insieme
cominciarono con tal strumento a cimentarsi fra ance e bordoni.
Sempre Lore, con la sua proverbiale “determinazione”, esortò
Angelino ad entrare nei Folkstone come
chitarrista ufficiale, completando la line up insieme a
Roby alla terza cornamusa e bombarde e
Andrea alle percussioni.
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I Folkstone erano pronti a
comporre di loro mano brani che miscelavano la potenza del metal, l’ancestralità
delle cornamuse e il millenario fascino della musica popolare.
Cominciarono così le esibizioni della band tra
giocolieri, sputafuoco,
libagioni, vino
e super metalfolk riscuotendo applausi
e consensi dalla gente incuriosita ed esaltata.
La forza del concerto in versione rock è che comunque
vengono inseriti
anche alcuni pezzi in acustico proponendo un breve spettacolo con il
fuoco. Mentre quello che dona grinta alla versione acustica è il
forte impatto diretto della musica ed il contatto che si crea con la
gente.. coinvolta in canti e balli!
Fu così che
dopo un'estenuante tourneé estiva, che contava una trentina di
concerti per tutta la Lombardia e la registrazione di un mini album,
per motivi personali, causa troppi impegni, la line up cambiava.
Nella formazione entrano a far parte Giorgio
al basso e Ghera alla chitarra, pronti
per ricominciare le solite scorribande!!!
Dunque..
”Tra sacro e profano..fòco e tamburo.. che voi
balliate con passo sicuro!”
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