DI TUTTO UN PO'

      

La caccia morta
fonte:
www.leggende.vallebrembana.org

 

Una leggenda assai popolare in varie località della Bergamasca è quella della caccia selvatica detta anche cacciamorta. In certe ore della notte si potevano sentire su per le montagne delle mute di cani che scorrazzavano, abbaiando rabbiosamente di qua e di là, come se stessero inseguendo la selvaggina. Nessuno li aveva mai visti, si potevano solo sentire i loro latrati, ma si assicura che chi si trovava a passare da quelle parti poteva anche imbattersi sul loro percorso e doveva scansarsi precipitosamente se non voleva essere travolto dalla furia famelica di quei segugi indiavolati. Per la verità non si trattava di cani, ma di anime confinate. Precisamente erano le anime dannate di quei cacciatori del paese che per coltivare la loro passione trascuravano di andare a messa la domenica e così, dopo la morte, erano condannati a vagare su per i monti, dando vita a un'incessante quanto sterile caccia. Un efficace esempio di pena del contrappasso, degna di figurare in qualche infernale girone dantesco, tanto più che da qualche parte si sussurrava addirittura che alla guida di quella canaglia scatenata ci fosse nientemeno che il Demonio in persona. I racconti sulla caccia selvatica erano abituali a Ornica, Valtorta, Cusio, Santa Brigida, ambientati sulle impervie pendici della Val d'Inferno o del Salmurano, ma non mancavano in altre località, ad esempio a Spino al Brembo, dove la tradizione descriveva i segugi guidati dal Demonio sui dossi della squallida altura della Mughera, alle prese con una cagna nera, orribile, con gli occhi fiammeggianti, in un contesto di urla infernali e strider di catene Con una leggera variante analoghi episodi venivano raccontati a San Pietro d'Orzio, dove la muta di cani, anziché correre per la montagna, girovagava qua e là per aria, riempiendola di impetuose folate e dei consueti latrati. Altrove si sussurra di brutte avventure capitate a chi osava intromettersi nella caccia. E' il caso di Costa Serina dove pare che un viandante, imbattutosi in una di queste orde urlanti, avesse osato richiamare i segugi perché si quietassero. Non l'avesse mai fatto: rientrando a casa aveva trovato appesa alla porta una gamba umana, una sinistra premonizione di tragedia, dalla quale l'aveva scampato il suo parroco, consigliandogli di riportare nottetempo l'ingombrante reperto anatomico sul luogo dell'incontro con la caccia selvatica, affinché i cani potessero riprendersela. Cosa che egli fece, benché in preda ad un indicibile senso di terrore, riuscendo a cavarsi d'impaccio, ma giurando a se stesso che non si sarebbe mai più intromesso in affari di tal genere. Pressoché analogo è il racconto della caccia morta a Valgoglio, dove si dice che una donna, abitante in località Dödömal, osservando quei dannati in corsa sfrenata formulò una bizzarra richiesta: "Portatemi un po' della vostra selvaggina con cui potrei sfamare i miei bambini". Fu subito accontentata: il mattino dopo trovò appesa fuori della sua baita una gamba umana. Atterrita, la donna corse a raccontare l'accaduto al suo parroco il quale la consigliò di stare in guardia e le suggerì per la notte seguente di chiudersi bene in casa e di coricarsi assieme ai suoi bambini. Così fece, e fu la sua salvezza, infatti, nel colmo della notte la cacciamorta tornò e dalla canea vociante si alzò un grido d'oltretomba, rivolto proprio a lei: "Buon per te che sei in mezzo all'innocenza, altrimenti l'avresti pagata cara per aver osato parlare alla cacciamorta!".

Tratto da Storie e leggende della Bergamasca di Wanda Taufer e Tarcisio Bottani - Ferrari, Clusone, 2001
 

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Il ponte San Michele
fonte: www.orobie.it

Il ponte San Michele che collega Paderno d’Adda con Calusco d’Adda, fù una delle prime strutture in ferro dopo la celebre Tour Eiffel parigina.
Un capolavoro d’ingegneria, che ancora oggi si fa ammirare per l’arditezza dell’arco, lungo 150 metri.

La realizzazione del ponte, fra il 1887 e il 1889, destò allora l'ammirazione di tutta Europa e presto il viadotto comparve sui più autorevoli trattati di ingegneria civile, nel rango dei maggiori ponti ad arco del mondo: quelli sul Mississipi, sul Douro, sulla Truyère, sullo Schwarzwasser. Merito soprattutto dell'eleganza delle proporzioni, dell'accuratezza del progetto (magistrale applicazione della teoria dell'ellisse di elasticità) della perfezione costruttiva con cui fu compiuto dalla Società nazionale delle Officine di Savigliano.
La storia del viadotto è costellata di discussioni, cifre, calcoli, aneddoti, senza dimenticare la leggenda secondo cui l'artefice dell'ardita opera, il progettista svizzero Giulio Röthlisberger, morì lanciandosi dall'alto del San Michele nel timore che il ponte crollasse. In realtà l'ingegnoso ideatore non morì nelle gelide acque dell'Adda, ma nella terra che gli diede i natali, a causa di una polmonite.

Risalendo alle origini del ponte e meglio all'idea di "saltare" l'Adda, confine naturale e politico, si arriva all'Unità d'Italia. Con il riordino della rete ferroviaria italiana, allora gestita a gruppi da piccole e medie società, si iniziò a parlare di un viadotto fra Calusco e Paderno. Lo scenario ferroviario di allora non era particolarmente funzionale. Nord, centro e sud erano sostanzialmente divisi, Sicilia e Sardegna non avevano nemmeno i binari. In Lombardia, sotto il Regno Lombardo-Veneto, la prima linea ferroviaria fu il tronco Milano-Monza inaugurato nell'agosto 1840 e solo vent'anni più tardi (lasciate alle spalle barriere politiche e territoriali) si diede inizio a un completamento della rete. E in tale contesto non poteva mancare la questione dell'attraversamento dell'Adda. Lo sviluppo industriale nella zona del medio e alto corso del fiume, stava incrementandosi assumendo proporzioni rilevanti. A Paderno si concentravano importanti industrie seriche. Gli opifici per la lavorazione della seta, le filande per l'estrazione del filo dal bozzolo, i filatoi e gli incannatoi per le torsioni del filo e la raccolta su rocchetti furono le prime fasi di lavorazione dei nuovi insediamenti industriali. Sulla sponda bergamasca nel frattempo nascevano altri complessi produttivi. Pertanto, quando si ipotizzò la realizzazione del tronco ferroviario Usmate/Carnate-Ponte San Pietro, che avrebbe portato scambi e sviluppo economico fra le due provincie, balzò all'occhio degli addetti ai lavori la difficoltà di attraversare il maggiore affluente del Po, l'Adda appunto, quarto fiume più lungo d'Italia.

Inizialmente l'Ufficio della Direzione Governativa pensò di realizzare l'opera con una travata di ferro rettilinea, sopra cui scorresse la ferrovia e sotto la strada carrabile. La Società per le Strade Ferrate Meridionali (stava completando il tronco Usmate-Paderno) ebbe l'incarico di studiare una soluzione. In quel periodo la Società nazionale delle Officine di Savigliano, che dal 1885 al 1886 aveva già realizzato ponti sull'Adda a Trezzo, sul Po a Casale Monferrato, sul Tanaro ad Asti, si dimostrò interessata all'opera, per cui chiese di concorrere al progetto. Nello stesso tempo un'altra azienda nazionale si fece avanti. Quattro furono i progetti presentati e il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici scelse la soluzione delle Officine di Savigliano. Il piano iniziale, dodici tavole presentate nel marzo 1886, venne rivisto e modificato. La corda dell’arco passò da 145 a 150 metri, la lunghezza della travata da 224 a 266 metri. Il 22 gennaio 1887, a Roma, venne firmato il contratto in base al quale le Officine si impegnavano a eseguire l’opera in 18 mesi. Costo dei lavori: 1.850.000 lire per il ponte, più 128.717,50 lire per le trincee di accesso.

La prima fase prevedeva la realizzazione di un ponte di servizio in legno, per il quale occorsero 2000 metri cubi di legname dell’alta Baviera. Nello stesso tempo, vennero eseguiti gli scavi per le fondazioni delle spalle dell’arcata, realizzate con pietra di Moltrasio trasportata da Lecco su barconi lungo l’Adda. Altro materiale (ghisa) venne importato dalla Germania. L’arco fu completato nel febbraio 1889 con l’applicazione di 100.000 chiodi ribaditi. Ai lavori parteciparono 470 operai, alcuni dei quali - come ricordano le cronache del tempo - persero la vita durante l’intervento. Il ponte fu ultimato nel marzo 1889; la verniciatura slittò all’estate 1890. Nel maggio 1889 giunse il fatidico momento del collaudo con l’attraversamento del viadotto da parte di un treno (3 locomotive e 30 vagoni) a 40 km/h. "Le tre poderose macchine avanzano a velocità vertiginosa - annotava un cronista de L’Eco di Bergamo - non hanno ancora abbandonato una sponda che il fischio fortissimo avverte già d’aver raggiunto l’altra. Il ponte è compiuto!" Un secondo collaudo fu eseguito nel 1892 in quanto l’anno prima erano stati introdotti nuovi tipi di locomotore. La stabilità della struttura fu messa a dura prova nel periodo bellico. Nel ’44 e nel ’45 l’arco non subì danni rilevanti, ma dopo la riparazione provvisoria del Comando militare, seguirono lavori alle campate della trave ultimati nel ’50. Di recente è stato segnalata la presenza di una bomba sul fondale dell’Adda, risalente alla seconda guerra mondiale; ritenuta innocua, è lasciata sonnecchiare sotto le acque.

       

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Le Foibe
fonte: www.lefoibe.it

Il termine "foiba" è una corruzione dialettale del latino "fovea", che significa "fossa"; le foibe, infatti, sono voragini rocciose, a forma di imbuto rovesciato, create dall’erosione di corsi d’acqua nell'altopiano del Carso, tra Trieste e la penisola istriana; possono raggiungere i 200 metri di profondità.
In Istria sono state registrate più di 1.700 foibe. Le foibe furono utilizzate in diverse occasioni e, in particolare, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale per infoibare (“spingere nella foiba”) migliaia di istriani e triestini, italiani ma anche slavi, antifascisti e fascisti, colpevoli di opporsi all’espansionismo comunista slavo propugnato da Josip Broz meglio conosciuto come “Maresciallo Tito”
Nessuno sa quanti siano stati gli infoibati: stime attendibili parlano di 10-15.000 sfortunati. 
Dal settembre 1943 ad oggi molto è stato fatto per arrivare alla verità, per conoscere finalmente il numero ed il nome di tutte le vittime; ma siamo ancora molto lontani dalla conclusione delle indagini; e solo il giorno in cui il Governo Italiano ed ora quelli sloveno e croato, apriranno i loro archivi, verranno alla luce tutte le storie, anche quelle oggi ignorate del Fiumano, della Dalmazia intera, di tutte le terre che accomuniamo nel ricordo dei nostri morti.
Nel settembre - ottobre 1943 le" foibe" sono attorno a Pisino, sede del comando jugoslavo; è la dimostrazione della premeditazione dell'eccidio. Nel secondo periodo la gran parte degli infoibamenti ebbero luogo attorno a Trieste e Gorizia, ma anche nelle zone di Tolmino a Nord e di Capodistria al sud.
1 maggio 1945
: Trieste è pronta a festeggiare la fine di una guerra, lunga e dolorosa. Il giorno precedente i Volontari della Libertà, gli uomini del C.L.N. guidati da don Marzari, hanno preso il controllo della città, sottraendolo alle truppe tedesche ( e la mediazione del Vescovo mons. Santin è riuscita anche a salvare il porto e le altre strutture della città). La guerra è dunque finita ed i Triestini si accingono a festeggiare la pace, come armai si fa in tutt’ Italia ed in tanta parte d’Europa. Ma la realtà che scoprono, quella mattina del 1 maggio, è tutt’altra. I nuovi arrivati, le truppe comuniste jugoslave del maresciallo Tito, non sono portatori di pace, sono oppressori quanto e più delle truppe naziste che se ne sono appena andate e che per due lunghissimi anni avevano governato la città.
Le truppe titine iniziano subito con il dare la caccia proprio agli uomini del C.L.N. e assieme a loro a migliaia e migliaia di triestini, alcuni caratterizzati politicamente (sia perché fascisti che in quanto comunque esponenti di movimenti politici, anche se antifascisti), altri, tantissimi altri senza nessuna apparente ragione di ordine politico, con un meccanismo perverso di pura casualità (in un certo numero di casi sono vicende e rancori personali a sostituirsi alla casualità).

Per tutto un lunghissimo mese Trieste vive questa sorta di mattanza. Migliaia e migliaia di suoi figli che, sottratti ai propri cari, spariscono nelle grinfie della cosiddetta Milizia Popolare per non fare mai più ritorno. Buona parte di costoro finisce in quelle nere cavità carsiche. Le vittime dei titini venivano condotte, dopo atroci sevizie, nei pressi della foiba; qui gli aguzzini, non paghi dei maltrattamenti già inflitti, bloccavano i polsi e i piedi tramite filo di ferro ad ogni singola persona con l’ausilio di pinze e, successivamente, legavano gli uni agli altri sempre tramite il fil di ferro. I massacratori si divertivano, nella maggior parte dei casi, a sparare al primo malcapitato del gruppo che ruzzolava rovinosamente nella foiba spingendo con sé gli altri.  Una mattanza durata oltre quaranta giorni, fino cioè a quel 12 giugno 1945 quando le truppe Alleate indussero quelle slavo-comuniste a lasciare la città.  

Nel corso degli anni questi martiri sono stati vilipesi e dimenticati. La storiografia, lo Stato italiano, la politica nazionale, la scuola hanno completamente cancellato il ricordo ed ogni riferimento a chi è stato trucidato per il solo motivo di essere italiano o contro il regime comunista di Tito.

    


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La via Priula
 

La via Priula è una strada del XVI secolo che collegava la città di Bergamo a quella di Morbegno. Di notevole importanza strategica e commerciale, la via Priula venne costruita tra il 1592 ed il 1593 per ordine del podestà di Bergamo, Alvise Priuli.

In quel periodo la repubblica di Venezia aveva assoggettato l’intera provincia di Bergamo, ed avvertiva la necessità di aprire nuove vie commerciali con i territori del nord, tra cui il cantone dei Grigioni, loro alleati. La comunicazione tra queste due zone infatti era difficile, dato che per trasportare le merci bisognava aggirare la catena montuosa delle Orobie, passando da Lecco per il lago di Como, nel territorio del Ducato di Milano dominato dagli spagnoli. Questo comportava il pagamento di ingenti dazi, a volte pari alla metà dell’intero carico, o addirittura il sequestro dei beni trasportati. Da qui la necessità di creare una nuova via di comunicazione volta a mantenere i trasporti all’interno dei territori di San Marco.
Vennero fatti molteplici studi volti ad individuare il tracciato ideale per tale opera che doveva superare la catena montuosa delle Orobie: la scelta cadde sulla val Brembana che, a differenza della val Seriana, presentava valichi montani più accessibili, vicini alla quota di 2000 m. s.l.m.
E fu proprio ai 1991 metri di altitudine di un valico, ribattezzato passo di San Marco, posto tra i comuni di Mezzoldo ed Albaredo , che la strada trovò la sua definitiva collocazione. La strada partiva da Porta San Lorenzo (oggi Porta Garibaldi) a Bergamo e risaliva la val Brembana superando le gole della zona di Sedrina, i paesi di Zogno, San Pellegrino Terme e San Giovanni Bianco.
A Piazza Brembana la strada passava sotto a porticati ed antichi lavatoi, per poi raggiungere Olmo al Brembo, quindi Mezzoldo e poi salire fino al suddetto passo. La discesa verso la Valtellina toccava il paese di Albaredo, per arrivare rapidamente a Morbegno.
La strada venne edificata ex-novo, senza cioè utilizzare vecchi sentieri preesistenti, con partenza dalla città di Bergamo ed arrivo a Morbegno, da cui era possibile raggiungere i Grigioni tramite la Valmalenco, oppure tramite la cosiddetta "Strada dei cavalli" in Valchiavenna.

I costi, inizialmente previsti nell’ordine di 2000 ducati, aumentarono esponenzialmente fino a quadruplicare, raggiungendo la cifra finale di 8200 ducati. Per recuperare i soldi impiegati per l’opera, la Serenissima decise di applicare una gabella aggiuntiva alle zone interessate dall’opera che, oltre alla manutenzione, si dovettero quindi sobbarcare ingenti oneri, aumentando notevolmente il malcontento. Il progetto prevedeva inoltre la costruzione di una casa per ospitare i viandanti, in prossimità del passo di San Marco. Questo edificio è tutt’ora utilizzato come rifugio con il nome di Rifugio Cà San Marco.

Un’opera fondamentale per la realizzazione della strada furono indubbiamente le chiavi della Botta. Queste si erano rese necessarie per superare uno strapiombo di roccia a picco sul fiume Brembo tra i paesi di Villa d'Almè e Sedrina, in località Botta. Questa barriera naturale aveva impedito il passaggio a chiunque nei secoli precedenti, tanto che per collegare i due paesi si doveva percorrere un angusto sentiero sui monti sovrastanti. Le carovane invece evitavano questi paesi percorrendo la via Mercatorum, più lunga ma molto più comoda, che da Nembro (in valle Seriana) portava a San Giovanni Bianco.

Fu quest’opera assai ardita a togliere dall’isolamento commerciale (e non solo) i paesi limitrofi. Secondo studiosi bergamaschi, tra cui Bortolo Belotti, le chiavi erano costituite da una serie di archi appoggiati alla parete di roccia e fissati ad essa tramite delle catene, su cui passava la strada.

Un tratto lungo soltanto 200 metri, tanto indispensabile quanto pericoloso, poiché soltanto un piccolissimo muretto, alto pochi centimetri, proteggeva commercianti, viandanti, animali e carichi al seguito, dal precipizio. La costruzione dell’opera comportò infatti ingenti perdite tra gli operai, a causa dei cedimenti di piccole parti di parete e fatali distrazioni che si trasformavano in tragedia.

La via Priula svolse egregiamente il suo compito di direttrice dei commerci tra le due zone fino al XVIII secolo quando, a causa dei cambiamenti politici verificatisi nella regione, in primis con il disfacimento della Repubblica di Venezia con il Trattato di Campoformio, venne sempre meno utilizzata, fino a cadere in uno stato di inutilizzo che l’ha portata fino ai giorni nostri in condizioni di assoluto degrado. Soltanto recentemente, le varie amministrazioni locali si sono interessate al recupero di questa antica via che li attraversava, cercando di promuovere itinerari che la rivalorizzassero al meglio.

Tra questi si segnalano due lunghi tratti: il primo in val Brembana, dove da Mezzoldo si può salire fino alla Cà San Marco, in un itinerario con notevole dislivello ma molto gratificante; il secondo che porta da Albaredo per San Marco, in provincia di Sondrio, nella valle del Bitto.

                


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 L'alluvione in val Brembana del 1987
tratto da "Storia della Valle Brembana - IL NOVECENTO"
di Felice Riceputi
fonte:
www.vallibergamasche.info
 

Primo pomeriggio di sabato 18 Luglio 1987. E' una giornata piovosa, come del resto tante di questa estate, a Piazza Brembana, San Giovanni Bianco, a Zogno la pioggia cade fitta, fastidiosa; il traffico e' quello intenso dei fine settimana estivi, ma in strada c'e' poca gente e l'atmosfera e' piuttosto sonnolenta.
Qualcuno si affaccia alla finestra che da' sul fiume e comincia a notare qualcosa di strano. Si, d'accordo... che il
Brembo sia in piena e' cosa ovvia. Ma non e' normale che il livello dell'acqua salga in maniera cosi' rapida, di minuto in minuto. Molti incuriositi, scendono a vedere cosa succede e sui ponti si formano piccoli capannelli. L'acqua continua a salire a vista d'occhio e turbina in maniera sempre piu' rapida e spettacolare. La corrente si infrange rumorosamente contro le arcate dei ponti dove rimangono inpigliati rami, tronchi d'albero, detriti di ogni genere. Arrivano i Vigili che invitano la folla sempre piu' numerosa ad allontanarsi. A San Giovanni Bianco e San Pellegrino Terme i ponti vengono transennati e chiusi alla circolazione. Cominciano a circolare le voci piu' strampalate: che sia crollata una diga in alta valle ? ... Si qualcosa e' successo lassu'. Un nubifragio vero e proprio si e' scatenato sulla Valtellina e sul ramo del Brembo di Olmo scaricando un impressionante quantita' d'acqua. La portata del Brembo in quelle ore sara' stimata a monte di San Giovanni Bianco in oltre 500 mc. al secondo, rispetto alla media stagionale di 30 mc/s. Ed e' una vera fortuna che i bacini idroelettrici dell'alta valle (Laghi Gemelli, Lago Fregabolgia, etc.) trattengano piu' di 3 milioni di mc. d'acqua che avrebbero almeno raddoppiato la portata del Fiume, con conseguenze catastrofiche. A Mezzoldo, uno dei paesi piu' colpiti, una frana ha spazzato il vecchio cimitero e interi tratti di strada sono stati ingoiati dalle acque.
A Piazzatorre un fiume di fango ha sommerso il campeggio ed invaso alcuni condomini. Travolti o seriamente danneggiati tutti i ponti della Valle Stabina. Cancellata per 200 metri la strada che da Valleve sale a Foppolo. A Piazza Brembana, all'altezza del Ponte dei Fondi, il Brembo ha accatastato contro le fragili arcate detriti in grandi quantita' formando una diga che sotto l'incalzare della piena ben presto cede, provocando una gigantesca ondata. Pochi minuti dopo a Lenna franano gli argini della statale sotto il viadotto della ferrovia. Un falegname,
Romeo Cortinovis, scende nel box vicino al Brembo per portare in salvo la sua autovettura ma viene imprigionato e sommerso dal fango. Cede e rovina nei gorghi una parte del vecchio Ponte delle Capre. In localita' Baracca (Camerata Cornello) macchinari e ruspe della Ditta Magnati vengono spazzati via come fuscelli. Seriamente danneggiati il Ponte di Pradinarco e quello di Orbrembo dove crolla una palazzina di due piani. A San Giovanni Bianco le acque travolgono gli argini del Lungo Brembo e invadono via Arlecchino e tutta la zona dei giardini pubblici. Tutte le case lungo il corso del fiume vengono fatte sgomberare. A San Pellegrino Terme le acque allagano in via San Carlo il piano terra della caserma dei Carabinieri le cui famiglie vengono tratte in salvo con i canotti.

All'altezza della diga Enel si forma una barriera di piante, detriti, macigni e ben presto le acque debordano paurosamente sulla statale allagando negozi e bar. Gli argini della statale e delle provinciali laterali hanno ceduto in decine di punti, quattordici solo nel tratto Lenna e San Pellegrino Terme. E intanto le acque limacciose continuano a scendere a velocita' pazzesca trascinando nei vortici tronchi d'albero, carcasse di animali e persino automobili. Ovunque sono caduti pali del telefono, fili della luce. Sconvolto tutto il sistema degli acquedotti e delle fognature.

L'acqua che sgorga dai rubinetti e' color fango. I Soccorsi Da Bergamo salgono le prime colonne di soccorso inviate dalla Prefettura ma devono fermarsi a San Pellegrino Terme dove si organizza una base operativa presso la
Clinica Quarenghi. Nella sede della Comunita' Montana Valle Brembana entra in funzione una radiotrasmittente e si contituisce un unita' di crisi coordinata dal presidente Pietro Busi. Un elicottero della Protezione Civile sorvola la valle prima che faccia buio e viene cosi' effettuata una prima ricognizione utile a verificare la situazione reale. Quando scende la notte, la statale fino a San Pellegrino Terme pullula di mezzi di soccorso dell'Esercito, dei Carabinieri e della Polizia.

I Telegionali mandano in onda le prime immagini dei disastri provocati dall'alluvione in Val Brembana e in Valtellina dove si registrano gia'
7 morti e 12 dispersi. Da noi per il momento il bilancio e' di una vittima e quattro dispersi. L'alba di Domenica 19 Luglio e' tersa e serena. Il Brembo e' in lento deflusso, ma lo spettacolo di rovine e di fango e' desolante. Presso la sede della Comunita' Montana arrivano in elicottero i rappresentanti delle Istituzioni: Prefettura, Protezione Civile, Forze Militari, Forestale, Provincia, Anas. Si fa il punto della situazione e si accerta che le vittime sono cinque: Angelo Salvetti, 22 anni di San Giovanni Bianco, travolto dalla furia delle acque al bivio di Piazzatorre accanto alla sua auto (il corpo verra' ritrovato il giorno seguente nelle chiuse di Canonica d'Adda); Barbara Orlando 15 anni di Bergamo; Paola Tornaghi, 22 anni e il fidanzato Marco Tamburrini entrambi di Milano; Romeo Cortinovis, 35 anni di Lenna. Ci si organizza per liberare dall'isolamento le migliaia di turisti rimasti bloccati in valle Brembana.
A questo scopo entrano in azione 27 elicotteri con i quali si trasportano anche generi di prima necessita' nei paesi ancora isolati. Nelle operazioni di soccorso sono impegnati circa duemila uomini. La stagione turistica e' irrimediabilmente compromessa. Molte fabbriche danneggiate dalla piena sono costrette a chiudere. Il bilancio dei danni causati solo alle strade provinciali e' di 14 ponti da ricostruire e 4 chilometri di strada asportati da rifare. Il governo stanzia i primi 350 miliardi e la Regione altri 100, naturalmente per tutte le zone alluvionate, compresa la Valtellina. Mercoledì viene ripristinata la statale a San Pellegrino e, attraverso una serie di varianti provvisorie che utilizzano il vecchio sedime ferroviario, e' ora possibile per i mezzi di soccorso arrivare fino all'alta valle Brembana. Sabato 25 Luglio, ad una settimana dall'alluvione, tutti i paesi sono di nuovo collegati, ultimi Valtorta e Mezzoldo. Ovunque sono tornati in funzione energia elettrica e telefoni, e da qui avviare la ricostruzione.

         


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Il popolo Vichingo
 

Con il termine Vichinghi si denotano solitamente quegli esploratori, commercianti e guerrieri norreni, originari della Scandinavia, che a bordo di navi fecero scorrerie sulle coste delle isole britanniche, della Francia e di altre parti d'Europa fra la fine dell'VIII e l'XI secolo. A questo periodo della storia europea (generalmente racchiuso fra gli anni 793 e 1066) ci si riferisce normalmente con l'appellativo di epoca vichinga. Con questo termine ci si può anche riferire a tutte le popolazioni che abitavano la Scandinavia di quegli anni e ai loro insediamenti in altre parti d' Europa. I vichinghi facevano parte delle popolazioni normanne, solo che il termine "vichingo" indicava un'appartenente a quelle popolazioni costiere, insediate nei fiordi (vik significa infatti "baia"), che erano dedite alla pirateria.

Famosi per la loro abilità di navigatori e per le lunghe barche, i vichinghi in pochi secoli colonizzarono le coste e i fiumi di gran parte d'Europa, le isole Shetland, Orcadi, Fær Øer, l'Islanda, la Groenlandia e Terranova; si spinsero a sud fino alle coste del Nordafrica e a est fino alla Russia e a Costantinopoli, sia per commerciare che per compiere saccheggi.

Vi erano due diversi tipi di imbarcazioni vichinghe: le drakkar e le knarr. Le prime, utilizzate per le esplorazioni e le guerre, erano studiate per essere veloci e maneggevoli, ed erano equipaggiate con remi per renderle indipendenti dalla presenza o meno del vento. I drakkar avevano uno scafo lungo e stretto ed un basso pescaggio, per facilitare lo sbarco di truppe in acque basse. Le knarr invece erano navi mercantili, più lente ma con una maggior capacità di carico, disegnate con uno scafo corto e largo e un profondo pescaggio. Sulle knarr non erano previsti rematori.
I vichinghi sono conosciuti anche per essere stati i primi esploratori del Nordamerica, raggiunto tra la fine del X e gli inizi dell'XI secolo  ben 5 secoli prima dei viaggi di Cristoforo Colombo.

Dal punto di vista geografico, l'epoca vichinga si è sviluppata non solo nelle odierne Norvegia, Danimarca e Svezia, ma anche in quei territori che erano sotto il dominio delle popolazioni nord-germaniche, vale a dire il Danelaw, la Scozia, l'Irlanda, l'Isola di Man, ampie parti della Russia e dell'Ucraina.
È da notare come le nazioni celtiche (cioè la Scozia, l'Irlanda, il Galles, la Bretagna e la Cornovaglia, le prime nell'865 e l'ultima nel 722) decisero di allearsi ai Vichinghi nelle loro battaglie contro gli Anglosassoni. Da ciò alcuni credono che derivi l'orgoglio di queste popolazioni per quello che è visto come il loro retaggio vichingo

L'etimologia del termine "Vichingo" è piuttosto vaga. Alcuni pensano che venga dall'antica parola norrena vík, che significa "baia", "insenatura" o "piccola isola" e del suffisso -ing, che indica provenienza o appartenenza. Secondo questa spiegazione, "vichingo" significherebbe "persona che viene dalla baia".
Va anche notato che
Viken era l'antico nome con cui era indicata la regione costiera dello Skagerrak, cioè la zona da cui venivano i primi vichinghi.
Una seconda teoria sostiene che l'etimologia del termine vichingo vada ricercato nell'antico inglese
wíc parola che significa "villaggio commerciale" (derivata dal latino vicus, cioè "villaggio").
Nonostante l'immagine di feroci saccheggiatori che vivono per depredare, il cuore della società vichinga era basato sulla reciprocità, sia a livello personale e sociale che a livello politico. I Vichinghi vissero in un'epoca in cui molte società si macchiarono di atti violenti, e le azioni degli scandinavi, poste nel contesto storico, non sono così feroci come sembrano oggi, per esempio se confrontati ad azioni come quella di Carlo Magno, che fece decapitare
4.500 Sassoni in un solo giorno per il solo fatto che non volevano convertirsi al Cristianesimo. I Vichinghi erano spesso commercianti; alcuni di essi si lasciarono andare ai saccheggi, soprattutto di monasteri britannici, in quanto questi custodivano grandi quantità d'oro e argento

L'immagine di sporchi, selvaggi dai capelli lunghi che a volte è associata con i Vichinghi nella cultura popolare, è una distorsione della realtà. I resoconti relativi ai Vichinghi che ci sono pervenuti sono stati scritti da autori cristiani non-scandinavi, ed è quindi possibile che ci sia un certo margine d'errore. In Inghilterra i Vichinghi ebbero la reputazione di uomini "eccessivamente puliti" a causa della loro abitudine di fare un bagno alla settimana, al sabato (al contrario di ciò che facevano i locali Anglosassoni). I viaggi dei vichinghi divennero sempre meno frequenti dopo l'introduzione del cristianesimo in Scandinavia, tra la fine del X e gli inizi dell'XI secolo. L'epoca vichinga viene convenzionalmente considerata conclusa dalla Battaglia di Stamford Bridge, nel 1066.

Dopo aver sviluppato commerci ed insediamenti, dall'Europa giunsero ai Vichinghi numerosi impulsi culturali. Il Cristianesimo cominciò a diffondersi in Scandinavia e, insieme alla crescita di un forte potere centralizzato ed al rinforzarsi delle difese nelle zone costiere dove i Vichinghi erano soliti compiere saccheggi, le spedizioni predatorie divennero sempre meno profittevoli e sempre più rischiose. Esse cessarono completamente nell'XI secolo, con l'ascesa di re e grandi famiglie nobili e di un sistema quasi feudale; dopo l'anno 1000 infatti le cronache riportano di battaglie condotte dagli scandinavi "contro" popolazioni vichinghe del Baltico, fatto che avrebbe portato alla partecipazione di Svezia e Danimarca alle Crociate del Nord e allo sviluppo della Lega Anseatica.

                         

 
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Il Canto Alto
 
tratto da "wikipedia" e "www.anabergamo.it"

 


Il
Canto Alto è una montagna alta 1146 m. Si trova all'interno del Parco dei Colli, sopra il paese di Sorisole, al confine con il comune di Zogno. È l'ultima elevazione della dorsale che separa i corsi dei fiumi Brembo e Serio.
Nelle giornate limpide, dalla cima alta
1.146 metri è possibile spaziare con la vista a 360°: a Sud è possibile ammirare Bergamo e la pianura fino al profilo lontano degli Appennini; ad Ovest in primo piano vi sono l'Albenza, il Resegone e le Grigne, sullo sfondo il Monte Rosa e il Monviso; a Nord si ergono le cime delle Prealpi Orobiche, la Presolana, il Pizzo Camino; a Est il Bronzone e le cime bresciane.

In passato è stato conosciuto con il nome di "Piz Dent" o "Pizzidente" ("piz" per la forma della vetta, "dent" dalla voce dialettale che indica il nome della valle che scende dal Canto al paese di Sorisole).
È una cima particolarmente frequentata per la facilità d'accesso, grazie alla vicinanza alla città e per il notevole panorama che si può godere nelle giornate migliori.
I suoi pendii sono segnati da numerosi sentieri. La via d'accesso più diretta è quella dall'abitato di Sorisole, ma è regolarmente raggiunta anche da Monte di Nese
.

Per la sua posizione strategica, come punto di osservazione sulle vie di comunicazione fra Valle Brembana e Valle Seriana, nel corso del medioevo la cima fu presidiata con un fortilizio (o bastia), prima semplice torre di avvistamento in legno, poi struttura più ampia, in muratura, con una guarnigione di dodici uomini, ripetutamente distrutto e ricostruito durante le aspre contese fra guelfi e ghibellini, definitivamente distrutto all'inizio del XIV secolo e non più ricostruito sotto la dominazione della Repubblica Veneta (i resti sono stati scoperti nel corso degli scavi per le fondamenta della croce).

All'inizio del XX secolo sulla cima del Canto Alto fu innalzata una prima croce a Cristo Redentore, inaugurata il 14 settembre 1902. Il monumento, finanziato con una sottoscrizione di offerte in tutta la diocesi, era composto da una base piramidale in muratura, contenente una cappella, e da una croce, per un'altezza complessiva di circa venti metri. Per le intemperie atmosferiche, l'incuria e il vandalismo, andò in rovina in neanche mezzo secolo, distrutta infine da un violento temporale nel 1948.
Su iniziativa della "
Stella Alpina", sezione alpinistica dell'Unione Sportiva Olimpia di Bergamo, la croce fu ricostruita e inaugurata il 25 maggio 1952, dedicata ai caduti delle due guerre mondiali e ai caduti del bombardamento di Dalmine del 6 luglio 1944. Così il vescovo di Bergamo, Adriano Bernareggi, nell'occasione: «La Croce torni a dominare dall'alto le nostre terre bergamasche e gli uomini dal basso cerchino in essa il simbolo della fede ed il segno della speranza». Questo secondo monumento era costituito da una base in muratura, un traliccio di ferro e una croce, per un'altezza complessiva analoga a quella della struttura precedente. Ma la seconda croce subì la stessa sorte della prima e, ripetutamente colpita da fulmini, crollò.
Il 2 settembre
1979 è stata inaugurata la terza croce, tuttora esistente, alta 32,5 metri, interamente costituita da traliccio metallico, realizzata dai gruppi locali dell'Associazione Nazionale Alpini.

Più di 500 Alpini e simpatizzanti hanno lavorato gratuitamente a 1.146 metri di altitudine col bello e col cattivo tempo, dopo una o due ore di cammino (a seconda della vallata da cui provenivano), con l’umiltà e la passione che contraddistinguono la nostra gente, per un totale di 800 giornate lavorative, sotto l’occhio vigile del capo cantiere alpino Renato Milesi.
I materiali sono stati portati in vetta a spalla, parte con un tratto di teleferica di
217 m. e parte con tre tornate di voli d’elicottero.
Si è trattato di “portar su” 126 quintali di cemento, 20 metri cubi di calcestruzzo già impastato, 38 quintali di ferro lavorato per armatura, 50 quintali di barre di ferro zincato per la Croce, che è alta 32,5 metri con le braccia di 12 metri.
L’impresa della ricostruzione è stata “storica” per vari motivi, non ultimo il fatto che durante i lavori sono state trovate le tracce dell’antica torre che vi venne innalzata in epoca medioevale.
Si tratta di una coincidenza non molto sorprendente, considerato il lungo passato della nostra terra, ma che sottolinea l’importanza del luogo dove è stata costruita la croce che gli Alpini hanno dedicato a tutti i caduti della montagna.
Sul culmine del Canto Alto, in origine venne forse innalzata una torre in legno che serviva per l’avvistamento e il controllo dei colli retrostanti Bergamo fino alla valle Brembana.
Un’accurata sorveglianza poteva, mediante opportune segnalazioni e in collegamento con un’altra torre situata sull’
Ubione, all’imbocco della valle Imagna, mettere in guardia gli abitanti di Bergamo e dei paesi vicini nei confronti di eventuali movimenti sospetti. Antichi documenti confermano che all’epoca di Bernabò Visconti sul Canto Alto esisteva una torre, presidiata da dodici uomini e un cane.

Quest’ opera resterà per tutti gli Alpini la testimonianza di gente concreta e generosa, animata dal desiderio di portare con le semplici mani calore, solidarietà e tanto bene a chi ne ha bisogno, insomma … l’ amore di Alpini.

                                


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            Il popolo Tibetano

 


Le notizie sull'origine del popolo tibetano sono poche ed incerte. Sembra, comunque, discendere dalle tribù nomadi guerriere Qiang che, secondo documenti cinesi, già dal II secolo AC attaccavano i confini del potente Impero Cinese. Tuttavia, prima del VII secolo, non vi sono evidenze di presenza di un popolo politicamente compatto.
Fino al 1950 il Tibet era uno stato sovrano indipendente governato dalla massima autorità religiosa del Buddhismo tibetano, il Dalai Lama. In quell'anno l'Esercito di liberazione popolare, facente capo alla Repubblica Popolare Cinese guidata da Mao Zedong, invase il Tibet, adducendo, come motivazioni verso l'esterno, il fatto che il Tibet, secoli prima, era stato conquistato dai Mongoli e appartenevano allo stesso impero. Nel 1956 il Governo cinese costituì il Comitato Preparatorio per la Regione Autonoma del Tibet. Tenzin Gyatso (XIV Dalai Lama) presiedeva il comitato, ma si rese conto che gli altri appartenenti erano molto dipendenti dalle decisioni del governo centrale.
Nel 1957 scoppiò una rivolta nel Tibet orientale che si estese a Lhasa nel 1959. Nello stesso anno l'Esercito di liberazione popolare schiacciò la rivolta e costrinse il Dalai Lama alla fuga e il 17 marzo lasciò il Palazzo del Norbulingka travestito da soldato e scappò in India dove costituì il Governo tibetano in esilio.
Il 1° settembre 1965 nacque ufficialmente la Regione Autonoma del Tibet  nota internazionalmente con l'acronimo di TAR (Tibet Autonomous Region). In concordanza con gli articoli 111 e 112 della Costituzione della Repubblica Popolare Cinese e seguendo l'esempio dell'Unione Sovietica, il governatore doveva essere di etnia tibetana, controllato dal locale segretario del Partito Comunista Cinese, generalmente un cinese di etnia Han.
La Cina governò quello che rimaneva del Tibet con la forza e la repressione. Con la Rivoluzione Culturale vennero uccisi circa 1,2 milioni di tibetani, 6.254 monasteri distrutti, circa 100.000 tibetani nei campi di lavoro e deforestazione indiscriminata.

Nel 1976, dopo la morte di Mao, visto il clima di rivolta sempre nell'aria, i Cinesi si resero conto che non potevano continuare a governare la Regione Autonoma del Tibet sempre nello stesso modo. Per questo Hua Guofeng successore di Mao, invitò il Dalai Lama a ritornare in Tibet. Questi considerò con cautela l'invito e, dopo avere mandato una commissione per valutare il rientro (con il consenso cinese) decise di rimanere in India.

Deng Xiaoping sostuì Hua Guofeng ed inviò in Tibet una commissione per valutare la situazione del Tibet. A seguito di questa venne stabilito un piano per cercare di migliorare le condizioni di vita dei tibetani riducendo per due anni le tasse, consentendo un minimo di iniziativa privata e facendo riaprire il Jakong e il Palazzo del Potala. Nei primi anni ottanta vennero diminuiti leggermente i divieti relativi all'osservanza della religione e vennero riaperti alcuni monasteri. Questo era per riaprire il colloquio con il Governo tibetano in esilio in modo che il Dalai Lama fosse più vicino all'influenza cinese e che andasse in Cina dove avrebbe potuto ricoprire qualche incarico da funzionario. Egli rifiutò e nel 1983 i colloqui furono interrotti definitivamente e l'invito al Dalai Lama fu ritirato.

Da allora ci sono state sporadiche rivolte (per lo più non armate) per l'autonomia del Tibet contro il Governo cinese, condotte principalmente da monaci e monache. Il Governo cinese, oltre a reprimere con la forza queste proteste, cerca di favorire l'immigrazione di cinesi di etnia Han nella Regione Autonoma del Tibet, anche grazie alla Ferrovia del Qingzang che dal 2006 collega Lhasa a Pechino e al resto della Cina. Si stima che questa porterà in Tibet 40 milioni di non tibetani (contro circa 6,5 milioni di tibetani). Il turismo è stato incrementato, ma le guide turistiche cinesi vengono favorite rispetto a quelle native alle quali viene impedito di svolgere la professione, nel caso in cui fossero scappate in India in precedenza.

A tutt'oggi Tenzin Gyatso (XIV Dalai Lama) non richiede più l'indipendenza e la sovranità del Tibet, anche tramite pressioni internazionali, ma solo una vera autonomia della Regione Autonoma del Tibet ed il rispetto dei diritti umani dei tibetani.

    

 
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Stonehenge

tratto da www.pd.astro.it

 


Il complesso megalitico di Stonehenge è stato costruito nella pianura di Salisbury, in Gran Bretagna, all'incirca nel 3200 A.C., cioè all'epoca in cui vennero costruite le grandi piramidi in Egitto.
La costruzione ha una forma circolare, del diametro di qualche decina di metri; è composta da vari anelli di pietre alte e strette, alcune delle quali sormontate da altre lastre di pietra. Inoltre vi si possono osservare alcune serie di buche nel terreno, disposte in forma circolare.
Si pensa che questo complesso sia stato progettato dagli antichi abitatori della regione non soltanto come un luogo di culto, ma anche come un immenso calendario, dopo una paziente osservazione del cielo, per tenere traccia del trascorrere dei mesi, delle stagioni e degli anni.
 

Certamente Stonehenge contiene molti riferimenti al moto del Sole e della Luna; il numero di pietre e di buche nei vari anelli sembra essere legato a qualche ciclo astronomico, come quello delle fasi lunari. Inoltre le direzioni degli allineamenti fra le varie pietre coincidono pressapoco con alcuni punti della volta celeste, che corrispondono ad eventi periodici come il sorgere e il tramontare del Sole ai solstizi.

Per esempio, il giorno del solstizio d'estate, il Sole sorge in un punto più a settentrione rispetto a tutti gli altri giorni dell'anno. Quel giorno, stando nel centro del cerchio di pietre, si può vedere sorgere il Sole circa al di sopra di una pietra particolare detta "Heel Stone", che si trova lungo l'asse della costruzione.
Il complesso di Stonehenge sembra cioè allineato in modo non casuale. Tuttavia, anche se Stonehenge racchiude un notevole simbolismo di carattere astronomico, non è ancora chiaro se fosse davvero un luogo di studio dei fenomeni celesti, come sostengono molti studiosi, o fungesse solo come un calendario per le ricorrenze stagionali, come la semina e la raccolta del grano.

Gli allineamenti fra le rocce non sono molto precisi, e spesso gli studiosi hanno elaborato delle teorie "a posteriori" per spiegare la posizione delle pietre.
Alcuni sostengono addirittura che questo complesso servisse per prevedere il verificarsi delle eclissi. Una volta note la lunghezza dell'anno e del mese, facilmente determinabili, sarebbe stato necessario però conoscere la periodicità del moto dei nodi dell'orbita lunare: un'eclisse avviene solo quando Sole e Luna si trovano in prossimità di un nodo. È improbabile che gli antichi abitatori del luogo avessero conoscenze così avanzate.  

In ogni caso, le eclissi rappresentavano per l'antica popolazione del luogo un evento molto importante, forse un presagio di sventura come in molti altri popoli del passato.
William Stukeley, uno studioso del 1700, avanzò l'ipotesi che Stonehenge sia stato costruito dai Druidi come tempio per il culto del serpente (tempio detto "Dracontia"). Il simbolismo del serpente si ritrova spesso correlato alle eclissi, anche in altre culture antiche come quella cinese: durante l'eclisse un gigantesco serpente ("draco" in latino) inghiottirebbe il Sole o la Luna. Non a caso, forse, l'intervallo di tempo necessario affinché la Luna ritorni allo stesso nodo si chiama "mese draconitico": i nodi dell'orbita lunare, punti invisibili della sfera celeste, vengono identificati come il "serpente", che simboleggia in questo caso le forze ignote e misteriose del cosmo.

               

 
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Il porto di Clanezzo

sintesi tratta da "Quaderni Brembani 4"
www.culturabrembana.com

 


I Clanezzesi sono sempre stati gente di frontiera (....lo sono tuttora) e sempre pronti ad affermare a denti stretti la loro identità dando parecchio filo da torcere a Ubiale sede del comune, come peraltro è avvenuto in tempi recenti con un tentativo di distacco dal comune ubialese per confluire nel territorio di Almenno San Salvatore arrivando a un referendum che fallì per un solo voto.

Si è detto che Clanezzo era terra di confine, proprio da estrema frontiera ben evidenziata sul versante di valle: verso gli Almenno dal Torrente Imagna; sul versante di fronte stava il “Casino” (c’è tuttora, la costruzione risalente al 1500 con funzione di “stal” o”stalù” perciò luogo di sosta dei carriaggi commerciali che percorrevano la strada di Valle Brembana). Ma c’è sempre momento di collegamento anche tra gli stati che potrebbero essere tra loro belligeranti. Ed ecco il possente millenario “Ponte di Attone” fatto costruire dal tale Attone a quei tempi proprietario di quelle terre, che da Almenno scende verso il fondo dell’ Imagna andandosi ad attestare davanti ad una robusta torre quadrata detta “la dogana” che era contestualmente posto di controllo dei transiti tra le due sponde terminali della Valle Imagna e sede della “gabella” che imponeva dazi ai commerci che utilizzavano tale via di comunicazione. Ed ecco il “porto” al quale attraccava il traghetto che faceva la spola tra le due rive del Fiume Brembo trasportando merci e persone. Era un collegamento importante perché in riva sinistra del fiume scorreva la strada di collegamento della Valle Brembana con Bergamo; allora ed ancora per alcuni secoli non ci sarebbe stato il collegamento viario diretto completato soltanto pochi anni fa, in sponda destra del fiume, tra Ubiale, Bondo e Clanezzo. Peraltro il “Casino” era allora magazzino di sosta delle merci provenienti da Clanezzo o dirette a Clanezzo. La dogana aveva proprio personale di scolta e di gabellieri, il porto aveva il suo addetto chiamato “portolano”.

Dell’esistenza del “porto” - forse un po’ pomposa la definizione della struttura - si ha certezza documentale già dal 1614. Il “portolano” operava in un edificio tuttora esistente che nei secoli ospitò pure un’osteria con alloggio che venne chiusa nel 1829 perché non era proprio “tranquilla” (e come lo sarebbe potuta essere un’osteria di frontiera?) e più tardi l’ufficio postale ed abitazioni abbandonate in tempi molto recenti dall’ultima abitante. Il tutto - Ponte Attone, Dogana, antica osteria-costituisce un piccolo ammaliante borgo medioevale sotto il quale scorre un garrulo torrente che va a morire nell’ Imagna, tuttora ammirabile. Vi si arriva dall’ampia mulattiera selciata che si diparte di fronte al Castello, oppure percorrendo il Ponte Attone, o dal Casino, passando sul “put che bala”, il “ponte che balla”, uno dei primissimi realizzati con la tecnica delle funi portanti ancorate sulle due rive, nel 1800 in Italia. Il servizio su barca  continuò fin quasi alla fine del 1800 quando le storie del traghetto e del “put che bala” si intrecciano. Scrive Umberto Gamba nella sua storia di Clanezzo che nel 1875 fu rinnovata la concessione di attraversamento del fiume con battello.

Lo storico precisa però che nel 1878 tale Vincenzo Beltrami (la Famiglia Beltrami trova ampio spazio nella storia clanezzese) progettò e costruì il ponte sorretto dalle funi, opera di arditissima ingegneria per quei tempi. Traghetto e ponte entrarono dunque in un conflitto che si risolse a favore del ponte, forse perché era evidente la maggior funzionalità e la maggior convenienza finanziaria (pur se si doveva pagare un tributo per passarvi sopra) di tale struttura nel confronto col traghetto che magari cominciava già a lamentare qualche problema di funzionamento per le mutate condizioni del Brembo (meno acqua e perciò difficoltà di navigazione, forse). Fatto sta che il traghetto viene abbandonato e non si sa quando esattamente cessò il suo andirivieni tra le due rive del Brembo. D’altro canto, il ponte avendo problemi di manutenzione che il privato proprietario aveva difficoltà a risolvere, con disagi conseguenti ai cittadini, venne preso in possesso nel 1913 dal Comune accollandosi le spese per i futuri consolidamenti. Siamo ormai alle soglie del ‘900 e da Bergamo è già arrivata la ferrovia che ha trovato ad accoglierla la mulattiera che sale dal ponte fino ai binari, per cui si costruisce la stazione di Botta e Campana. E del traghetto non si ricorda più nessuno. Clanezzo però è ancora completamente isolata: non c’è strada verso monte, ci sono soltanto le due mulattiere delle quali si è parlato. La situazione si sblocca nel 1925 quando la società che ha in proprietà il Castello ed il Monte Ubione decide la costruzione del ponte ad arco, elegantissimo, sull’ Imagna collegando direttamente in quota i due pianori che si fronteggiano sul torrente. Il manufatto (si precisa che fu il primo ponte in cemento armato costruito in Italia) è di proprietà privata ma lasciato in uso pubblico. Poi anche per questo manufatto avverrà quanto avvenuto per il “put che bala”.

E’ storia del recentissimo passato. Ci sono problemi di staticità del manufatto, la proprietà non ritiene di dover intervenire, il Comune ne chiede l’acquisizione che avviene a costo zero per l’ente locale e recupera la struttura facendo riferimento a finanziamenti regionali, provinciali, della Comunità montana di Valle Brembana (con piccolo obolo della Comunità montana di Valle Imagna) e dei due comuni di Ubiale Clanezzo e Almenno

   
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              La battaglia di Legnano
                       
29 maggio 1176


Dopo la caduta dell’ Impero romano, la Padania aveva ritrovato autonomia politica con i Longobardi che l’avevano unificata sotto un solo potere politico (con l’eccezione della laguna veneziana che era rimasta formalmente sottomessa a Bisanzio, ma che in realta’ cominciava a costruire la sua gloriosa storia di liberta’). Con l’invasione dei Franchi e con le successive vicende storiche, la Padania era entrata a far parte dell’ Impero Romano-Germanico su cui regnava nella seconda meta’ del XII secolo l’imperatore Federico di Hohenstaufen, detto "il Barbarossa". Fino ad allora il così detto Regno d’Italia (comprendente la Padania e la Toscana) aveva goduto all’interno della struttura imperiale di notevoli autonomie che significavano per i Comuni un regime di quasi totale liberta’, appena limitata da una formale sottomissione all’imperatore e al dovere di pagargli dei tributi poco piu’ che simbolici. Il Barbarossa decide di cambiare la politica tollerante dei suoi predecessori e, sceso con prepotenza in Padania, pretende dai Comuni il pagamento di esosi contributi e impone la nomina di funzionari amministrativi imperiali. La sua intrusione e’ inizialmente favorita dalle solite divisioni fra i Padani che il Barbarossa fomenta con abilita’: queste lotte fratricide portano nel 1162 alla distruzione di Milano (la piu’ potente citta’ lombarda, ma anche il primo centro simbolico della Padania fin dai tempi dei Celti), cui partecipano milizie di altre citta’ padane. Il sacrificio di Milano accresce le pretese imperiali e fa pero’ anche finalmente aprire gli occhi a tutti i Comuni sulla necessita’ di una unita’ contro il vero nemico. Si formano cosi’ prima la Lega Veronese (1164) e poi, anche per l’opera infaticabile di Oberto da Pirovano, arcivescovo di Milano, la prima Lega Lombarda. La decisione di muovere contro il Barbarossa da parte della Lega Lombarda era maturata da tempo. Nell'ultima settimana di maggio era opinione diffusa che il nemico non fosse ancora arrivato a Bellinzona, quindi la mattina dello scontro una parte delle truppe era in marcia sulla strada di Legnano, mentre il grosso della fanteria era ancora di stanza Milano. Invece Federico I era molto piu' vicino di quanto pensassero, e dopo aver passato la notte accampato a Cairate si rimise in marcia per raggiungere Pavia e attraversare il Ticino.
In testa alla colonna dell'esercito tedesco quella mattina c'era un gruppo di cavalieri che andava dai trecento ai cinquecento, che passando a sud del comune di Busto Arsizio finirono per incappare in una squadra di esploratori lombardi.
Il primo contatto avvenne sul territorio di Borsano: documenti dell'epoca dichiarano che l'avanguardia tedesca era numericamente inferiore, ma presto fu raggiunta dal grosso dell'esercito imperiale.
Nonostante che al Barbarossa fosse stato consigliato di ordinare la ritirata egli attacco' con vigore i cavalieri lombardi e li costrinse alla fuga. Secondo i cronisti dell'epoca l'intenzione dei lombardi era quella di ripiegare fino al Carroccio, per ricongiungersi col grosso della cavalleria che era di stanza a Legnano, invece la ritirata si trasformo' in una fuga disordinata e l'esercito dei Comuni fu investito dal panico.
I cavalieri abbandonarono il campo lasciando scoperto un lato del Carroccio, mentre dall'altra parte restarono solo i fanti.
A quel punto le linee dei fanti si strinsero seguendo istintivamente il modello della falange latina, ma le cariche della cavalleria tedesca si fecero via via piu' devastanti.
Le prime quattro linee di difesa crollarono una dopo l'altra, mentre la quinta riusci' a resistere. Le cariche della cavalleria imperiale durarono a lungo, e nel frattempo i cavalieri lombardi che secondo una fonte attendibile si erano fermati a meno di un chilometro oltre il Carroccio, si ricongiunsero con le truppe fresche che nel frattempo erano arrivate da Milano.
I lombardi si riorganizzarono, quindi decisero di soccorrere i fanti che ancora difendevano il carro attaccarono di sorpresa le truppe gia' fiaccate dai ripetuti assalti.
Grazie alla forza ed al valore dei cavalieri che difesero il Carroccio, la bandiera resistette agli attacchi degli uomini del Barbarossa e cosi' la compagnia della Morte, guidata dal leggendario Alberto da Giussano, ebbe modo di sferrare l'attacco decisivo con i suoi cavalieri che in un'unica azione uccisero il portatore delle insegne imperiali e costrinsero il Barbarossa a fuggire abbandonando il proprio cavallo. La scomparsa dell'imperatore e delle insegne getto' nel panico il resto dell'esercito, che si lancio' in una disordinata fuga in direzione del Ticino.
I tedeschi scapparono per 14 chilometri, ma la rotta non salvo' le centinaia di guerrieri che furono trafitti o annegarono nel fiume.
Il sole ormai stava per calare e l'esercito imperiale aveva subito una delle sue disfatte piu' rovinose

La figura di Alberto da Giussano si pone tra la storia e la leggenda. Sembra che Alberto fosse il cavaliere lombardo che comandò la Compagnia della Morte, ultima difesa del Caroccio, baluardo della Lega contro l'invasore. La Compagnia era formata da 900 giovani cavalieri che al grido "Per Sant Ambrogio! Vittoria o Morte!" fu decisiva nelle sorti della Battaglia di Legnano.
Un'aura di mistero avvolge la leggendaria vita di Alberto da Giussano, di cui non si conosce praticamente nulla. Sembra che i da Giussano fossero una nobile e ricca famiglia di probabili origini longobarde. In compenso sul suo conto sono sorte diverse leggende e poemi.

                                    


 
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                   Simone Pianetti
                        
biografia tratta da www.valbrembanaweb.com


Simone Pianetti (nato a Camerata Cornello nel 1858), alto, biondo e impenitente donnaiolo, di temperamento a dir poco sanguigno lo si era notato in gioventu' quando, in preda all'ira, pare avesse addirittura sparato un colpo di fucile all'indirizzo del padre, fortunatamente senza colpirlo. E fu probabilmente con sollievo che il padre stesso gli consegno' le ottomilalire della sua parte di eredità allorchè il giovane decise di tentare l'avventura in America, come era consuetudine dei giovani dei nostri paesi ad inizio secolo. Ma per fortuna in America bisognava avere voglia di sgobbare o senso degli affari, e non era precisamente il caso del nostro che anzi, stando alle testimonianze di altri emigrati della Pianca (frazione di San Giovanni Bianco) perpetro' in quelle regioni molti fatti poco onorifici. Tant'è che il padre dovette ben presto provvedere a spedirgli i soldi necessari per il viaggio di ritorno a Camerata Cornello, Qui sposo' una brava donna di nome Carlotta e divenne padre di nove figli. Ad un certo punto pero' decise di avviare una trattoria con sala da ballo ed ecco che cominciano le traversie che lo porteranno a divenire tristemente famoso. Siamo in un epoca in cui il ballo era ancora considerato divertimento tra i piu' sconvenienti e ben presto il Pianetti si ritrovo' perseguitato dal Parroco e dalle autorità, con l'accusa di favorire fatti contrari al buon costume e di mettere a repentaglio le virtu' delle ragazze che frequentavano il suo locale. A complicargli le cose stavano poi anche le sue idee politiche. Si dichiarava seguace del liberale Bortolo Belotti, che conosceva di persona, ma le sue tendenze erano chiaramente di orientamento anarchico.  E sopratutto anticlericale. Finì insomma che un ordinanza del sindaco gli revoco' la licenza dell'esercizio, al che il Pianetti decise di trasferirsi a San Giovanni Bianco dove cerco' di rifarsi come mugnaio. Ma non cambio' il suo carattere iroso ed arrogante, che lo rese inviso un po' a tutti, e cosi' anche il mulino elettrico si rilevo' in breve tempo impresa fallimentare. Le bollette della corrente e le cartelle delle tasse finirono per rovinarlo e il nostro si ritrovo' completamente a terra, pieno di debiti e con moglie e sette figli da mantenere. Ed è qui che cominciarono a covare in lui il complesso di persecuzione, il rancore e l'istinto della vendetta, destinati ben presto ad esplodere.

Il Pianetti, che aveva allora l'età di 56 anni, compila una lista di ben quaranta nomi di suoi presunti nemici e la mattina presto di lunedì 13 Luglio 1914 esce di casa con in spalla un fucile a tre canne. Fu visto alla Roncaglia e poi a San Gallo, ma non trovo' evidentemente le vittime designate e, tornato in paese, si avvio' lungo il sentiero di Oneta. Aspetto' fino alle 10.00 che il Dott. Domenico Morali tornasse dal roccolo dove era solito recarsi ogni mattina per dare il becchime agli uccelli da richiamo ed esplose contro di lui due fucilate da breve distanza. Morte istantanea. Da Oneta al Cornello in cerca del Sindaco Cristoforo Manzoni che, forse avvertito, aveva pero' pensato bene di nascondersi ben armato nel suo roccolo poco distante. Il Pianetti prosegui' allora per Camerata, entro' nel palazzo comunale e a bruciapelo sparo' sul segretario Abramo Giudici uccidendolo sul colpo. Ai colpi di fucile, scese precipitosamente dal piano superiore la figlia Valeria 27 anni. Orribilmente sfigurata al volto. Quarta vittima, a poche decine di metri, il calzolaio Giovanni Ghilardi, ucciso mentre stava per consumare il pranzo di mezzogiorno. La scampo' per miracolo la moglie, dopo aver implorato il Pianetti in ginocchio. Ma la strage continua. In balia ormai di un' incontrollabile pulsione omocida, il nostro va alla ricerca di altre vittime e le trova sul sagrato dove stanno tranquillamente chiacchierando il Prevosto Don Camillo Filippi, il cursore e sacrista Giovanni Giupponi e un tal Gusmaroli. "Oh, il signor Pianetti, che miracolo da 'ste parti ?" chiese il prevosto. "Lu la sa ol perchè" risponde il Pianetti. E immediatamente un colpo al petto stronca il povero prevosto che stramazza a terra in un lago di sangue. Il Gusmaroli sviene (e fu certamente la sua fortuna) mentre il Giupponi cerca di fuggire ma, fatti pochi passi, viene mortalmente colpito alla schiena... non e' ancora finita. Il Pianetti sale alla Pianca, raggiunge Cantalto e va' alla ricerca di una certa Caterina Milesi, detta Nella. Entra in casa e dopo averla rimproverata di aver parlato dei fatti suoi al giudice conciliatore spara l'ennesimo colpo mortale. Alla scena assiste terrorizzato il nipotino di 9 anni della donna. Sono le 3 del pomeriggio.

Dopo la strage, il Pianetti si diede alla macchia sulle montagne dell'Alta Val Brembana (Monte Cancervo), trovando la complicita' di pastori e carbonai che lo sfamavano con polenta e formaggio, facendolo  dormire nelle loro baite, perche' lo vedevano non come un assassino qualunque ma bensi' come un imperterrito "giustiziere" . Le autorita' dello stato per non fare del Pianetti catturandolo, un eroe dell'anarchia, ne favorirono la fuga, mentre in tutti i paesi si moltiplicarono le scritte sui muri "W PIANETTI" .

E' certo che nel corso della sua latitanza fu aiutato a sopravvivere da diversi mandriani, ma nessuno di essi oso' denunciarlo sia per paura, sia fors'anche per istintiva avversione verso gli uomini in divisa.

Passarono settimane, mesi e a poco a poco le ricerche si allentarono. Di Simone Pianetti non si ebbe piu' notizia. Qualcuno parlo' di un suo ultimo incontro con il figlio Nino in una baita sul Monte Pegherolo, sopra Piazzatorre. Chi disse che era precipitato in qualche dirupo. Chi disse che era fuggito a Milano o forse in America. Ma nessuno l'ha mai saputo con certezza.


 
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                  Severo Sini
             
biografia gentilmente concessa da www.museosini.it


 

Severo Sini è nato il 19/8/1930 a Berck Sur-Mer, in Francia, da madre francese e da padre di origine italiana.
Alla fine del conflitto mondiale, si è stabilito a Bologna, dove, mentre terminava gli studi superiori, ha sviluppato particolari interessi per la speleologia ed il naturalismo iniziando le sue raccolte di erbe, di minerali e di resti preistorici nell'Appennino Tosco-Emiliano e nel Carso Triestino. Trasferitosi a Genova negli anni 50 per motivi di lavoro, ha aderito a PRO NATURA e ha stretto amicizia con il Professor Luigi Cagnolaro (ora Direttore del Museo Civico di storia naturale di Milano). Sposatosi nel 1957 a Villa d'Almè ha formato una numerosa
famiglia, continuando, nonostante gli impegni familiari e lavorativi, ad ampliare le sue collezioni che sono divenute nel 1973 "Museo Civico di scienze naturali" di cui Sini è stato nominato Direttore onorario ed unico curatore.

Le varie collezioni per molti anni sono state ospitate in luoghi diversi messi a disposizione dal Comune attendendo una sede idonea. Nel frattempo egli ha promosso la cultura scientifica a tutti i livelli attraverso visite guidate, mostre, conferenze e pubblicazioni.
Ritiratosi dal lavoro nel 1985, ha dedicato gli ultimi anni della sua vita agli scavi archeologici sotto la guida della Soprintendenza Archeologica della Lombardia e ha partecipato con entusiasmo agli scavi del Sitio di Solentiname , in Nicaragua.

Semplicità, naturalezza, disponibilità, accompagnate da grande competenza e professionalità, sono le doti a lui riconosciute non solo a Villa d'Almè nel "suo" e nostro museo, ma anche in tutte le parti d'Italia e del mondo in cui ha prestato la sua preziosa opera di ricercatore. Successivamente ha pubblicato due cataloghi di reperti ritrovati e collocati nel Museo Archeologico di Solentiname che, insieme al Parco Naturale di SIAPAZ, gli sono stati dedicati, dopo la sua scomparsa avvenuta il
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Marzo 1997, come ringraziamento per il lavoro svolto.

Nel Museo Civico di Villa d’ Almè sono presenti numerosi reperti differenziati in varie sezioni: la sezione mineralogica è sicuramente la più consistente, seguita da quella dei fossili ritrovati soprattutto in val Brembana, dalla sezione degli insetti soprattutto farfalle, dalla sezione malacologica (conchiglie), dai vertebrati, in particolare mammiferi uccelli e rettili e infine vi si trova pure l’erbario una raccolta di specie arboree ed erbacee di varie regioni d'Italia che il ricercatore iniziò nel periodo giovanile (17-18 anni).

www.museosini.it



 
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       Il trenino dell'Eiger


La Jungfraujoch è tutt'oggi la più alta stazione ferroviaria d'Europa con i suoi 3454 metri e continua ad essere una delle principali attrazioni turistiche svizzere.

L’ uomo del XIX secolo era desideroso di conquistare la natura. E fra le prime cose rivolse lo sguardo alle Alpi svizzere. Per secoli le loro vette inaccessibili, con le rocce e i ghiacci frastagliati, avevano tenuto l’uomo a rispettosa distanza, ma ora non più. Al principio dell’Ottocento gli alpinisti riuscirono a scalare i 4.158 metri della Jungfrau. Pur non essendo la montagna più alta è senz’altro fra le più spettacolari delle Alpi.

Alla fine dell’Ottocento vari uomini intraprendenti cominciarono a chiedersi cosa fare perché questa vetta fosse accessibile a più persone e non solo a un esiguo numero di scalatori temerari. Per più di vent'anni, imprenditori ed ingegneri avanzarono proposte che consentissero di portare i turisti in cima alla Jungfrau, tra le quali una che prevedeva di "sparare", per mezzo di aria compressa, veicoli pieni di turisti in un "tubo". Il governo svizzero considerò varie proposte e scelse i progetti di Adolphe Guyer-Zeller, un industriale di Zurigo. Anzitutto egli dovette organizzare una spedizione scientifica sulle sommità alpine per dimostrare che operai e turisti potevano sopravvivere a quelle altitudini. Costruire una ferrovia che arrivasse così in alto era un lavoro colossale, specie con i limitati mezzi tecnici di allora.

Il materiale di sterro sarebbe stato evacuato tramite la creazione di aperture sui lati della montagna, che dopo il completamento della ferrovia sono diventate delle vere e proprie finestre, in corrispondenza delle quali i treni si fermano per consentire ai passeggeri vedute impareggiabili delle vallate sui quattro lati.

I suoi progetti prevedevano l’uso della ferrovia di Wengernalp, che già collegava le valli alpine di Lauterbrunnen e Grindelwald sotto la Jungfrau. Per prolungare la linea fin sulla cima, Guyer-Zeller propose di costruire una galleria di 7 chilometri in salita nelle viscere dell’ Eiger e del Mönch, le due famose vette vicine alla Jungfrau. Così la linea sarebbe stata al riparo dalle intemperie.

I lavori iniziarono nel luglio 1896. Ci vollero due anni per portare a termine il primo tratto all’aperto, dal passo della Piccola Scheidegg alla stazione di Eigergletscher, una distanza di appena 2 chilometri. Il lavoro successivo fu quello di cominciare a scavare la galleria dell’Eiger. Mentre si avvicinava l’inverno 1898/99, varie centinaia di uomini che lavoravano al traforo si preparavano ad essere completamente tagliati fuori dal resto del mondo da enormi quantità di neve.Sorse un vero e proprio villaggio con gli alloggi per gli addetti ai lavori e i depositi per le provviste. Si dovettero fornire centinaia di quintali di viveri, materiali da costruzione e combustibile. Le provviste dovevano durare fin verso la fine della primavera, allorché la ferrovia di Wengernalp avrebbe ricominciato a funzionare.

Gli uomini scavavano 24 ore su 24, in tre turni di otto ore ciascuno. Ma le operazioni di scavo attraverso la montagna ebbero un prezzo. L’esplosione di una mina provocò un terribile incidente in cui persero la vita sei persone. Tuttavia il 7 marzo 1899 gli uomini portarono a termine il secondo tratto, fino alla stazione di Eigerwand. Dalle finestre della stazione potevano vedere la Piccola Scheidegg, ora distante più di quattro chilometri e, giù in lontananza, il lago di Thun.

Il 3 aprile 1899 la morte improvvisa di Adolphe Guyer-Zeller inferse un duro colpo all’impresa. Ma sotto la direttiva dei suoi figli venne portato a termine il tratto successivo, fino alla stazione di Eismeer, che si trova a un’altitudine di 3.160 metri. Questo tratto fu aperto nel luglio del 1905.Negli anni che seguirono si procedette a rilento. La vita massacrante in quell’ambiente inospitale rendeva nervosi e irritabili gli uomini e ne indeboliva le forze. Nondimeno il 21 febbraio 1912 fu aperto con l’esplosivo l’ultimo tratto di galleria nella roccia dello Jungfraujoch (che significa "Giogo della Jungfrau", la sella fra il Mönch e la Jungfrau). Il panorama che si presentava agli occhi era tale da lasciare senza fiato: vette innevate e ghiacciai sullo sfondo di un cielo azzurro intenso, il tutto illuminato dagli scintillanti raggi del sole!

La stazione ferroviaria più alta d’Europa, quella dello Jungfraujoch, a 3.454 metri di altezza e a 9,3 chilometri di distanza dall’inizio della ferrovia, venne inaugurata il 1° agosto 1912. L’idea originale di arrivare proprio in cima alla Jungfrau (700 metri più su) dovette essere abbandonata, soprattutto a causa del costo e perché sulla cima non c’era spazio per le folle di visitatori previste. Il progetto era già costato cinque milioni di franchi svizzeri in più rispetto al preventivo di dieci milioni. Invece dei previsti 7 anni, ce n’erano voluti 16.
 

     

 
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          Rifugio Calvi


Quando si parla delle nostre valli non ci si può certo dimenticare delle montagne che le formano. Migliaia di escursionisti ogni anno percorrono i numerosi sentieri alpini per raggiungere i vari rifugi del CAI e le decine di vette che compongono le prealpi orobiche. Senza ombra di dubbio il rifugio più "battuto" della val Brembana è il rif. Calvi dato che è facilmente raggiungibile anche da persone non avvezze a lunghe camminate o a passaggi pericolosi ed esposti. Esso è dedicato a quattro fratelli: Attilio, Santino, Giannino, caduti da eroi durante la prima guerra mondiale e Natale precipitato dalla parete nord dell'Adamello nel 1920. Il sentiero (sarebbe meglio dire "stradina") parte da Carona e risale la valle attraversando la caratteristica frazione di Pagliari; in questa località gli escursionisti  hanno la possibilità di optare per il sentiero vecchio, molto più naturalistico e selvaggio, però rare sono le persone che abbandonano la comodità della stradina...Arrivati a metà percorso si giunge a Prà del Lac (1650m), un piccolo laghetto naturale molto bello e circondato da prati, che per molti, soprattutto famiglie, si rivela la meta della giornata. Da qui sulla sinistra parte il sentiero per il rif. Longo e il lago del Diavolo, mentre proseguendo sulla stradina si risale in maniera decisa fino a trovarsi di fronte al muraglione della diga del lago di Fregabolgia (1957m.); fà una certa impressione trovarsi alla base di questo manufatto costruito verso la metà del secolo scorso e che segna all' escursionista la fine delle fatiche visto che si trova a circa 15 minuti dalla meta....Infatti, da questo punto in poi il tracciato si fa quasi pianeggiante fino ad arrivare alla conca del rif. Calvi (2015m. 85 posti letto) da tutti considerata una delle più belle delle prealpi Lombarde; spaziando sulle montagne che la circondano, troviamo vette storiche dell'escursionismo bergamasco come il Cabianca, Madonnino, Grabiasca, Poris e quella che è la montagna simbolo della val Brembana: il pizzo del Diavolo di Tenda (2916m.), detto il "Cervino delle Orobie" che, con la cima minore Diavolino, domina l'intero anfiteatro mostrando tutta la sua forma piramidale. In estate il rifugio si affolla di ogni genere di persone: da chi vuole passare ore ad abbronzarsi in riva al lago Rotondo a chi lo usa solo come meta di passaggio per raggiungere le vette sopra descritte o altri rifugi facenti parte del famoso sentiero delle Orobie. In ogni caso, quando l'attore principale è la montagna non esistono differenze tra alpinisti esperti o semplici escursionisti; bisogna solo inchinarsi alle bellezze che la natura e le Prealpi Orobiche (in questo caso Brembane) ci sanno regalare...

  Rif.Calvi

  CAI Bergamo - Posti Letto: n 85
- Custodi: F.lli. Claudio e Valentino Bagini Tel. 0345.77224/0345.77341/0345.77047
- Servizi igienici, doccia, illuminazione elettrica, bar e ristorante.
- Apertura: da Maggio a Settembre
- Ubicato poco oltre il Lago Fregabolgia

- Carona - rif.Calvi   tempo 2 ore circa

 

Lago di fregabolgia

 

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La storia dei burattini

 

 


La Storia dei Burattini e dei Burattinai ha sicuramente uno dei suoi maggiori punti focali nel territorio di Bergamo. Si tratta infatti di un territorio dove per la forte caratterizzazione di alcune maschere popolari e per la presenza di abili e appassionati Burattinai questo teatro e' durato piu' a lungo e ha lasciato piu' marcate tradizioni. Nel 1958 Roberto e Renata Leidy scrivevano "Con la fine del teatro delle marionette e burattini si spegne una delle forme piu' attive della civilta' popolare". Certo e' che questo genere di spettacolo potra' difficilmente rivivere le ore di gloria degli anni passati quando era una delle poche forme di spettacolo fruibili; nonostante cio' esso sta' vivendo una piccola ma importante rinascita e continua ad essere, quando ben realizzato, il preferito dei bambini.

 

Artigianato Artistico - I Burattini di Sergio e Rossana     

Negli ultimi anni i figli di alcuni burattinai hanno ripreso a muovere i burattini nei loro piccoli teatri e accanto a loro sono nati nuovi burattinai di indubbie capacita' ai quali va il merito di mantenere in vita questa nobile forma di "spettacolo ingenuo". All'interno di questa rinascita del teatro dei burattini vogliamo collocare anche la rinascita di una delle forme di artigianato artistico ad esso contingente e cioe' la scultura delle Teste di Legno che in questo contesto, grazie anche alla significativa nostalgia e al grande amore del popolo bergamasco per il teatro dei burattini, riesce particolarmente apprezzato.

       Artigianato Artistico - I Burattini di Sergio e Rossana


Artigianato Artistico - I Burattini di Sergio e Rossana

Artigianato Artistico - I Burattini di Sergio e Rossana - ol Giopi'

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Sono residenti a San Giovanni Bianco, terra che rivendica le origini del primo capocomico che impersono' Arlecchino, i nuovi scultori di teste di burattini che hanno realizzato in 10 anni una sessantina di personaggi. Tra i classici Meneghino, Arlecchino, Pantalone, Brighella, Pulcinella, Balanzone, Colombina .... in mezzo ad una numerosa serie di briganti quali Paci' Paciana, Carcino Carciofoli, Masticabrodo ....tra il contadino, il vetraio, l'imbonitore, mangiafuoco, il gatto e la volpe, pinocchio, il conte, il re, la principessa, la guardia, il ladro,il frate, l'accattone,il ricco usuraio ... spicca l'intera famiglia del grande eroe del teatro dei burattini di Bergamo, l'amatissimo Gioppino a sua volta scolpito in quattro diverse rappresentazioni che lo vedono sempre sorridente con i suoi tre gozzi sotto il mento (tri gos) frutto di una alimentazione carente di sali iodio e vitamine quale era quella della povera gente abitante le zone montagnose lontane dal mare.

 

Ricette bergamasche

gentilmente concesse da:

www.dalmenweb.it

 

 

Oselì scapàcc

Da preparare in 35 minuti  - per 6 persone -

Ingredienti : 400 gr di fesa di vitello tagliata a fettine, 150 gr di fontina tagliata a fettine, 100 gr di prosciutto cotto tagliato finemente, 200 gr di polpa si pomodoro, olio d’oliva, mezzo bicchiere di vino bianco, una cipolla tritata, alcune foglie di salvia, sale, pepe. 

 Preparazione: Stendete su ogni pezzo di carne una fetta di fontina e una di prosciutto.
Quindi rotolateli inserendovi una foglia di salvia. Infilate uno stecchino, per tenere insieme gli involtini e, ad ogni estremità, mettete un’altra foglia di salvia. Versate due cucchiai d’olio in una padella; poi unitevi la cipolla tritata e gli involtini.
Fate rosolare a fuoco moderato, bagnate con il vino bianco e, una volta evaporato, unite la polpa di pomodoro.
Cuocete per circa 25 minuti sempre a fuoco moderato, aggiungendo, se necessario, un goccio di brodo.
Regolate di sale e servite, accompagnando a piacere con polenta.

Il tutto accompagnato da un buon vino barbera

 

Casonsèi alla Bergamasca

Da preparare in circa 50 minuti
Ingredienti per 6/8 persone


Pasta: 400 gr di farina, 100 gr di semola di grano duro, 2 uova.

Ripieno: 125 gr di pane grattugiato, 1 uovo, 70 gr di grana grattugiato, 150 gr di macinato per salame, 100 gr di carne bovina arrostita, 5 gr di amaretti, 10 gr di uva sultanina, 1/2 pera spadona o abate, uno spicchio di aglio tritato, un cucchiaio di prezzemolo tritato, sale, pepe.

Condimento: 80 gr di burro, 100 gr di pancetta tagliata a bastoncini, 100 gr di grana grattugiato, alcune foglie di salvia.

 
Amalgamate sulla spianatoia la farina, la semola, le uova, un pizzico di sale e aggiungete acqua quanto basta ad ottenere un composto omogeneo, quindi lasciatelo riposare per almeno mezzora. Nel frattempo preparate il ripieno, fate rosolare con una noce di burro il macinato per salame, la pera sbucciata e tritata, quindi unitevi la carne arrostita, l'aglio il prezzemolo e fate insaporire alcuni istanti. Versate il tutto in una terrina, unitevi il grana, il pangrattato, le uova, gli amaretti sbriciolati, l’uvetta tritata, una macinata di pepe e un pizzico di sale. Amalgamate l’impasto: se risultasse troppo asciutto aggiungete un goccio di brodo o acqua. Stendete la sfoglia, ritagliate dei dischi di 6/8 cm distribuitevi al centro un cucchiaio di ripieno, quindi piegate il disco di pasta sul ripieno, chiudete il bordo, ripiegate la parte ripiena sul bordo e pressate leggermente al centro. Lessate i casoncelli in acqua bollente salata, scolateli e disponeteli su di un piatto da portata, cospargeteli con il grana grattugiato e conditeli con il burro cotto a color nocciola insieme alla salvia e alla pancetta. Servite subito.

Il tutto accompagnato da un buon vino Barolo


Polenta e osèi

Da preparare in 1 ora -per 6 persone -

Ingredienti: 400 gr di farina gialla a grana grossa, 12 tordi, 200 gr di salsiccia, 50 gr di pancetta a fette, 150 gr di burro, vino bianco, salvia, olio, sale e pepe.

Preparazione: Portate ad ebollizione un litro e mezzo di acqua salata, versate a pioggia la farina mescolando contemporaneamente. Cuocete per circa 40 minuti rimestando frequentemente.
Nel frattempo pulite e lavate accuratamente i tordi e asciugateli con carta assorbente da cucina. Avvolgeteli poi nella pancetta e infilateli a due a due su spiedini di legno, alternandoli a pezzi di salsiccia e foglie di salvia. Fate scaldare il burro in un tegame e aggiungetevi un cucchiaio di olio e alcuni rametti di salvia. Adagiatevi gli spiedini, salate, pepate e spruzzate con un bicchiere di vino bianco. Lasciate cuocere per circa 30 minuti a fuoco lento con il tegame parzialmente coperto in un primo tempo e poi del tutto scoperto. Servite la polenta fumante con al centro gli uccelli, irrorando con il fondo di cottura.

Il tutto accompagnato da un buon vino barbera o merlot

 

Gli scarpinòcc de Par

  Ingredienti  

Per la pasta (1 kg. di pasta) Farina "00" 800 gr. - Uova n. 2 - Burro a temp. ambiente 40 gr. - Latte q.b.

  Per il ripieno (1 kg. di ripieno) - Grana padano 700 gr. - Pane secco grattugiato 350 gr. - Aglio tritato 1 spicchio - Prezzemolo tritato 40 gr. - Burro 30 gr.
• Un pizzico misto di spezie (semi di coriandolo, cannella, noce moscata, chiodi di garofano, macis, anici stellati).

Preparazione del ripieno
In una terrina mescolare il formaggio ed il pane grattugiato con le spezie. In un tegame far sciogliere il burro unendovi l'aglio ed il prezzemolo finemente tritati. Versate il tutto in una terrina ed aggiungete il latte e le uova fino a che otterrete un composto morbido ed omogeneo.

Preparazione degli Scarpinocc
Stendete la pasta e ricavatene dei dischetti del diametro di 6-8 cm. Adagiate su ogni disco del ripieno e piegate il dischetto in modo da formare una mezza luna. Chiudete bene i bordi premendoli con le dita, sollevateli in posizione verticale con la parte tondeggiante in basso e schiacciate al centro con l'indice così da ricavarne una forma che somigli a quella di una caramella. Cuocete in abbondante acqua salata, scolateli e poneteli su un piatto e cospargeteli con formaggio grana e conditeli con burro fuso e salvia ben cotti.
 

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            Rifugio Curò


Il Rifugio Antonio Curò è un rifugio situato nel comune di Valbondione (BG), in alta Val Seriana, nelle Prealpi Orobiche, a 1.895 m. Il Rifugio Curò è stato il secondo a essere inaugurato dal CAI di Bergamo nel 1886, dopo il Rifugio Ca' Brunona. Il nome deriva dal ingegner Antonio Curò, allora presidente della sezione bergamasca del Club Alpino Italiano. Nel 1895 il CAI di Bergamo decise di costruire un nuovo rifugio più grande; venne così costruito uno poco più ad est del vecchio rifugio a quota 1.895 e venne anch'esso dedicato all' ingegner Curò. Nel 1973 su progetto del geometra Luigi Locatelli ne venne costruito un terzo, con circa 100 posti letto, situato sul Lago del Barbellino a quota 1.915 m. Il rifugio Curò è uno dei più grandi rifugi della Bergamasca e ha una capacità di circa 100 posti letto. È di proprietà della sezione di Bergamo del CAI ed è aperto in modo continuato da metà giugno a metà settembre. Da maggio a giugno e da ottobre a novembre, il rifugio è aperto solo nei giorni prefestivi e festivi. Il resto dell'anno rimane chiuso.

Il rifugio è raggiungibile dall'abitato di Valbondione, segnavia n. 305 percorribile in 2,30 h. Inoltre può essere raggiunto da Lizzola, segnavia 306 percorribile in 3 h.

Ascensioni

· Pizzo Coca (3.050 m.), difficoltà F - via normale; difficoltà PD - cresta Est o cresta Nord

· Monte Torena (2911 m.), difficoltà EE

· Pizzo Recastello (2.886 m.), difficoltà EE - via normale; difficoltà PD - canale nord

· Monte Gleno (2.882 m.), difficoltà F - via normale

· Pizzo del Diavolo della Malgina (2.924 m.), difficoltà EE - via normale

· Monte Trobio (2.865 m.), difficoltà F - via normale

· Monte Costone (2.865 m.), difficoltà F - via normale

· Pizzo Strinato (2.836 m.), difficoltà EE - via normale

· Pizzo dei Tre Confini (2.824 m.), difficoltà EE - via normale

Traversate

Il rifugio è la meta della 6° tappa del Sentiero delle Orobie Orientali, dal Rifugio Coca, segnavia n. 303 percorribile in 3,30 h. Da qui si prosegue alla volta del Rifugio Luigi Albani (7° tappa) tramite il sentiero n. 304 in circa 4,5 h, oppure per la variante della 7° tappa, verso il Rifugio Tagliaferri, segnavia n. 321 percorribile in 4 h.

Curiosità

La zona del rifugio fa parte della riserva naturale Belviso-Barbellino e pertanto la fauna alpina pregiata, specialmente nelle conche più appartate, è molto abbondante. Il rifugio Curò è conosciuto dagli appassionati anche a causa dell'immediata vicinanza delle famose Cascate del Serio che, con un triplice salto di oltre 300 metri, sono le più alte d'Italia e le seconde d'Europa

  Lago del Barbellino

 

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Il Triskell

Pubblicato sul blog "Chridhe Gaidhlig"

 

Il triskell è un simbolo celtico molteplice, magico e druidico. Il suo nome deriva dal greco tris (tre) + keles (gambe), è anche il simbolo ufficiale della Britannia, e il fatto che il simbolo dell'Irlanda sia un trifoglio non è per niente casuale.
I suoi tre riccioli, meglio detti volute, sono crescenti da sinistra verso destra, come il sole, nonostante la rappresentazione comune le voglia tutte uguali.
Il suo simbolismo è vario: fondamentalmente, rappresenta la ciclicità cosmica, riproducendo graficamente le tre fasi solari alba-mezzogliorno-tramonto, ma anche il passato-presente-futuro.
È sopravvissuto anche dopo la cristianizzazione delle terre celtiche, divenendo simbolo della trinità: basta notare le forme trilobate delle finestre delle chiese gotiche, o le finestre di vetro piombato medievali che talvolta mostrano tre lepri che si rincorrono e le cui orecchie formano al centro un triangolo.
Altri simboli possono essere le tre età dell'uomo infanzia-maturità-vecchiaia [Digressione: avete presente l'indovinello della Sfinge di Tebe a Edipo? Qual è quell'animale che la mattina cammina su quattro zampe, il pomeriggio su due e la sera su tre? È l'uomo, che da giovane gattona (la mattina su quattro zampe), da adulto cammina eretto (il pomeriggio su due) e da vecchio si sorregge sul bastone (la sera su tre). Non sembra ricollegabile? Pensate che è comparso per la prima volta in una tragedia greca del V secolo a.c., "Edipo Re" di Eschilo], le tre nature della divinità umana-animale-vegetale, i tre aspetti della Dea madre-figlia-sorella, i tre elementi del mondo terra(=cinghiale)-acqua(=pesce)-
aria(=drago)
, che con il loro movimento rappresentano il quarto elemento, il fuoco, normalmente riassunto nel cerchio che incornicia il triskell.


La Trinacria Siciliana, il simbolo della città di Agrigento, ricorda molto da vicino un triskell, rappresentando tre uomini in ginocchio, con particolare rilievo sulle tre gambe, che riproducono le tre volute: dopo tutto, anche nello stesso nome è racchiuso il significato di "gamba". Gambe corazzate, disposte in questa combinazione, formano anche l'emblema dell'Isola di Man, con il motto stabit quocumque ieceris (=tornerà in piedi dovunque lo si getti). Anche lo stemma di Fuessen, in Baviera, mostra un treppiede.
Si possono poi aggiungere tutte le svariate valenze che il numero 3, numero perfetto per eccellenza, ha assunto nelle culture di tutto il mondo, non ultima la trinità cristiana, i tre aspetti della dea Morrigan celtica (Badb, Macha, Morrigan), le tre Grazie, le tre Parche greche, con il loro corrispettivo germanico delle Norne, la Trimurti indù, le tre Erinni o le tre Eumenidi della mitologia greca, le nove Muse, che sono tre per tre, la divisione alchemica del mondo in corpus, anima et spiritus o sal, sulphur et mercurius.

 

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I Celti

 

L’origine del popolo dei Celti è indoeuropea. La parola celtico ha origine dal greco keltai che gli abitanti di Marsiglia, città fondata dai Focei, attribuirono ai membri di queste tribù belligeranti.La loro prima area geografica di residenza è l’Europa centrale, in particolare tra la Boemia e la Baviera, dove ha avuto luogo la cosiddetta " Cultura di Unetice", particolarmente legata alla lavorazione dei minerali ed alla pastorizia. Da questa cultura hanno avuto origine anche gli italici, gli illiri ed i veneti. Sicuramente la genesi dei Celti ha risentito di una interazione tra varie popolazioni. E’ dunque opportuno fare una premessa. Intorno al 4000 a.C. esisteva una civiltà, denominata di Atlantide, che abitava nella zona del Baltico (che sarà nel medioevo luogo della Lega Anseatica), in particolare nello Jutland e nella bassa Scandinavia. Questa civiltà, racconta Erotodo, era particolarmente progredita. Abile nella costruzione dei templi e degli stadi, aveva una certa esperienza nella navigazione. Ciò è provato dalle costruzioni megalitiche dei menhir della Bretagna (Carnac), dell’Irlanda, del Galles e dell’Inghilterra (Stonehenge), dove nelle vicinanze è stato forse rinvenuto un probabile stadio per le corse equestri. Tali costruzioni di dolmen avevano come scopo la guida agli astri, in cui tali popolazioni credevano.

A seguito di siccità, terremoti e carestie, tale popolo è migrato verso l’Europa centrale, la Grecia (dove c’erano le culture achea e micenea, che furono distrutte), l’Anatolia (dove erano presenti gli Ittiti ), la Palestina (in cui hanno avuto origine le civiltà fenicia e semita) e l’Egitto. Questa migrazione è nota come quella dei "popoli del mare". Solo in Egitto, Tolomeo riuscì a respingere la loro invasione. La coda della migrazione dei popoli del mare fu rappresentata dai Dori che si stanziarono in Grecia ed in Egeo.

Intanto, quasi contemporaneamente, secondo una teoria più accreditata tra il 3000 e il 2500 a.C. in Oriente c’erano tre popolazioni indoeuropee: i Kurgan (per le tombe a tumulo che usavano) della zona del Volga - alto Mar Caspio, i Transcaucasici del Caucaso, i Nordpontini della zona del Mar Nero. Queste popolazioni, in particolare la prima, influenzandosi e mescolandosi tra loro fino alla fine dell’età del rame, eseguirono delle migrazioni in: Anatolia ( Ittiti  ), in Mesopotamia (Arii), Grecia (Macedoni e Micenei), Europa (Cultura di Unetice in Boemia, crocevia di popolazioni). La divisione cominciò con l’inizio dell’età del bronzo e si perfezionò con l’età del ferro (la Boemia era ricca di ferro) e si implementò con l’addomesticamento della razza equina (la parola cavallo ha la stessa radice in tutte le lingue indoeuropee) e del bestiame. Contemporaneamente nel nord europa, in particolare nella zona della Polonia, compare la civiltà dei Campi di Urne , di origine nordica, che prende il nome dal modo in cui seppellivano i loro morti. La coda di questa migrazione orientale ebbe luogo con gli Sciti, nell’800 a.C., che si diffusero in Mesopotamia (originando prima la cultura caldea, di cui Abramo ne sarà un rappresentante, e poi quella assira che sarà dominante fino all’avvento dei Persiani), in Anatolia (ove erano presenti già i Frigi, i Lidi ed i Pontini), in Grecia, in Italia (dove dal 900 a.C. erano presenti gli Etruschi e ancora prima i Liguri e gli Italici ) ed in Europa centrale (dove era presente la migrazione dei popoli del nord).

In particolare, con riferimento a quest’ultima, intorno al 700 a.C., nella zona del Salzkammergut (Salisburgo e Carinzia), fino al 450 a.C. si diffuse la cultura di Hallstatt , abile nel commerciare sale (di cui la loro regione era ricca) con i popoli italici e nordici. Si trattava dunque di una cultura di crocevia, basata prevalentemente su due classi sociali legate all’aristocrazia e alla pastorizia. La fine della cultura di Hallstatt segna l’inizio della cultura di La Tene (450 – 50 a.C.), situata sulle rive del lago di Neuchatel e caratterizzata dall’arte espressionista, dalle rappresentazioni del particolare e dei dettagli, dall’inizio di migrazioni di popoli, dalla valida rete di commercio di massa che furono in grado di impiantare, dalla conseguente nascita di una protoborghesia. Questo passaggio è stato motivato anche da una differente esigenza sociale: nuovi ceti aspirano al potere, per cui la vecchia aristocrazia hallstattiana viene soppiantata.

Dunque all’inizio del 600 a.C., come risultato di queste due ultime culture appena descritte, nella zona che comprende il basso Rodano e l’alto Danubio ha origine la popolazione celtica che, di cultura nomade, comincia a migrare verso l’Italia settentrionale, dove si stanzia attorno a Mediolanum ed entra in contatto con gli Etruschi, l’Europa centrale, facendo scomparire la cultura di Hallstatt, la Francia, da cui hanno origine i Galli, la Germania, dove si integrano con i Germani (Suebi, Marcomanni, Longobardi, Ermunduri, Quadi e Semnoni), popolo proveniente dall’area del Baltico, differente da quello dei Celti, la Gran Bretagna, dove ebbero uno sviluppo più arretrato, la Serbia, la Macedonia e l’Anatolia, dove compaiono i Galati (la parola celtico in greco si scrive gàlatos), che importarono culti religiosi orientali. In particolare per la Gran Bretagna è opportuno precisare che intorno al 900 a.C. ed al 500 a.C. ci furono due ondate di migrazioni di popoli di origine indoeuropea che si sovrapposero alle popolazioni preesistenti derivate dagli "ex Atlantidi" giunte nel 3000 -2000 a.C..

I Celti hanno risentito molto della cultura scita, sia per l’uso delle tombe a tumulo, sia per l’allevamento del cavallo, ritenuto sacro, sia per il rito di tagliare e conservare la testa del nemico a protezione della propria capanna, sia per la suddivisione in classi sociali, ove l’aristocratico era chi possedeva più cavalli. Dunque i Celti hanno subito influenze orientali (Sciti, Kurgan, Greci, Etruschi) ed europee (culture di Hallstatt e di La Tene, popoli del nord), sviluppando a loro volta una propria cultura.

 

 

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 Death Army


DEATH ARMY  ( tra metal e musica celtica)

I Death Army nascono nel settembre 2001 fondati da Axel (chitarra, voce, clarinetto) e Franky (violino, voce e tastiere).

L’idea era quella di fondare un gruppo nel quale si esprimesse la volontà di fare buona musica che parlasse del legame che ci lega alla nostra terra e alle nostre antiche leggende che si stanno perdendo. Le sonorità quindi vertono su una musica chiaramente Metal ma con influenze di musica celtica, epica, medioevale e gotica.

I Death Army sono un gruppo piuttosto giovane di ragazzi lombardi, e proprio la loro regione di residenza sembra essere uno dei principali punti di riferimento e d’ispirazione per la composizione dei brani. Il perchè di questa scelta è molto semplice: volendo fare “folk-epico” come genere, perchè andare a prendere in prestito tradizioni e leggende di altre parti del mondo, quando la nostra stessa storia ce ne offre a bizzeffe? Dal punto di vista musicale si tratta, come appunto appena detto, di un epic-folk in chiave Heavy Metal, impreziosito dall’uso del violino e dell’arpa celtica, dai toni piuttosto originali e che funziona decisamente molto bene.

Una nota a parte meritano sicuramente nella trattazione di questo gruppo due delle caratteristiche principali del sound della band. In primo luogo il violino e l’arpa celtica, che sono state sicuramente due delle scelte maggiormente vincenti e più interessanti, capaci di donare a ogni brano uno spessore e un suono davvero invidiabile. In secondo luogo, la voce di Igor, una voce molto bassa e imperiosa che si inserisce perfettamente nella proposta musicale dei Death Army.

La band, nelle esibizioni live che hanno seguito l’uscita del primo demo autoprodotto, è notevolmente cambiata in positivo: i toni si sono fatti più oscuri e al tempo stesso più armoniosi grazie all’apporto della piccola arpa celtica, e l’impatto live si prospetta sempre diretto e molto coinvolgente per l’interpretazione del nuovo cantante. In ogni caso la formazione lombarda, sia in sede live che su cd, regala agli ascoltatori magie ritmiche a atmosfere epiche che la porterà a distinguersi nell’arco della propria esistenza.

           

Official site : www.deatharmy.com

 

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Il Bepi (made in Bèrghem)

 


Il Bepi
è nato al telefono dalla fantasia di Tiziano Incani. Non nel senso che la mamma è stata guidata al travaglio via cavo, ma come personaggio senza volto. Egli infatti era un opinionista rigorosamente made in Bèrghem sui generis che veniva interpellato da Tony Tranquillo nei pomeriggi di Radio Antenna 2 di Clusone, affinché dispensasse pareri innanzitutto sull’Atalanta, ma, dopo non molto, anche su qualunque altra cosa.

Già in questo modo si era conquistato la simpatia degli ascoltatori della Valle Seriana e della Val di Scalve, ma, nel 2002, nasce l’idea di portarlo, senza troppe pretese, in musica. Nessun punto d’incontro, comunque, con l’attività musicale di Tiziano Incani (impegnato sul fronte cantautorale): la prima cosa nata è semplicemente la versione bergamasca del Gioca Jouer di Claudio Cecchetto, un brano ruspante, con tanto di piccolo ballo annesso, che caratterizza quell’estate seriana. Dopo un paio d’anni ci si riprova, senza alcuna aspettativa, come al solito, e arriva Capiit?! (rivisitazione di “Capito?!” dei Gatti di Vicolo Miracoli), seguita a breve distanza da Massimo Carrera (rivisitazione di “Maledetta Primavera ” di Loretta Goggi) e da Coston Beach, il primo brano interamente originale. Il primo rudimentale CD, dunque, è di sole 4 tracce si chiama Bepi & Friends (da tempo fuori catalogo). Il Bepi viene chiamato a partecipare al Radio Tour di Radio Antenna 2 (cantando le sue 4 canzoni) e si rende così necessario dargli un volto; è lì che parte la vera e propria avventura. Le comparsate del Bepi, dissacrante e decisamente atipico come personaggio da palco, piacciono parecchio nel territorio d’influenza della radio e il passaparola inizia a portarlo anche oltre. Nel 2005 gli amici musicisti di sempre vengono interpellati da Tiziano Incani per materializzare una dozzina di nuove canzoni dialettali. Nascono così i Prismas, la formazione destinata ad affiancare il Bepi negli anni a venire. La prima formazione è così composta: Stefano il Guidone Orobico alla batteria, Mauro Set Carico al basso, Stephan Cochet Coscrét alla chitarra, Ray Riturnèl alle tastiere e Luisa Contadinella Ucraina ai cori. Il CD “Nömer Dù”, tutto di brani originali, tra i quali Kentucky e Disco Sexy Bar , funziona alla grande e il territorio d’influenza si sposta velocemente dalla Valseriana al resto della provincia, con un tour di circa 75 date al quale partecipano anche Simù da Erfa (cori) e Fabrezze ol Postumo (percussioni). Il 1 agosto, alla Celadina di Bergamo, viene registrata la parte live del DVD Live in Berghem, lavoro completato da una serie di sketch simpatici registrati in studio. Il punto più alto di questo tour è la data del 10 dicembre al Palacreberg di Bergamo, gremito in ogni ordine di posti per un concerto indimenticabile. Nel periodo natalizio esce il CD Fò de cover dove convergono sia i brani presenti originariamente in “Bepi & Friends” sia brani mai finiti in precedenza su CD (come La Erika o Sö e zo töta nòcc ) , tutti registrati dal vivo. La scommessa del Bepi, in barba alle malelingue, pare vinta, ma è comunque con una certa cautela che l’inverno stesso si inizia a lavorare su S3nù (strinù)”, un nuovo CD, sempre diretto e godibile, ma con soluzioni musicali più raffinate, tutto composto da brani originali, firmati, come al solito, da Tiziano Incani. Ai Prismas si aggiunge Simù de Milà, chitarrista tecnico ed esperto, mentre dalla formazione escono Simù da Erfa e Fabrezze ol Postumo. Il lavoro si avvale della collaborazione di nomi di spicco del panorama non solo bergamasco: Guido Bombardieri, l’Anglobruno (fratello del bassista e del batterista), Paolo Manzolini e tanti altri. Il tour che ne segue è massacrante, ma incredibilmente stimolante. Alla fine le date saranno ancora 75 circa, concentrate per di più in soli 4 mesi e distribuite in ogni angolo della bergamasca, ma con discreta partecipazione di sempre più “forestieri”. La chiusura del tour, a Fornasotto di Pontirolo Nuovo, regala a Bepi & The Prismas e ai loro fantastici fans un’altra serata da consegnare all’album dei ricordi più belli.

Subito dopo esce un CD Raccolta, allegato a “L’Eco di Bergamo”, intitolato Mé sto bé po’ a ché. Le 10.000 copie stampate si volatilizzano in una settimana. Le prime 5000 in 4 ore!

                                                             

www.ilbepi.com

 

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     La ninfa Atalanta


Quando si parla di Atalanta è inevitabile pensare alla squadra di calcio che tutti i bergamaschi “dovrebbero” tifare. Ma quanti sanno effettivamente da dove deriva il nome “Atalanta”? Prima di tutto bisogna chiarire che “Atalanta” non era una dea come tutti pensano ma era una ninfa

Nella mitologia greca la ninfa era un tipo di divinità della natura. Le ninfe erano figlie di Giove e il loro mito è principalmente legato all'acqua. Energie della natura di tipo femminile vengono rappresentate come fanciulle seducenti.
Possono venire considerate la corrispondenza femminile dei Satiri.
Venivano chiamate, dai latini, Lymphae ("linfa"), dal verbo Lymphare: fare impazzire; infatti le ninfe potevano portare alla follia.
L'invasamento è una manifestazione del contatto con le Ninfe.

Atalanta

Atalanta è una figura della mitologia greca, figlia di Iaso (o Iasio) re dell'Arcadia e di Climene.

Il padre desiderava un maschio e, com'era costume in questi casi, la abbandonò sul monte Partenio. Artemide inviò un'orsa, che la allattò ed allevò, qualche tempo dopo fu trovata da un gruppo di cacciatori che la crebbero.

La propensione per la caccia si manifestò presto quando uccise con l'arco i centauri Ileo e Reco che avevano tentato di possederla. In seguito chiese di far parte degli Argonauti ma Giasone, che temeva la presenza di una donna sulla nave Argo, rifiùtò. Altra prova di destrezza nella caccia la diede partecipando alla battuta per la cattura del cinghiale calidonio che riuscì a ferire per prima. Meleagro, in segno di onore, le fece dono della pelle della preda. L'eco dell'impresa la rese famosa tanto che il padre infine la riconobbe. Egli insistette perché si sposasse ma ella era contraria perché un oracolo le aveva predetto che una volta sposata avrebbe perduto le sue capacità. Atalanta promise quindi di sposarsi solo con chi l'avesse battuta in una gara di corsa.

I pretendenti, in caso di sconfitta, sarebbero stati uccisi e nessuno riuscì a batterla finché non arrivò Melanione (o Ippomene) che, profondamente innamorato, chiese aiuto ad Afrodite. La dea diede a Melanione tre mele d'oro che egli fece cadere una ad una durante la corsa e che Atalanta si fermò ogni volta a raccogliere, perdendo così terreno e, infine, la gara.

Tempo dopo Afrodite si offese perché scoprì i due sposi amarsi in un tempio dedicato a Cibele e decise, per punirli, di trasformarli in leoni perché i greci ritenevano che i leoni non si accoppiassero tra loro. Secondo alcune leggende, Atalanta era madre di Partenopeo, avuto da Meleagro o da Melanione.

Atalanta era descritta come provocante ma fermamente virtuosa, ed essendo una cacciatrice infaticabile, venne talvolta assimilata ad Artemide. 

                                                                

 

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Il dialetto bergamasco

 


Il dialetto bergamasco appartiene al ceppo delle lingue gallo-italiche ed è affine ai molti dialetti parlati in Lombardia ed in Canton Ticino, in particolare a quelli lombardi orientali.

Il bergamasco è una lingua derivata dal latino volgare innestata sulla precedente celtica parlata dai Galli. Con il trascorrere del tempo ha subito varie modifiche, le più importanti delle quali sono avvenute durante le dominazioni longobarde che hanno lasciato terminologie germaniche entrate a fare parte del linguaggio comune.

I parlanti il lombardo occidentale (ma anche le lingue correlate come emiliano-romagnolo o piemontese) lo ritengono un dialetto poco comprensibile poiché, nonostante alcune somiglianze lessicali e morfologiche, possiede, specialmente nelle varianti montane, una fonetica molto stretta e diversa da quella di lingue e dialetti simili.

Il dialetto bergamasco è stato a lungo oggetto di studio con esiti non sempre benevoli, spesso dovuti alla prepotenza di una lingua ufficiale che si voleva unificatrice o alla difficoltà della sua comprensione nel raffronto con stereotipi linguistici ritenuti via via più nobili.Molti autori l'hanno dileggiato riducendolo, in maniera superficiale, a parlata macchiettistica esclusiva della gente più incolta e umile.

Il dialetto bergamasco è la lingua in cui Ermanno Olmi ha girato il suo film L'albero degli zoccoli, vincitore del festival di Cannes nel 1978, in cui si racconta la vita di una comunità di mezzadri della pianura bergamasca alla fine del XIX secolo.

Espressione idiomatica tipica del bergamasco è pòta, termine di origine triviale, usato oggi come esclamazione principalmente per esprimere senso di rassegnazione davanti all'inevitabile. Il termine esiste anche in bresciano e nell'antico padovano (Ruzante) nel senso di insomma.

Oltre a quello parlato nella città di Bergamo, che può essere considerato centrale sia in termini geografici che linguistici, ne esistono numerose varianti locali, alcune circoscritte anche a piccole comunità montane, che si differenziano tra loro per alcune peculiarità del lessico e della pronuncia di alcuni suoni; uno degli esempi più evidenti è la s sorda - come in sic (cinque) o sùra (sopra) - che diventa h aspirata (hic, hùra) in molte località di pianura e z (zic, zùra) in alcune località montane.

Tra le principali varianti del dialetto si possono annoverare quelle della Valle Imagna, della media e alta Valle Seriana, della Valle Gandino, della Valle Brembana e della Valle di Scalve. In molte zone di pianura prevale l'uso dei suoni aspirati; mentre muovendosi verso le province vicine, il lessico risulta ibridato da quello delle parlate confinanti (ad esempio dal milanese o dal lecchese). Tipico delle comunità montane è anche l'uso dello scötöm, un soprannome che consente di distinguere i diversi rami familiari di una comunità - a volte persino un intero paese - contraddistinta da un solo cognome; lo scötöm è solitamente un aggettivo o un sostantivo legato a una peculiarità fisica o a un'attività e si declina per genere usando una forma femminile per identificare mogli e figlie appartenenti al ramo familiare.

                                                   

 

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           Il trenino della Val Brembana

 


La Ferrovia Valle
Brembana era una ferrovia elettrica a corrente alternata 6000 V 25 Hz che collegava la città di Bergamo con San Martino de' Calvi Nord (attuale Piazza Brembana). Il primo tratto, lungo 30 km da Bergamo a San Pellegrino Terme venne aperto nel 1906, mentre il tratto successivo di 11 km, fino all'odierna Piazza Brembana, venne aperto nel 1926.

Seguendo l'esempio dell'altra ferrovia bergamasca, la Ferrovia Valle Seriana, venne chiusa il 17 marzo 1966 e sostituita da un servizio di autobus gestito dalla società SAB.

La ferrovia della Valle Brembana, in sigla F.V.B. chiamata in modo affettivo "trenino", cominciò a funzionare il 1° luglio 1906 quando gli Ing.. Gianfranceschi, progettista dell'opera e Ligabue, direttore dei lavori, giunsero a San Pellegrino Terme in un viaggio di prova a bordo della locomotiva n°1. Si fece gran festa. Come in ottobre quando la locomotiva Westinghouse, a trazione elettrica, giunse per la prima volta alla stazione, appena verniciata, di San Giovanni Bianco. A tal fine era stata realizzata una centrale idroelettrica capace di 65.000 Kwh in territorio di S.Pietro d'Orzio. Le prime volontà di dotare la Val Brembana di una ferrovia risalivano al 1885 quando l'Ing. Vittorio Pierfranceschi aveva convinto i tecnici della Provincia della bontà e dell'utilità dell'uso della trazione elettrica approfittando della forza idraulica del Brembo. Superato lo scoglio, dovuto ai propositi governativi di destinare l'uso delle acque dei nostri fiumi ai bisogni energetici della Rete Adriatica (vale a dire delle ferrovie dello Stato) la provincia subconcesse alla neo Società F.V.B., rappresentata dall'Ing. Luigi Albani, la gestione della ferrovia per 70 anni. A Bergamo venne realizzata una splendida stazione centrale: un edificio in stile Liberty, opera dell'Arch.Squadrelli, lo stesso che aveva progettato il Casinò di San Pellegrino e che disegnò le stazioni intermedie da Borgo S. Caterina a San Giovanni Bianco, tutte civettate di Liberty, tinte di rosso di Capri, ben diverse dagli edifici delle stazioni della consorella ferrovia della Valle Seriana, tagliati in modo semplice e rozzo.

L'opera venne portata a termine, a tempo record, in soli tre anni e mezzo. Un lavoro non dei più semplici se si pensa che occorsero ben 73 viadotti e 20 gallerie. Il servizio ebbe inizio con cinque locomotive a vapore, tipo "Orestein", sostituite nell'arco di un paio di anni, da due locomotori Tibb che diventarono quattro nel 1930. Le carrozze, in totale 23, diversificavano all'interno a seconda delle classi. La prima classe si intonava al floreale squadrellino. I carri merci, funzionali alla domanda della clientela industriale, erano stati fabbricati dalla Società Toselli e dalle Officine Lodigiane, e toccarono nel 1930 il numero di cinquanta, fra carri chiusi, pianali e carri a sponda. Nel secondo dopoguerra fecero la comparsa 4 carrozze rimorchiate da locomotori della Breda. A San Pellegrino Terme funzionava un binario specifico per il carico delle acque e delle aranciate confezionate. I treni passeggeri impiegavano un'ora e 26 minuti (un'ora esatta per il convoglio diretto) a percorrere il tratto Bergamo-San Giovanni. Nel 1933 erano in funzione sei giornaliere di treni di andata e ritorno. Aumentavano a otto alla domenica e nel periodo estivo. 

Le stazioni ferroviarie di San Pellegrino disegnate dallo Squadrelli sono pienamente coerenti con l'iter progettuale dell'architettura. Su un percorso di 30.333 Km, disattivato nel 1967, esse offrono un singolare itinerario Liberty: dalla stazione capolinea di Bergamo s'incontrano le stazioncine di Ponteranica-Sorisole, Almè, Villa d'Almè, Brembilla-Sedrina, Zogno, Ambria, San Pellegrino Piazzo, San Pellegrino Terme, San Giovanni Bianco, in un discorso unitario che si esprime con accentuazioni decorative e con timbro più monumentale nelle stazioni funicolari di Bergamo  e in modo più dismesso in altre. 

Sono in molti ormai che rimpiangono il caro vecchio trenino della Val Brembana……

 

         

 

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                                  Le mura venete

 

 

Le mura di Città Alta, esistenti già in epoca romana, documentate nel VIII secolo, vennero ricostruite nel corso del medioevo e più volte rimaneggiate e modificate. Della cinta romana sono rimaste alcune tracce ancora oggi visibili in via Vàgine, sotto il convento di S. Grata e a sinistra dei viale delle Mura ad ovest dei tracciato della funicolare (ex via degli Anditi).
Agli inizi dei '500 le mura si trovavano in condizioni di estrema decadenza. Nel 1556 il Senato della
Repubblica di Venezia, che da oltre un secolo deteneva il dominio politico e territoriale di Bergamo, decise di procedere alla ricostruzione integrale della cinta di fortificazione della città.

L'obiettivo politico dei veneziani era di rafforzare il confine dei loro territorio di Terraferma di cui Bergamo costituiva l'estremità orientale nonché il presidio più vicino all'avversato Impero Spagnolo. Occupata nella lotta contro i Turchi sul fronte opposto, Venezia manifestò in questo modo il suo intento di non espandersi ulteriormente in Lombardia. Abbandonato un iniziale progetto di parziale ricostruzione e rimaneggiamento delle mura medioevali, per il quale furono consulenti anche l'Orologi e il Malacrida e che portò nel 1561 alla realizzazione dei Forte di S. Marco e di cinque nuovi bastioni, la Serenissima stabilì di realizzare una fortificazione in pietra bastionata continua. 
Per l'edificazione della cinta vennero demoliti oltre 250 singoli edifici ed alterate nel loro aspetto naturale alcune zone di Città Alta. Le demolizioni si resero necessarie per risparmiare le spese di costruzione, per accorciare i tempi di realizzazione e, in alcuni tratti, per la mancanza di soluzioni alternative possibili. Andarono così perdute importanti opere e monumenti storici come la cattedrale paleocristiana di
S. Alessandro assieme a 80 case di Borgo Canale, le chiese di S. Lorenzo, con 59 case del borgo omonimo, S. Giacomo, S. Pietro,
S. Stefano con il monastero (trasferito nel 1571 nell'attuale monastero di S. Bartolomeo in Città Bassa), SS. Barnaba e Lorenzino nelle vicinanze della porta di S. Giacomo e la fognatura d'epoca romana.
Nel 1574 le case di Bergamo erano 445 corrispondenti a circa la metà di quelle esistenti prima della costruzione delle mura il cui perimetro venne completato nel 1588 sotto la guida dei generale
Sforza Pallavicino. Le mura, che costituiscono una delle più significative fortezze realizzate da Venezia in terraferma, non vennero mai utilizzate per azioni militari pur essendo il risultato di concezioni difensive all' avanguardia per quei tempi.

Lasciate così ad uso civile ad iniziare dal secolo scorso vennero demilitarizzate e attorno ad esse si realizzò il viale interno, ombreggiato da ippocastani e platani e si provvide all'abolizione dei terrapieni ed alla riduzione ad area verde delle zone sovrastanti gli spalti e i baluardi.
Al di sotto delle mura vennero consolidate quelle attività agricole ed orticole, già esistenti, che donano ancora oggi all'ambiente una bellezza paesaggistica unica nel suo genere. Le mura, oggi in parte proprietà comunale e in parte demaniali, vennero ripulite per intero ed in parte restaurate nel 1976 su iniziativa del
l'Azienda Autonoma di Soggiorno e per alcuni tratti anche nel 1984.


LE PORTE DELLE MURA VENETE (secolo XVI)

"Osservando le sezioni delle porte è facile constatare come fossero studiate per assolvere a due compiti principali: al pianterreno i passaggi e il corpo di guardia per il controllo del traffico, l'esazione dei dazi e la vigilanza urbana; sopra le aperture, verso l'esterno erano piazzati i meccanismi di manovra delle saracinesche e dei levatoi. Una terza funzione assolvevano ancora queste porte: esse dovevano rappresentare per il cittadino motivo di sicurezza e d'orgoglio; per lo straniero, fonte d'ammirazione, di rispetto e di monito." (G. Della Chiesa).

L'uso di costruire la fronte più ornata delle porte cittadine verso l'esterno qui si trova esaltato dalla posizione topografica e qui si manifesta la doppia valenza delle mura, d'essere una chiusura e una difesa, ma anche un balcone, un luogo di parata. (
V. Zanella)

                                                    


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I Gulag

 


Nati durante lo zarismo e probabilmente fondati da Pietro il grande erano usati come campi per i detenuti politici anti zaristi e personaggi scomodi. Dopo la rivoluzione bolscevica avvenne la liberazione di tutti i prigionieri, ma nel 1917 Lenin annunciò che tutti i "nemici di classe", anche in assenza di prove di alcun crimine contro lo stato, non potevano essere fidati e non dovevano essere trattati meglio dei criminali. Dal 1918, vennero ristrutturate le attrezzature di detenzione in campi, quali ampliamento e riassetto dei precedenti campi di lavoro katorga, realizzati in Siberia come parte del sistema penale della Russia imperiale. I due tipi principali erano i "Campi speciali Vechecka" e i Campi di lavoro forzato . Questi venivano eretti per varie categorie di persone considerate pericolose per lo stato: criminali comuni, prigionieri della Guerra civile russa, funzionari accusati di corruzione, sabotaggio e malversazione, nemici politici vari e dissidenti, nonché ex nobili, imprenditori e grandi proprietari terrieri.

Come istituzione totalmente sovietica, il Gulag (al singolare, inteso come amministrazione generale) fu ufficialmente fondato il 25 aprile 1930, con la sigla di "Ulag” e fu rinominato con la sigla Gulag in novembre. I Gulag crebbero rapidamente. Nel 1931-1932 avevano circa 200 mila prigionieri. Nel 1935 circa un milione (colonie incluse), e dopo la Grande Purga del 1937 quasi due milioni. Per fare un raffronto, la popolazione di prigionieri al lavoro (in catene e in prigione) negli Stati Uniti era intorno a poche centinaia di migliaia.

Durante la Seconda guerra mondiale la popolazione dei Gulag diminuì significativamente, a causa della "liberazione" di massa di centinaia di migliaia di prigionieri che furono arruolati e inviati direttamente sulle linee del fronte, ma soprattutto a causa di una vertiginosa crescita della mortalità nel 1942-43. Dopo la II guerra mondiale il numero di internati nei campi di prigionia e nelle colonie crebbe di nuovo rapidamente e raggiunse il numero di circa due milioni e mezzo di persone all'inizio degli anni cinquanta. Sebbene alcuni di questi fossero disertori e criminali, c'erano anche prigionieri di guerra russi rimpatriati e "lavoratori dell'Est", tutti universalmente accusati di tradimento e "cooperazione col nemico" (formalmente, lavoravano davvero per i Nazisti). Vi furono spediti anche un ampio numero di civili dei territori russi caduti sotto occupazione straniera, come pure dai territori annessi all'Unione Sovietica dopo la guerra. Non fu raro per i sopravvissuti ai Lager nazisti essere trasportati direttamente ai Gulag sovietici. Per alcuni anni dopo la II guerra mondiale una significativa minoranza dei reclusi fu costituita da tedeschi, finlandesi, romeni, e altri prigionieri di guerra appartenenti a paesi "liberati" dall'Armata Rossa.

Lo stato continuò a mantenere i Gulag per un certo periodo dopo la morte di Stalin nel marzo del 1953. Il successivo programma di amnistia fu limitato a coloro che dovevano trascorrere al massimo cinque anni, pertanto, furono liberati soprattutto i condannati per reati comuni. Il rilascio dei prigionieri politici iniziò nel 1954 e si diffuse e si accompagnò a riabilitazioni di massa dopo che Nikita Khruščёv sconfessò lo stalinismo nel Discorso segreto al ventesimo congresso del Pcus, nel febbraio del 1956.

Ufficialmente i Gulag furono soppressi il 25 gennaio 1960 dal ministero degli interni sovietico (che funzionava come polizia segreta), e lo stesso ministero fu a sua volta ufficialmente soppresso dal Presidio del Consiglio Supremo dell'Urss, per risorgere col nome di KGB.

Il totale documentabile di morti nel sistema di lavoro correttivo dal 1934 al 1953 ammonta a 1.054.000 persone, e comprende prigionieri politici e comuni; si noti che questo non include le circa 800.000 esecuzioni di "controrivoluzionari", in quanto queste venivano generalmente eseguite fuori dal sistema dei campi. Dal 1932 al 1940, almeno 390.000 contadini morirono in luoghi di "insediamento lavorativo"; questa cifra può sovrapporsi con quella di cui sopra, ma d'altro canto, essa non include le morti al di fuori del periodo 1932-1940, o i decessi tra gli esiliati interni non contadini. Il numero di persone che furono prigioniere in questo o quel periodo è, naturalmente, molto più esteso, e si può presumere che molti dei sopravvissuti soffrirono danni fisici e psicologici permanenti.

I detenuti erano spesso costretti a lavorare in condizioni disumane. A dispetto del clima brutale, non erano mai adeguatamente vestiti, nutriti, trattati medicalmente in modo adeguato, né veniva loro fornito alcun mezzo per combattere l'avitaminosi che conduceva a malattie come lo scorbuto o sindromi quali la cecità notturna, detta anche cecità del pollo.

Gli amministratori rubavano ordinariamente dagli accantonamenti per guadagno personale e ottenere favori dai superiori. Di conseguenza, i reclusi erano costretti a lavorare ancora più duramente per colmare la differenza. Gli amministratori ed i fidati (prigionieri assegnati a svolgere i doveri di servizio del campo stesso, quali cuochi, fornai e magazzinieri, soprannominati "prifurki") scremavano i medicinali, i tessuti ed i generi alimentari più nutrienti.In alcuni campi si praticava la selezione per eliminazione: quando i prigionieri si allineavano per il turno di lavoro, all'ultimo che si presentava si sparava come esempio per gli altri, oppure gli si negava la razione giornaliera di cibo.

 

                  


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Gli Orobi

 

 

Le fonti antiche raccontano che un tempo, in età preistorica, la zona compresa tra Como e Bergamo era abitata dalla popolazione degli Orobi, di provenienza ignota, anche se alcuni la facevano originaria della Grecia per via del nome mentre altri la collegavano ad origini celtiche. Gli Orobi avevano fondato una città molto importante, chiamata Barra, di cui però oggi non esistono più tracce. Probabilmente la mitica Barra fu il nucleo sul quale s'innestò la successiva Bergamo celtica.

Altri studiosi hanno ipotizzato un'origine ligure delle popolazioni che abitavano il territorio orobico. I Liguri, il popolo più antico presente in italia, erano infatti stanziati su un'area molto più estesa dell'attuale Liguria.
Sembra comunque certo che, intorno al VI secolo a.C., il luogo che sarebbe diventato la futura città di Bergamo fosse stato occupato dagli Etruschi, che l'avrebbero munito di cinta muraria. Intorno alla metà del secolo, nuove popolazioni, i Celti, varcarono le Alpi venendo dalle zone originarie a più riprese e sottrassero il territorio della Valle Padana ai precendenti abitanti. Tra quelle popolazioni che entrarono nella penisola nel VI secolo, c'erano gli Insubri guidati da Belloveso, che sconfissero gli Etruschi sulle rive del Ticino e occuparono, rifondandola, Milano; essi stabilirono i loro confini fino al fiume Adda, al di là del quale poco dopo si stabilirono i Cenomani di Elitovio. Questi ultimi cacciarono gli Etruschi oltre l'Adda e conquistarono l'insediamento di Barra, ribattezzandolo, si dice, Bergamo. Questo nome deriverebbe dunque da Berg (monte) e Heim (casa). L'etimologia celtico-germanica è dovuta dal fatto che i Cenomani erano una popolazione celtica orientale affine ai Germani.

Dopo aver occupato l'importante insediamento, i Cenomani ne ricostruirono la cinta muraria con pietre collegate da travi di legno. Il tracciato della cittadella fortificata celtica seguiva l'ondulazione naturale del territorio collinoso. All'interno e nel territorio immediatamente circostante si trovavano tutti gli edifici più importanti, ma la caratteristica fondamentale era il vasto spazio non abitato compreso tuttavia nel recinto murario urbano.
Dalle uniche testimonianze scritte su Bergamo in questo periodo, risulta che l'attività economica all'interno e all'esterno della città doveva essere piuttosto vivace. Il fatto che gli storici si riferiscano a Bergamo col termine latino Oppidum indica che l'insediamento doveva avere un mercato e ospitare una sede di potere politico-amministrativo rilevante.

La penetrazione dei celti nel territorio orobico fu sicuramente capillare, come dimostrano i numerosi ritrovamenti archeologici di tombe e giacimenti di materiale in località come: Brembate, Zanica, Aviatico, Vertova, Parre, Verdello e Fornovo S.Giovanni. Anche la toponomastica è piuttosto eloquente: celtici sarebbero i nomi dei fiumi Brembo, Serio e Cherio, oltre agli etimi di numerose località come ad esempio Chiuduno e Comeduno. Qualche traccia è rimasta anche nel dialetto bergamasco: ad esempio l'indebolimento di alcune consonanti in posizione intervocalica, che alcune volte cadono completamente (aes = apice), oppure la lenizione della V iniziale ( ì = vino ; ida = vita), infine l'aspirazione della
S iniziale come Hota o Huta (sotto), hac (sacco), e via dicendo.

A differenza di quanto avvenne per altre popolazioni galliche stanziatesi in Val Padana, i rapporti dei Cenomani coi Romani non furono sempre tesi ed anzi spesso i due popoli furono alleati. Durante la seconda guerra punica, i Celti si schierarono tutti, tranne i Cenomani, contro Roma. Tuttavia essi furono sopraffatti insieme ai Romani dall'esercito di Annibale durante la battaglia sul fiume Trebbia, conclusasi con la vittoria dei Cartaginesi. La guerra si chiuse comunque con la vittoria dei romani.

Nel 200 a.C., quando i Celti padani si sollevarono di nuovo contro Roma, i Cenomani disertarono l'alleanza e si schierarono con le altre tribù, ottenendo un'importante vittoria a Piacenza. Il loro comportamento ambiguo portò loro dei vantaggi, dato che Roma non operò mai nei loro confronti ritorsioni o vendette. Dopo l'assoggettamento definitivo, essi tramutarono lentamente i rapporti di alleanza in sottomissione, ma anche con ciò la romanizzazione del territorio orobico non fu mai completa. Roma esportò nelle terre orobiche le sue leggi, la sua lingua e i suoi istituti giuridici, ma essi non penetrarono se non in modo molto labile al di fuori del capoluogo. Quando nel 89 a.C. alle colonie celtiche fu esteso il diritto romano, gli abitanti vennero equiparati ai coloni latini anche se, a dire il vero, contrariamente a quanto solitamente avveniva in questi casi, non ci furono trasferimenti di contadini romani nel territorio bergamasco. Il dato storico conferma infatti che le valli orobiche rimasero a lungo e tenacemente attaccate alla loro indipendenza e ai loro costumi, e furono vinte e sottomesse definitivamente solo dopo dispendiose e sanguinose guerre.

 

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               Pacì Paciana

 

I più giovani probabilmente associano il nome Pacì Paciana  al centro sociale di Bergamo frequentato da giovani comunisti che sognano ancora il ritorno di Stalin o di Mao come la soluzione di tutti i problemi odierni.

Nella realtà Pacì Paciana era Vincenzo Pacchiana nato nella contrada Poscante del comune di Zogno e vissuto tra la fine del 1700 e l’inizio del 1800. Fu un brigante che, nel sentire popolare, incarnò la figura dell’amico dei poveri, un novello Robin Hood brembano che rubava ai ricchi per dare ai poveri. Personaggio leggendario, per alcuni eroe e per altri comune brigante, sicuramente affascinante riscuoteva le simpatie del popolo minuto da cui era soprannominato ol padrù d'la val Brembana. La sua leggenda vuole che si fosse dato al brigantaggio per un’ingiustizia subita.

Pacchiana faceva l’oste nei pressi di Zogno, vicino al ponte sul Brembo e una sera diede ospitalità a due viandanti ai quali prestò il suo orologio perché potessero regolarsi sulla levata del giorno dopo. L’indomani, tuttavia, i due viaggiatori si eclissarono di buon ora senza restituirgli l’orologio, ma il nostro eroe, accortosene, li rincorse, ne acciuffò uno, proprio quello che aveva l’orologio, e a suon di sberle oltre che con la minaccia di buttarlo nel Brembo riottenne il proprio orologio lasciandolo poi andare via.

Rientrato nella sua osteria pensava che l’episodio si fosse concluso, senza sapere che il disonesto che aveva cercato di rubargli l’orologio si era recato dai gendarmi e lo aveva denunziato per rapina. I gendarmi napoleonici, in quanto si era al tempo dell’occupazione francese, credettero al suo accusatore e non a lui e lo arrestarono. Pacchiana subì il processo, fu condannato ma giurò a se stesso che non avrebbe più sopportato un’ingiustizia o un torto e si diede al brigantaggio.

Il brigantaggio fu la sua nuova vita ma, secondo la leggenda, non dimenticò le proprie origini e aiutò i poveri e chi aveva subito qualche torto. Le sue azioni divennero presto clamorose scuotendo da una parte i benpensanti, suscitando ammirazione tra la gente comune e al tempo stesso facendosi la fama di imprendibile.
La gendarmeria continuava a subire uno smacco dopo l’altro nel tentativo di acciuffarlo finché dopo la spiata di un compaesano fu quasi sul punto di prenderlo se il Pacì non si fosse tuffato nel Brembo riuscendo ancora una volta a sfuggire alla cattura.

Si racconta che abbia preso lo spione e dopo averlo malmenato lo abbia lasciato legato a un albero e poi abbia fatto avvertire da un bambino i gendarmi perché lo liberassero mentre lui si dava alla macchia in montagna. Per la gendarmeria fu un ulteriore e insopportabile smacco che minava la fiducia della gente. Fu deciso così di porre sulla testa del Pacì una taglia di 100 zecchini se consegnato vivo o di 60 se morto: questo espediente risultò efficace. 

Pacì durante una sosta nei boschi fu, un giorno, morso da un serpente che lo lasciò vivo ma debilitato, decise allora, per recuperare le forze, di rifugiarsi presso un altro brigante amico suo, Carcino Carciofoli (in dialetto Carciofolì), nei pressi del lago di Como. Fu il suo unico errore: Carcino, che riteneva un amico, allettato dalla taglia divenne il suo carnefice.

Una notte Carcino lo uccise nel sonno con un colpo di fucile, gli tagliò la testa e la consegnò ai gendarmi che ne esposero il corpo a monito delle genti, era il 6 agosto 1806.
Finì così la vicenda umana del Pacchiana e iniziò la leggenda di Pacì Paciana tramandata dai racconti e dal teatro popolare, specialmente quello dei burattini, che se ne impadronì facendone un eroe vindice dei torti e delle ingiustizie dei più forti.

Pacì divenne assieme a Giopì, suo grande amico, e ad altri briganti uno dei personaggi del teatro dei burattini più amato e, ancora oggi, rappresentato per la gioia dei bambini e non solo di loro

                                                                            


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         Bandiera di San Giorgio

 

 

La storica bandiera con sfondo bianco e croce rossa era prima di tutto la bandiera della Repubblica di Genova, una delle 5 Repubbliche Marinare (Venezia, Genova, Pisa, Amalfi, e Ragusa).

La bandiera di Genova era diventata celebre quando le navi musulmane cominciarono ad evitarla per non farsi colare a picco: così altre nazioni trattarono con Genova l'uso della bandiera crociata e Genova lo concesse a due nazioni: l'Inghilterra e la Lombardia.

Quando il Concilio dell'anno 1096 fissò l'ordine di operazioni per la prima Crociata, venne deciso che l'insegna ufficiale dei soldati doveva essere una croce bianca verniciata al di sopra di qualsiasi fossero le insegne portate in guerra, e questo evidentemente tagliava la testa al toro sopra la infinità di vessilli variopinti che qualsiasi casato aveva in uso per sé e per le famiglie infeudate, mentre quei pochi che avevano una semplice insegna crociata dipinta sopra un povero fondo bianco (alla moda dei genovesi) certo non sarebbero stati riconoscibili.

Difatti i Cavalieri dell'ospitalità (ovvero gli "Ospitalieri") usavano sì una croce bianca, ma sul tessuto nero in tempo di pace e sul tessuto rosso in tempo di guerra; c'erano solo due eccezioni: i Cavalieri Templari e i Lombardi, che usavano una croce di colore rosso al di sopra del colore argento o panna (poi bianco). Anche altri avevano usato temporaneamente il rosso, ma i Templari e i Lombardi usavano sempre il rosso.

Quando finalmente la guerra finì c'erano soltanto due modi per dimostrare di essere un veterano: mostrare la croce bianca se eri un Crociato e quella rossa se eri con i Lombardi alla prima Crociata.

Prendendo una carta geografica dell'Europa di oggi e collocando sopra ogni città la sua bandiera, si può notare come l'insegna rosso crociata sia presente ancora oggi in moltissime insegne municipali. Proprio per questo motivo tutta l'Europa chiama l'area padano - alpina (che è la Longobardia dell'epoca Medioevale) "Area tipica delle croci Lombarde o Milanesi": va da Nizza fino al Golfo del Quarnero (Croazia).

Una parte di queste insegne (solo quelle diritte, che vengono chiamate "di San Giorgio") sono state raccolte nello studio "Bandiere di Libertà" pubblicato negli anni scorsi, dal quale vale la pena di estrarre la mappa delle insegne crociate che sono ancora in uso in svariate Municipalità: quelle con la croce rossa sul bianco e quelle con la croce su fondo colorato

Ebbene, quando i veterani dopo la guerra si riunirono sotto la loro vecchia insegna per difendere la Nazione invasa dai barbari (guidati dal Barbarossa), la bandiera crociata diventava oramai l'insegna della Nazione in uno scontro memorabile: nei pressi di una cascina (Legnano) sui prati a ora di mezzogiorno, la fanteria veniva salvata all'ultimo minuto da una splendida carica di cavalleria il 29 di Maggio dell'anno 1176.

               

 

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             Il Passatore

 

 

Stefano Pelloni  detto il Passatore (o, definizione di Pascoli, il Passator cortese), fu un brigante da strada attivo nella Romagna del primo Ottocento. Il soprannome gli venne dal mestiere, ereditato dal padre, di traghettatore sul fiume Lamone; era chiamato anche Malandri, dal cognome della donna che sposò un suo bisavolo.

Nato nel 1824 a Boncellino di Bagnacavallo, paese nel cuore della Romagna, a una trentina di chilometri da Forlì, fu ucciso nel marzo 1851 a Russi dalla gendarmeria pontificia.

Frequentò in gioventù una scuola privata, che tuttavia abbandonò alla terza elementare, dopo innumerevoli bocciature. Il lavoro di traghettatore lo mise in contatto con numerosi contrabbandieri, ladri e briganti che in quel periodo attraversavano le terre romagnole, cosa che ebbe sicuramente influenza nel suo passaggio alla criminalità.

Stefano imparò a riconoscere la vita infima alla quale larghissimi strati della popolazione erano obbligati per colpa dell'ignoranza e dell'ozio dei loro padroni e aveva perciò sentito ribollire l'odio verso i ricchi. Non è difficile capire quindi come poté diventare ben presto il capo indiscusso di coloro che decisero di darsi alla macchia. Il brigante agì sempre favorito dallo stato di sfacelo in cui si trovava soprattutto la Romagna per via della dominazione pontificia. La gente era povera, viveva precariamente ed era obbligata a lavorare in cambio di poco per padroni incapaci di far fruttare la terra. I governanti erano spesso corrotti e a rendere incerto il futuro ci si misero anche le rivoluzioni del '31, '43, '45, '48, '49.

Evaso dalla prigione nella quale scontava la pena per omicidio colposo, organizzò una banda audace ed agguerrita che operò per tre anni nelle Legazioni Pontificie tenendo in scacco la gendarmeria.

Un tratto caratteristico del modo di operare della banda fu l'occupazione di interi paesi (Bagnara di Romagna, Cotignola, Castel Guelfo, Brisighella, Forlimpopoli ecc.), attuata per mettere a sacco le abitazioni dei cittadini più ricchi. Nel tempo chiuso della Romagna di metà Ottocento, alla fantasia e alla mente delle classi soggette, forse oscuramente, il Passatore poteva apparire per questo in una luce "politica": egli era colui che sfidava in aperta e temeraria improntitudine il potere, che toglieva ai ricchi per donare ai poveri e che come un eroe imprendibile, per le pianure e per le montagne della Romagna aerea, quella dell'Appennino tosco-romagnolo, signoreggiava le foreste e le strade, irridendo le milizie austriache e pontificie, simbolo quanti altri mai concreto dell'autorità.

Tra le gesta più celebri del Passatore si ricorda quella di Forlimpopoli il 25 gennaio 1851. Con la sua banda il brigante assaltò, durante una rappresentazione, il teatro (oggi teatro Verdi, XIX sec.). Saliti sul palcoscenico, all'apertura del sipario, puntarono le armi contro gli spettatori ordinando loro di dare un "contributo pecuniario".

La sua attività ebbe termine nel marzo 1851 quando fu tradito da uno dei suoi uomini e individuato in un capanno nei pressi di Russi da parte della gendarmeria pontificia, rimanendo ucciso nello scontro a fuoco che ne seguì.

Le sue imprese ispirarono la musa popolare della rievocazione orale (che enfatizzò la sua generosità, divenuta leggendaria) e quella colta, da Arnaldo Fusinato a Giovanni Pascoli (che in Romagna idealizzò la sua figura evocandolo, appunto, come Il Passator Cortese).
 

                                                        

 

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             Il popolo Inuit

 

 

Inuit (singolare inuk o inuq in lingua inuktitut) è il nome del popolo dell'Artico discendente dei Thule. Gli Inuit sono uno dei due gruppi principali nei quali sono divisi gli Eschimesi, insieme agli Yupik: il termine "eskimesi" significa "mangiatori di carne cruda" e fu usato dai nativi Americani Algonchini del Canada orientale per indicare questo popolo loro vicino, che si vestiva di pelli ed era costituito da esperti cacciatori. Il nome che gli Inuit usano per definirsi significa, invece, semplicemente “uomini”.

Gli Inuit sono gli originari abitanti delle regioni costiere artiche e subartiche dell'America settentrionale e della punta nord orientale della Siberia: sicuramente abitano una delle più inclementi regioni della Terra. Il loro territorio è principalmente composto dalla tundra, pianure basse e prive di alberi dove la terra è sempre ghiacciata, salvo pochi centimetri in superficie durante la breve stagione estiva.

Durante la stagione invernale, prima degli anni '70, gli Inuit vivevano in case di ghiaccio chiamate igloo che avevano la forma di una cupola sferica a pianta circolare ed erano costruite con blocchi di ghiaccio incastrati perfettamente tra di loro a formare una volta. Vi si accedeva grazie ad un corridoio basso fatto anch'esso di neve e sulla parete di fronte a questo vi era una finestra, chiusa con una sottile lastra di ghiaccio o con pelli di foca. L'interno era foderato di pelli di renna e vi erano dei letti di pelliccia di renna che dovevano ospitare tutta la famiglia. Il riscaldamento, l'illuminazione e la cucina erano ottenuti grazie alla lampada alimentata a grasso di foca: gli Inuit, nonostante le leggende, amavano infatti cucinare tutte le loro vivande. D'estate vivevano in tende, con coperture di pelli di foca, di caribù o di altri animali sostenute da costole di balena o da legname.

Anche se alcuni gruppi vivono su fiumi pescosi ed altri cacciano caribù nelle zone interne, gli Inuit vivono tradizionalmente della caccia di mammiferi marini (foche, trichechi e balene), e la struttura e l'etica della loro cultura si sono sempre rivolte al mare.

La capacità degli Inuit di adattamento a un ambiente freddo e difficile è legata alla loro particolare abilità nel costruire attrezzi e altri utili accorgimenti da ogni tipo di materiale. Vestiti di pelli, arpioni d'avorio o di corno, con lame di pietra, pattini di slitte fatti all'occorrenza con strisce di carne gelata sono esempi dell'adattamento indigeno ai materiali naturali. Usano il Kayak o imbarcazioni a motore per cacciare in mare oppure aspettano vicino alle aperture nella banchina di ghiaccio l'uscita delle foche. Durante le battute di caccia usano gli igloo come riparo di emergenza. Usano le pelli degli animali per fabbricarsi vestiti (es.anorak). Per spostarsi sulla neve usano slitte trainate dai cani anche se le motoslitte stanno largamente rimpiazzando questo modo di viaggiare.

L'organizzazione della società si basa sulla solidarietà fra villaggi; la proprietà è, per la maggior parte, collettiva, la famiglia in genere è poco numerosa. Gli Inuit hanno una loro religione che si basa sulla credenza che molti animali e fenomeni naturali abbiano un'anima o uno spirito. La principale personalità religiosa è lo sciamano, spesso di sesso femminile.

Hanno costituito la ICC (Inuit Circumpular Conference), un'organizzazione non governativa e plurinazionale, a salvaguardia della propria cultura, che rappresenta 150.000 persone abitanti nei territori di Canada, Groenlandia, Alaska, Russia.

 

                                            


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La diga del Gleno

 

Il 1 dicembre del 1923 un'immane tragedia causata dal crollo della diga del Gleno sconvolse la Valle di Scalve (colpendo Bueggio, Azzone e delle centrali elettriche in zona) e la Val Camonica in provincia di Brescia (colpendo Gorzone, Corna e Darfo). In circa mezz'ora sei milioni di metri cubi d'acqua, fango e detriti precipitarono dal bacino artificiale a circa 1.500 metri di quota fino al lago d'Iseo. I morti furono 356, ma i numeri sono ancora oggi incerti. Erano le 7 e 15 di mattina quando il pilone centrale della costruzione cedette e le acque sbarrate dalla diga si riversarono nella vallata sottostante, fuoriuscendo da una bocca larga una sessantina di metri. Il primo borgo ad essere colpito fu Bueggio. L'enorme massa d'acqua, preceduta da un terrificante spostamento d'aria, distrusse poi le centrali di Povo e Valbona, il ponte Formello e il Santuario della Madonnina di Colere; raggiunse l'abitato di Dezzo, composto dagli agglomerati posti in territorio di Azzone e in territorio di Colere, che andò praticamente distrutto. Prima di raggiungere l'abitato di Angolo l'enorme massa d'acqua formò una sorta di lago e a tutt'oggi sono visibili i segni lasciati dal passaggio dell'acqua nella gola della via Mala. L'abitato di Angolo rimase praticamente intatto, mentre a Mazzunno vennero spazzate via la centrale elettrica e il cimitero. La fiumana discese quindi velocemente verso l'abitato di Gorzone e proseguì verso Boario e Corna di Darfo, seguendo il corso del torrente Dezzo e mietendo numerose vittime al suo passaggio. Quarantacinque minuti dopo il crollo della diga la massa d'acqua raggiunse il lago d'Iseo.

La diga era stata realizzata fra il 1916 e il 1923, era lunga 260 metri e doveva contenere sei milioni di metri cubi d'acqua raccolti in un lago artificiale che si estendeva su una superficie di 400.000 metri quadrati, alimentato dai torrenti Povo, Nembo e da affluenti minori. Era un esempio unico al mondo di diga mista, cioè a gravità e ad archi multipli, composta cioè di due parti, ossia di un tampone che chiudeva la stretta del torrente, e di una serie di 25 archi di calcestruzzo armato, poggianti su 26 speroni; il tutto formava uno sbarramento lungo 180 metri. L'invaso prevedeva una capacita di sei/sette milioni di metri cubi d'acqua e formava un lago lungo circa 4 chilometri e largo due. 

Inizialmente si era partiti con un tipo di diga a gravità con la costruzione di un muro dello spessore dai 30 ai 40 metri che formava il così detto tampone. Arrivati a questo punto, fu mutato il progetto, e si pensò di costruire la diga ad archi multipli, il che implicava un minor volume di muratura e conseguentemente un risparmio di materiale. Si era cosi elevata la vasta serie di piloni che avevano alla base una larghezza di una trentina di metri. Dove non era stato ancora eseguita il tratto di diga a gravità, i piloni erano stati appoggiati direttamente sulla roccia, gli altri erano stati appoggiati sulla costruzione precedente Nell'ottobre del '23 la diga era conclusa: Alla fine della costruzione i problemi cominciarono immediatamente, i più gravi erano le perdite nella parte centrale del muro di sostegno della diga. A rafforzare eventuali problemi strutturali era il modo in cui era stata riempito il bacino, visto che il livello dell'acqua veniva tenuto costantemente sopra il livello di guardia. Furono chiamati gli ingegneri da Milano per controllare, e anche l'ingegnere capo del genio Civile fu in quei giorni alla diga; ma non presero nessuna decisione in merito se non accertarsi che i problemi erano reali. Verso la fine del novembre di quell'anno, le perdite dalla struttura dalla diga erano diventate di notevole portata. Il primo dicembre, così viene raccontato, alle 6.30 del mattino, il guardiano della diga eseguendo il classico controllo sulla passerella fronteggiante la diga, sentì un violento moto sussultorio provenire dalla struttura. Quarantacinque minuti dopo, esattamente alle 7.15 del mattino, avviene il crollo della parte centrale della diga. Il contenuto del bacino, oltre 60.000.000 di metri cubi di acqua, si riversano nella valle sottostante travolgendo e spazzando via interi paesi

Dal processo, che si tenne dal gennaio 1924 al luglio 1927 e si concluse con la condanna del titolare della società concessionaria e del progettista, emerse che i lavori erano stati eseguiti male ed in economia e che il controllo da parte del Genio Civile era stato svolto in modo approssimativo e superficiale.
 

                                        


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               Folkstone


Li barbari Folkstone sono arrivati.. e li sòni antichi sono tornati!”

               

I Folkstone sorsero agli inizi dell’anno domini 2005 dall'incontro che Ferro e Lore ebbero con un loro vecchio compare di sbronze pugliese chiamato Foresi.
L’intento di codesta marmaglia fu quello di riportare in vita antiche sonorità immergendole in un intruglio di rock idromelico.
Nel primo anno la band cercò di trovare un’intesa ispirandosi alla scena folk metal d’oltralpe pur rimanendo ancorati ad una strumentazione elettrica tradizionale. Verso la fine dell’anno, Lore, armato di insistente determinazione, persuase l’amico saltimbanco Teo ad imbracciare, prima il baghèt, e poi la cornamusa medievale ed insieme cominciarono con tal strumento a cimentarsi fra ance e bordoni.
Sempre Lore, con la sua proverbiale “determinazione”, esortò Angelino ad entrare nei Folkstone come chitarrista ufficiale, completando la line up insieme a Roby alla terza cornamusa e bombarde e Andrea alle percussioni.

             

I Folkstone erano pronti a comporre di loro mano brani che miscelavano la potenza del metal, l’ancestralità delle cornamuse e il millenario fascino della musica popolare. Cominciarono così le esibizioni della band tra giocolieri, sputafuoco, libagioni, vino e super metalfolk riscuotendo applausi e consensi dalla gente incuriosita ed esaltata. La forza del concerto in versione rock è che comunque vengono inseriti anche alcuni pezzi in acustico proponendo un breve spettacolo con il fuoco. Mentre quello che dona grinta alla versione acustica è il forte impatto diretto della musica ed il contatto che si crea con la gente.. coinvolta in canti e balli!
Fu così che dopo un'estenuante tourneé estiva, che contava una trentina di concerti per tutta la Lombardia e la registrazione di un mini album, per motivi personali, causa troppi impegni, la line up cambiava. Nella formazione entrano a far parte Giorgio al basso e Ghera alla chitarra, pronti per ricominciare le solite scorribande!!!

Dunque..
”Tra sacro e profano..fòco e tamburo.. che voi balliate con passo sicuro!”

                                      

WWW.FOLKSTONE.IT
 


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